N°87-88 / Vivere altrimenti – Andare altrove

Editoriale


 

C’è un diritto umano fondamentale:
il diritto di vivere in armonia con l’ambiente naturale
E a questo si aggiunge un altro: il diritto di sopravvivere.
Luis Sepùlveda

 

Le pagine di questo quaderno vogliono testimoniare l’attualità dell’Esodo, quale prospettiva di senso della vita per i singoli, come per l’umanità tutta. Il secondo libro della Bibbia “narrando di Israele, dice una verità su tutti i popoli” (Levi Della Torre), cioè su tutta l’umanità. Non a caso i primi capitoli della Genesi sono dedicati non a un popolo particolare: non si parla dell’Ebreo o dell’Egiziano, ma di Adam e della molteplicità dei popoli che costituiscono l’unica umanità, coinvolta in una storia di perdizione e salvezza.

Densità storica

Esodo evoca un movimento, un’uscita, un lasciare qualcosa per un altrove, oppure per un altrimenti, l’orientarsi verso una direzione. E dice anche l’apertura a un futuro, a un novum che esercita un’attrazione mista a paura, oppure è intravisto come via d’uscita o addirittura come unica speranza di vita.
Da noi, la parola nell’uso corrente è stata ridotta a descrivere la partenza per vacanze e l’esodo si associa alla fila di macchine che si accumulano ai caselli autostradali. Le ferie estive e i ponti festivi rappresentano il kairòs, cioè il tempo giusto e opportuno, quando l’esodo o il contro-esodo si colorano con bollino rosso o nero quali indicatori dell’affollamento, e quindi dei rischi, che si è costretti ad affrontare. In questo caso si parte per poi tornare: e tutto ricomincia pressoché come prima. E così, tante volte nella vita, per chi ne ha la possibilità. Un esodo volatile, un biglietto di andata e ritorno, nella totale discrezionalità dei fruitori.
Nelle chiese si parla dell’Esodo, se non altro perché ci s’imbatte nella lettura del libro, che nelle traduzioni dall’ebraico porta questo titolo, oltre che negli insistenti richiami e rivisitazioni di cui è piena la Bibbia. La liturgia è carica di simboli che si rifanno a quella sorgente di senso che scaturisce da esso quale evento primordiale.
Quello che sembra mancare è la densità storica, cioè la capacità di assumere nell’esistenza concreta e nell’interpretazione del cammino dei popoli l’energia liberante e la qualità del vivere che s’intravvede in quell’itinerario che pretende di donare un orientamento che apra un futuro all’umanità.
In verità abbiamo numerosi esempi che testimoniano l’efficacia storica del “senso” che scaturisce dall’Esodo e che viene assunto e introiettato per affrontare situazioni assolutamente drammatiche.
Pensiamo al calvario dei popoli africani deportati e venduti come schiavi nelle Americhe dove hanno incontrato la religione cristiana dei loro oppressori e l’hanno assimilata e trasformata fino a farla diventare una sorgente di senso, di dignità e di riscatto che noi troviamo ben rappresentata nei negro sprituals:

“Scendi Moses
Nel paese d’Egitto
E dì al vecchio Faraone
Lascia andare il mio popolo

Noi non dobbiamo per sempre piangere e disperarci/ Lascia andare il mio popolo
E indossare per sempre le catene della schiavitù/ Lascia….

Io lo credo e non ho dubbi/ Lascia…
Che un cristiano ha il diritto di andare gridando/ Lascia andare il mio popolo.

Un altro esempio lo troviamo nella teologia della liberazione:
“In una prospettiva ermeneutica è perfettamente logico che comprendiamo noi stessi a partire dall’esodo biblico, e soprattutto comprendiamo questo esodo a partire dalla nostra situazione di popoli in ‘schiavitù’ economica, politica sociale e culturale” (Severino Croatto 1980).
Un riferimento in Italia si può identificare nel rimpatrio dei valdesi nel XVII secolo con la riconquista delle terre dalle quali in precedenza erano stati cacciati. Questa epopea è vissuta come attualizzazione dell’Esodo.
Sono solo alcuni esempi, tra gli altri, ma utili a mettere in luce la valenza storico politica del messaggio esodico1, quella che normalmente viene ignorata e rimossa, perché inquietante e intrigante.

Vulnerabilità della terra

Nei pochi esempi fatti si sono nominate situazioni che, pur significative ed ampie, avevano un carattere regionale. Oggi è balzata all’orizzonte la dimensione globale, quella che coinvolge l’umanità tutta, il mondo, cioè la nostra casa e il suo futuro. Già quando si sono cominciate a guardare le foto che ritraggono il pianeta azzurro, scattate durante le navigazioni spaziali, ci siamo accorti che il mondo è piccolo e che siamo tutti sulla stessa barca.
Veramente già 80 anni fa Freud scriveva: “Gli uomini hanno adesso talmente esteso il loro potere sulle forze naturali, che giovandosi di esse sarebbe facile sterminarsi a vicenda, fino all’ultimo uomo. Lo sanno, donde una buona parte della loro presente inquietudine, infelicità, apprensione”. Anche Einstein ha lasciato in eredità un messaggio all’umanità: “Noi rivolgiamo un appello come esseri umani a esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto”.
Anche prescindendo dalla presenza di un immenso parco di ordigni finalizzati alla distruzione di massa ed allo sconvolgimento dell’ambiente vitale, si è incrinata “la fiducia riposta nel nostro futuro collettivo (che) si basa sul presupposto della robustezza della natura che sostiene la vita umana…Di recente la natura ha mostrato la sua vulnerabilità”. Negli ultimi decenni è emersa “la crescente consapevolezza secondo cui l’ambiente in cui viviamo non solo sarebbe particolarmente delicato, bensì rappresenterebbe una minaccia di estrema precarietà per la vita umana – nonché per la vita di altre specie”. Chi parla è Amantya Sen in una lezione tenuta a Roma nel maggio scorso2.
L’autore sottolinea, offrendo varie esemplificazioni, la rapidità con la quale gli interventi umani concorrono ad accentuare la vulnerabilità della natura e quindi la precarietà della nostra vita umana “totalmente dipendente dall’ambiente”. Rispetto a tale rapidità l’autore cita con ironia le parole di una canzone cantata da Simon e Garfunkel “Slow down, you move too fast.You got to make the morning last” “Rallenta, ti stai muovendo troppo velocemente. Devi fare in modo che il tuo mattino duri più”.
Assumendo la prospettiva di un possibile cambiamento, Sen sottolinea la totale inadeguatezza della cosiddetta “teoria della scelta razionale” la quale sostiene che “gli individui agiscano unicamente in funzione dei rispettivi interessi personali”. Poiché si tratta di decisioni che riguardano le prospettive future che richiedono una reale sollecitudine per il futuro, è piuttosto irrazionale pensare che interessi individuali possano essere guidati da simili preoccupazioni.
Questi discorsi mi ricordano un criterio etico che Bonhoeffer, nel pieno della catastrofe nazista, indicava come luce per l’azione efficace: “Pensare e agire pensando alla prossima generazione”. E’ un criterio che trova corrispondenza con quello che Brundtland, direttore dell’Organizzazione mondiale della sanità, indicava come sviluppo sostenibile, cioè la possibilità di soddisfare “le esigenze del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di far fronte ai propri bisogni”.
Il WWF nel suo rapporto del 20083 ci avverte che “Se la nostra domanda continuerà a crescere alla stessa velocità, entro metà del decennio 2030-2040, avremo bisogno dell’equivalente di due Pianeti per mantenere i nostri stili di vita…Così come uno spendere sconsiderato sta causando la recessione, i consumi eccessivi stanno dando fondo al capitale naturale del Pianeta al punto tale da mettere a rischio il nostro benessere futuro: negli ultimi 35 anni abbiamo perduto quasi un terzo del capitale della vita
selvatica sulla Terra”4.
I paesi industrializzati utilizzano una quota sproporzionata di beni pubblici globali (aria, acqua e risorse naturali). Se in questi paesi non avviene un radicale cambiamento degli stili di vita, consegnano alle prossime generazioni un sistema sempre più insostenibile, scaricando una “bolla” che nessuno sarà in grado di ripianare. Nell’agosto scorso alcuni quotidiani ci hanno informato che l’impronta ecologica aveva già raggiunto la quota annuale, il ché vuol dire che “razione” spettante nel 2010 era già stata consumata e quindi nei mesi che stiamo vivendo si sta dando fondo alle riserve della biosfera.
Ci possiamo domandare: che c’entra tutto questo con l’Esodo? C’entra, eccome! Fà parte del cammino dell’Esodo la meta, cioè una terra abitabile. Non basta raggiungerla, bisogna custodirla. Custodia che avviene non attraverso il dominio padronale e lo sfruttamento feroce delle risorse, ma nella consapevolezza di essere “ospiti” temporanei col compito di lasciare una terra vivibile alla prossima generazione e sapendo che, a questo livello, le colpe e l’insipiente irresponsabilità dei padri ricadono sulla testa dei figli. Oggi, alla luce dell’Esodo, possiamo leggere e interpretare il bivio cui è giunta l’umanità.
“Vedi, io pongo davanti a te la vita e il bene, la morte e il male…Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza” (Dt 30, 15.19).

Una chiesa altra

Soltanto pochi cenni per dire che l’Esodo deve ispirare tutto il cammino della chiesa nella storia. Non è solo un percorso per i singoli credenti o comunità.
Basti qui dire che l’Esodo è notevolmente presente negli scritti del Nuovo Testamento, con allusioni o citazioni esplicite. Possiamo riassumere con le parole di Rizzi l’influsso decisivo che ha esercitato sulla storia cristiana: “Il grande racconto ebraico entra nel fiume della civiltà cristiana e vi esercita un’influenza decisiva. L’autocomprensione della chiesa passa attraverso l’appropriazione dell’Esodo, e contrae un debito sostanziale di gratitudine verso questo fratello maggiore’ ”5. Ma che significa questo? Vuol dire che se da un lato non viene meno la “forza propulsiva” – la promessa di futuro – che scaturisce per questo cammino, dall’altro continuano a essere attive le grandi tentazioni.
Ne segnalo due: una presa dalla sapienza ebraica e l’altra che troviamo in più parti dei Vangeli.
“Il vero esilio di Israele in Egitto era di averlo imparato a sopportare” (Rabbi Chanoch).
E’ un filtrato che deriva dalla lunghissima meditazione che attraversa la storia drammatica di questo popolo. Magari ci fosse un’analoga e schietta meditazione, non inficiata del virus dell’apologetica, sui 2000 anni di cristianesimo!
Oggi per il cristianesimo occidentale l’esilio non consiste nella sudditanza al totalitarismo neoliberista che, di fatto, detta gli obiettivi, i valori, informa la cultura e la politica? E’ quello che sta divorando il mondo e il nostro futuro. La stessa dottrina sociale della chiesa, che certamente non è neoliberista, è presente nelle biblioteche con la raccolta delle encicliche sociali, ma non ha alcuna reale influenza sul fronte economico e, soprattutto, è praticamente assente dai circuiti delle comunità cristiane. Si è in esilio nella terra del faraone moderno e non ci si accorge neppure; facendo finta di essere in una patria cristiana perché i crocefissi sono esposti, le cerimonie religiose hanno accesso alla televisione e ad ogni evento civile di una certa importanza non manca mai lo zucchetto del cardinale o del vescovo6.
Il secondo richiamo lo troviamo in varie versioni nei Vangeli. Sono le raccomandazioni di Gesù a quelli che sono inviati ad annunciare il lieto messaggio e a operare i segni di liberazione messianica. Gesù raccomanda un “equipaggiamento leggero” per essere liberi di viaggiare e per essere pronti a partire. La descrizione assomiglia a quella che troviamo nell’Esodo nelle istruzioni sulla Pasqua: “Ecco in qual modo mangerete; con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano. Mangerete in fretta. E’ la Pasqua del Signore” (Es 10,11).
La versione di Luca suona in questo modo: “(Gesù) disse loro: ‘ Non portate nulla per il viaggio, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, né due tuniche per ciascuno’…” (Lc 9,3).
Che la chiesa tutta, in particolare quella occidentale, sia in una situazione di Esodo, non c’è dubbio, nonostante tutti i “ritorni del religioso” di cui si parla. La potenza dei regimi di cristianità è perduta. Grande è la tentazione di trattenere il più possibile, di aggrapparsi a tutti e a tutto per rimanere a galla, con compromessi ai limiti dell’inverosimile. Tutto il mondo sta cambiando e nessuno ha la palla di cristallo per discernere il futuro. L’Esodo che stiamo vivendo esige l’alleggerimento del bagaglio che ci trasciniamo dietro, per portare con noi il puro necessario, per concentrarsi sulla sostanza della mission. Solo un equipaggiamento leggero può permettere la libertà del cammino. Solo l’adozione della povertà come modo di pensare, metodo di vita, di lavoro e di testimonianza, non solo personale, ma anche come chiesa, comunità e istituzione, può farci scoprire quella libertà che scioglie i legami di dipendenza dal faraone.

Il diritto di sopravvivere altrove

Se per noi vale soprattutto l’altrimenti, vi è una parte di umanità che può trovare speranza di vita soltanto altrove. Sempre più numerosa. Qui l’Esodo diventa materialmente uno spostamento geografico, con itinerari carichi di rischi mortali e sempre con l’incognita dell’approdo.
Molte cose si sono dette in questi ultimi anni. Mi limito a segnalare tra le altre due cause che inducono milioni di persone a cercare altrove la possibilità di sopravvivere. Si tratta dei “profughi ambientali”. La costrizione a fuggire è provocata o da eventi meteorologici estremi oppure da guerre per il controllo dell’acqua. Abbiamo appena assistito ai milioni di Pakistani che hanno tentato di sottrarsi al disastro ambientale che li ha colpiti, nel sostanziale silenzio dei media occidentali.
Un recente rapporto dello IOM (Organizzazione per le migrazioni) afferma: “Che dipenda dagli uragani, da tempeste, alluvioni o siccità, oppure che sia la conseguenza di guerre per il controllo dei depositi d’acqua, o ancora che si tratti più in genere di cambiamento climatico, nel 2050 la Terra potrebbe dover affrontare il trauma rappresentato da 200 milioni di ‘rifugiati climatici’ “. E sono solo una parte di quell’umanità per sopravvivere è costretta a fuggire per cercare altrove uno spazio vitale

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L’Esodo è una categoria molto preziosa per interpretare sotto diversi aspetti il cammino dell’umanità nel suo abitare la terra ed anche la difficile situazione che noi stiamo vivendo in Italia.
Questo quaderno raccoglie i contributi che sono stati offerti nel convegno di Bergamo del 1° maggio scorso e diverse riflessioni e testimonianze che rappresentano la ricchezza e fecondità di questa “riserva di senso” in un mondo che sembra dominato dal non senso e dallo smarrimento di direzione. Ci auguriamo che sia uno strumento utile ad aprire orizzonti.

Roberto Fiorini

 

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1 Una presentazione sintetica, ma precisa e puntuale la si può trovare in Armido Rizzi, Esodo. Un paradigma teologico-politico, ECP Fiesole (FI) 1990.

2 A, Sen, Sviluppo sostenibile e responsabilità, in Il Mulino 4/2010 Bologna. Il testo riprende la lezione pronunciata dall’autore nellì’ambito del convegno organizzato da Unipool Gruppo Finanziario sullo sviluppo sostenibile: “Il contributo del lavoro, dell’impresa, del credito e dell’assicurazione alla ripresa e a uno sviluppo solido e duraturo”.

3 Living Planet Report 2008 è stato presentato in contemporanea in tutto il mondo. Quella di quest’anno è un’edizione ancora più accurata e dettagliata. Sono stati, infatti, ulteriormente perfezionati i due indici “tradizionali”, ovvero il “Living planet index” (che dà conto della biodiversità sulla Terra) e l’indice della “Impronta ecologica” (misura la domanda dell’umanità sulla biosfera). Inoltre è stato introdotto un terzo indice, “l’Impronta idrica” che somma i consumi di acqua di ogni Stato insieme al volume di risorse idriche necessarie a produrre servizi e beni, compresi quelli importati.

4 “Il rapporto fornisce anche un’analisi dettagliata dell’andamento paese per paese. Gli Stati Uniti hanno l’impronta ecologica (cioè quella che misura la domanda dell’umanità sulla biosfera) nazionale maggiore. Ogni americano vive, infatti, con le risorse di 4,5 pianeti. L’Italia si piazza al 24esimo posto, conducendo uno stile di vita che richiederebbe a ogni cittadino di avere a disposizione 3,5 ettari in più di quelli esistenti in realtà”.

5 Rizzi, 61.

6 A proposito dei poteri occulti e comitati d’affari che prosperano in Italia, manovrando istituzioni, distribuendo favori, corrodendo come un cancro la democrazia, scrive Mons Bettazzi: “La Chiese, tutte le istituzioni religiose, chiamate ad attualizzare i grandi messaggi religiosi della fede e dell’amore, sono esposte invece a subordinarsi a questi poteri occulti o alle loro manifestazioni in cambio di protezione che garantisce però a quei poteri l’oscuramento della verità e l’affievolimento delle reazioni soprattutto da parte dei più sfruttati e più emarginasti che dovrebbero trovare nelle istituzioni religiose appoggio e speranze. Credo che esse – a cominciare da quelle cristiane, per coerenza a Gesù Cristo, annunciatore della verità e difensore dei poveri – dovrebbero denunciare apertamente questo sovvertimento dell’etica e della democrazia, configurando questi poteri occulti nelal ‘mammona’ che Gesù indicava come alternativa a Dio e che, con parola antica, esprime proprio la cupidigia della ricchezza e la sete del potere” (Mosaico di pace. Settembre 2010)