La notte che le cose ci nasconde (Par. XXIII, 3)

Amarcord: storie di vita vissuta



Pensiamo di fare cosa utile e gradita pubblicare scritti e documenti che, a distanza di decine di anni, conservano intatta la loro freschezza. Sono piccoli tesori del passato che andiamo a riscoprire oppure che per la prima volta vengono messi in comune.
Un libro pubblicato nel 1972 racconta la storia di tre anni di fabbrica. L’autore è Luisito Bianchi, recentemente conosciuto dal grande pubblico per il suo romanzo sulla resistenza “La Messa dell’uomo disarmato”. Riportiamo il quarto capitolo di “Come un atomo sulla bilancia”, recentemente ripubblicato.

 
Dei tre turni quello che più mi piaceva era il notturno. Questa preferenza non ha nulla di operaio, ma mi viene dal fatto che ho una certa dimestichezza coi libri; e quando i libri parlano della notte, ne dicono un gran bene. Siccome i miei amici non hanno avuto la stessa dimestichezza, di notte preferiscono dormire. Non è che io disprezzi il letto, tutt’altro. Se fossi capo del personale, mi batterei perché il turno di notte avesse in dotazione delle poltrone letto sulle quali distendersi quando c’è una pausa nella lavorazione; ma capisco che sarebbe una battaglia perduta in partenza perché, con le nostre tute sporche e le scarpe colpite dalla lebbra, guasteremmo in pochi giorni le poltrone. Chissà che la quarta rivoluzione industriale non risolva il problema! Comunque, il lavoro di notte mi piace. La notte, cioè, non il lavoro. Il lavoro in fabbrica non può piacere a nessuno, soprattutto a chi ha una certa dimestichezza coi libri, come nel mio caso.

Di notte basta guardare fuori dalle finestre del reparto, quando la lavorazione ti porta sul piano dei filtri, in alto, per vedere il cielo, la luna quando c’è e le stelle se non c’è nuvolo. Ma ci fosse anche nuvolo, di notte il cielo è sempre cielo e tu fai la scoperta del cielo. Puoi stare alla finestra anche dieci minuti di seguito, con la testa rivolta verso l’alto, e questa operazione la puoi ripetere ogni volta che sali ai filtri. Se non ti bastasse per le esigenze del tuo lavoro, ci puoi andare qualche volta extra, tanto di notte c’è più tempo che di giorno. C’è, forse, molta gente che può guardare il cielo per dieci minuti, senza fare niente, e pagata per giunta? Mica può l’amministrazione scontarti i dieci minuti sul salario; non può sapere se tu guardi il cielo o aspetti che si riempia il cassone dell’acido. Se non ti vede seduto, tu stai sempre lavorando. La scoperta del cielo ti fa capire quanto sia vero il mito di Icaro. Io provavo sempre la voglia di buttarmi giù dalla finestra e mettere fuori le ali; ma non ci ho mai provato. Ti fa dire che puoi contare tutti i milioni di anni luce e poi ci sarà sempre qualche metro in più al di là del confine che dovrebbe chiudere tutto l’universo. Questi calcoli si possono fare anche di giorno, ma passano via senza lasciare il segno; di notte tu sei in mezzo all’universo e ti sposti con esso: è un’altra cosa. Ti fa vedere gli uomini come formichini che gridano su un’arancia: Questo è il mio confine; tu, se lo passi, devi mostrare il passaporto; formichini che s’ammazzano per un poro della buccia, che passano il tempo a farsi le boccacce senza accorgersi quanto siano ridicoli. Di giorno si può dire che la guerra è un assurdo, ma di notte è un’altra cosa: la si vive di dentro questa assurdità. Ti fa amare i formichini come se fossero degli universi, perché anche per loro c’è sempre qualche metro in più oltre il confine che li dovrebbe chiudere.

Quando il collo mi faceva male a forza di tenerlo tirato verso il cielo, abbassavo la testa e vedevo sempre qualche formichino sotto alle grandi ciminiere che vomitavano gas, provando un sentimento d’amore che di giorno non si può provare. E poi, se credi in Dio, la notte te ne fa sentire la presenza, ora come un roveto che arde senza consumarsi, ora come un narratore di favolose promesse, ora come un mare che subito inghiotte la scia della tua barca, ora come lo sfidante di Giobbe e la puntura che fa seccare la foglia del ricino sotto la quale riposavi come Giona, ora come l’amante che ti cerca fra le pietraie e i dirupi, ora come un ladro che sfonda la tua porta e fa rotolare i massi delle tombe, ora come una madre che ti sorregge con le dande, ora come un essere che abbia abbandonato anche se stesso; ora… Potrei continuare, ma ho già balbettato troppo su questa presenza che rimaneva sempre presenza anche quando sembrava che non ci fosse né ci potesse essere nessuna presenza. Non nego che anche di giorno si possa trovare tutto questo; ma solo perché Dio sa fare notte anche il giorno. E poi lui sa fare quello che vuole e non posso pretendere di adoperarlo come appoggio alla mia argomentazione che la notte è un’altra cosa. Ritorno, quindi, alle mie reali dimensioni e dico che anche i topi del mio reparto preferiscono la notte, forse perché anche loro, per atavica abitudine, hanno dimestichezza coi libri. Di giorno ne vedi solo qualcuno, un isolato, che corre finché le zampette lo portano nella fogna più vicina; ma di notte è tutto un tessuto di carole e danze fra sacchi, plance, bidoni della spazzatura, con una sicurezza che rasenta la spavalderia quando passi loro vicino. Poveracci pure loro, sono topi proletari, le natiche spelacchiate dall’acqua acidulosa, il ventre concavo, i baffi asimmetrici, le orecchie disuguali. Posso assicurare che la descrizione corrisponde al vero perché ho avuto tutto l’agio di osservarli. A me decisamente i topi non piacciono; a vederli di giorno, i miei istinti felini mi portano a farli scomparire; ma, di notte, li lasciavo vivere, gli sorridevo perfino se ne vedevo uno piccolo piccolo. Di notte, nel mio cuore, c’è posto anche per loro. Una notte Andrea ne trovò uno che si era arrampicato fino alla sua cabina, un inesperto, forse la prima volta che usciva dalla tana, tutto timido, impacciato. Andrea ebbe un moto primo primus e lo fece pentire d’essere uscito dalla tana, se pure n’ebbe il tempo. Andrea ha due figli, uno di quindici anni al quale dà il suo orgoglio di padre, e uno di sei che monopolizza tutta la sua tenerezza; e deve essere molta se solo il pensiero che quel topino poteva avere proporzionatamente l’età del figlio minore, lo fece piangere. Pianse proprio. Quando Andrea venne nella mia cabina a raccontarmi il fatto, aveva ancora gli occhi arrossati e lucidi. Di giorno non avrebbe assolutamente pianto; avrebbe, anzi, riso di quelle lagrime se qualcuno le avesse versate.
Di notte Giovanni porta sempre un thermos pieno di caffè, corretto con cognac e fernet. Porta apposta un thermos grande, da mezzo litro, per offrirne a tutti. Se qualcuno teme di abusare, Giovanni dice sempre, invariabilmente: Ma non vedi quanto ce n’è? Non vorrai che lo riporti a casa! Io tutte le notti avevo il caffè di Giovanni. Non vieni a prendere il caffè?, mi diceva quando mi incontrava. E mi lavava il bicchierino di plastica e, dopo di me, beveva subito lui, senza lavare il bicchierino. Di notte è il momento delle confidenze, la moglie, i figli, la casa, il lavoro fuori fabbrica, i mobili che si vogliono cambiare, la scuola dei figli, i progetti per il futuro, i racconti degli anni passati in fabbrica e fuori, la lontana fanciullezza, il paese, quello che si mangiava a quei tempi, la carne che adesso non è più buona come una volta ma che, allora, la si vedeva una volta tanto, e forse è questo il motivo che la faceva più buona, i capi che non capiscono niente, nemmeno della lavorazione, le divisioni fra gli operai, la moglie che vuole subito la busta ma è lo stesso una brava donna, i soldi che non sono mai abbastanza… Beh, tutte cose che si possono dire anche di giorno, ma di notte fanno un altro effetto.
Se gli amici vogliono parlare del celibato dei preti, del mio celibato, scelgono la notte. Non tutti, perché è difficile parlare su questo argomento; solo quelli che hanno più coraggio, che sono convinti di non offendermi. Amos è il primo. Il primo non può essere che Amos. Non può assolutamente credere che anche a me non piacciano le donne. Io, però, non gli avevo mai detto né, penso, fatto credere che non mi piacessero le donne. Quando feci il passo in avanti, il giorno del suddiaconato, non mi posero come condizione che non mi piacessero le donne. Questo è talmente ovvio che è inutile insistervi. E sono molto contento che mi piacciono le donne, prima di tutto perché vennero fuori per ultime come capolavori, e ciò dimostra che ho buon gusto; in secondo luogo perché sono sicuro, così, di non appartenere né alla prima né alla seconda categoria di eunuchi, facendo di tutto, rimanendo io celibe, per appartenere alla terza che è veramente chic. Ma per Amos la terza categoria è fuori di ogni comprensione, e non gliene faccio colpa se anch’io non ci capisco gran che. Lui ha i suoi sillogismi: se Dio esiste, come tu dici, a non sposarti sei contro Dio che ha creato la donna per l’uomo. Si fa serio: Credi che sposarsi significhi andare a letto con una donna? Io non lo penso e non l’ho mai pensato. Ed è inutile che dica quello che ne pensa san Paolo. Se vuoi essere come noi, devi sposarti. Se hai difficoltà a trovare una donna, io ti aiuto. Lo ringrazio. Forse, se volessi sposarmi, farei da me, senza mediatori. Ma io non ti voglio vedere così, sei di nessuno. Voglio che tu sia onesto. Devi sposarti. Lascia stare i preti, falli cuocere nel loro brodo, e diventa come noi. Capirai che cosa significhi fare l’operaio. Mi domanderà anche, ma in piena confidenza, ad un amico non si può mentire, e poi tu non sei capace di mentire, e poi è una cosa normale, se mai a proposito di donne… La mia risposta è come se gli avessi detto che la Sicilia stava navigando verso il porto di Genova. Che può pensare uno il quale sa che tu non menti e gli dici, con tutta la forza del tuo candore, che la sicula terra ha issato le vele? Niente: o che tu sei pazzo o che lui lo sta diventando. Ma Amos non aveva nemmeno questa possibilità di sciogliere il nodo: io non potevo essere pazzo perché ragionavo da sano e lui nemmeno perché, oltre a piacergli le donne, era anche sposato.
Aperto l’argomento con Amos, non passò giorno senza che mi invitasse a sposarmi. Era come dire di smetterla di fare il prete. Era come dire che mi voleva onesto. Che mi voleva bene. Amos diceva a tutti che voleva istruirmi; che sotto la sua guida sarei diventato un uomo. Lo diceva ridendo, coi suoi occhietti furbi e il suo tono che disarmava anche il capo più arcigno. Certamente Amos m’ha insegnato molte cose: ad approfondire il significato del mio celibato, a cercargli una credibilità che gli manca, e altro ancora. Se l’approfondimento è un fatto personale, il problema della credibilità mi sorpassa perché tocca il modo di essere del prete e non di un solo prete; un fatto, dunque, di chiesa clericale.
Anche Andrea, una notte, mi parlò del celibato. Lui credeva alla mia onestà personale, come a quella di altri preti; ma non poteva accettare che, per fare il prete, ci fosse l’obbligo di non sposarsi. Andrea è un credente; dico credente non perché voglia sostituirmi al giudizio di Dio ma perché non ho altro termine che significhi più di praticante. Di notte, quando canta con tutto il fiato che ha nel suo torace grande quanto un mantice, vuol dire che è giunto al limite di cottura; se cessa di cantare mentre sta camminando, continua a camminare, ma addormentato.
Viene spesso nella mia cabina e mi recita lunghi brani della Divina Commedia. Non è che le sue idee su1 celibato le abbia trovate nella Divina Commedia; a quei tempi il problema non esisteva, nemmeno nelle curie, tanto c’era l’inferno che metteva tutto a posto, oltre alla misericordia di Dio. Gli vengono fuori ragionando, da uomo a uomo, come, ogni tanto, mi dice; allora il prete può sposarsi, se lo vuole, e non cambia niente. Se cambia qualche cosa è in meglio; capirebbe di più la vita, la gente, sarebbe meno orgoglioso di sé, ammetterebbe più facilmente di sbagliare, come sbagliano tutti gli uomini. Fra due preti, a parità di bontà e di intelligenza, io sceglierei lo sposato. Ma, e se la moglie non è indovinata? Non fa niente, anche noi sbagliamo a scegliere. Andrea non m’ha mai detto di sposarmi. Lui mi accetta come sono. Se mi dovessi sposare, continuerebbe ad accettarmi come sono. Me l’ha detto lui stesso. Non cambierebbe nulla. Per Andrea il segno della mia credibilità è essergli amico, amare la giustizia e dimostrare di credere in quel che faccio. Se il celibato m’impedisce tutto ciò, che mi sposi. Se il matrimonio me lo ostacola, che non mi sposi. Credo che, così, Andrea vada alla sostanza delle cose. Per lui il problema vero è quello che un prete ci creda sul serio e viva sul serio quello che dice di credere; non che sia sposato o meno.
Gigi non poteva mancare all’appuntamento. Molte battute, quando lui smonta ed io attacco il lavoro. Ci incontriamo mentre si danno le consegne o sotto ai forni. È sempre circondato dagli amici di squadra perché, se rimane solo, gli sembra che qualche cosa non giri. Spesso, alla fine del turno, ha la voce rauca per il troppo gridare. Azzecca molto bene il nocciolo delle questioni, ha una buona dialettica e sostiene le sue ragioni fino in fondo. A volte nemmeno lui è convinto di quello che dice, ma non lo vuole dimostrare; è il momento in cui ha un dubbio, una questione che non sa risolvere, e il suo gridare non è altro che un obbligare i compagni ad esprimersi, per tentare di chiarire il suo dubbio. Le battute che mi rivolge vanno dall’impostore ai dadi fritti; questi ultimi, hanno a che vedere col celibato. L’impostore è perché tutti i preti sono impostori; ma me lo dice in modo tale da lasciarmi capire che è disposto a fare un’eccezione per me. Gli amici che lo circondano mi dicono: Lascia perdere, non capisce niente. Lui grida ancora di più: Impostori anche voi, beduini (da quando gli dimostrai, però, che i beduini sono la gente più sapiente del mondo, ha smesso di parlare di beduini e si accontenta di buoi, nemmeno di cammelli). Sono momenti di vera amicizia. Chi smonta, poi, è più disposto all’amicizia di quando attacca il lavoro. I dadi fritti riguardano la mia cucina poiché, quando non si ha la donna in casa che ti aspetta, se vuoi mangiare, non puoi cucinare altro che dei dadi. Se mi vede pallido per il mal di stomaco mi dice: Sposati, e ti aggiusterai anche lo stomaco. Oppure mi assicura che perdo la cosa più bella che uno può avere nella vita, che anche i poveri possono avere, cioè la donna. Queste sono battute, punture amichevoli.
Ho già detto che Gigi, a volte, cambia turno, perché è uno dei più disponibili a fare un piacere ai suoi compagni. In questo modo può capitare nella mia squadra, come una notte, dopo più di due anni che ci conoscevamo. Mi chiede delle ferie, dove le passerò. Divertiti, dovrei essere io al tuo posto, tu non sai divertirti. No, non sai divertirti. Diventa serio. La solita domanda: Ma perché non ti sposi? Che gli debbo rispondere? Non c’è nessuna risposta da dare, almeno io non la trovo. Hanno scritto dei libri sul perché il prete non si sposa, con argomenti che potrebbero far colpo su Gigi anche se, in ultima analisi, me li saprebbe svuotare; ma a me non dicono niente o quasi. Se non mi convincono, non è onesto che li usi con Gigi. Anche Cristo, se ho capito bene, non ha usato nessun argomento ma ha fatto una semplice constatazione: ci sono anche gli eunuchi della terza categoria, che sono tali per il Regno dei cieli. Il celibato è, dunque, in rapporto al Regno dei cieli. Non è un’argomentazione. Chi ha mai visto il Regno dei cieli? Eppure esiste, è già in mezzo a noi. Se Gigi ama veramente sua moglie, e l’ama veramente, il Regno dei ciel i è già cominciato anche per lui. Glielo dico, con molta semplicità, come se parlassi a me stesso, senza preoccuparmi che lui comprenda o no.
Del resto, che comprendo io? Se non mi sposo è per dargli un segno che l’amore per sua moglie si manifesterà pienamente quando il Regno dei cieli si manifesterà pienamente. Il mio celibato, appunto perché è in rapporto al Regno dei cieli e non al fatto che sono prete, scelto liberamente, dovrebbe essere il segno della gioia di andare insieme verso la manifestazione del Regno, della mia gioia perché dico a Gigi che il suo amore crescerà ancora, della sua gioia perché dovrebbe fargli pensare che sarà capace di amare ancora di più. E che, quindi, non c’è più, fin da ora, nessuna differenza fra lo sposato e il non sposato, se si va tutti verso la manifestazione del Regno. Oh Dio, la differenza c’è, e chi non la vede? Ma se mi fermo alla differenza, allora il mio celibato non ha senso. È come quando incontro un ostacolo sul cammino; se mi fermo, allora il mio camminare non ha più senso; ma se lo salto, continuo a camminare benché l’ostacolo rimanga. Così la differenza la supero, anche se non la elimino. Ma per fare questo, bisogna che tenda alla manifestazione del Regno. Se mi togli questo, Gigi, il mio celibato non ha senso. Ma Gigi non mi toglie nulla. Sta solo in silenzio, pensoso. Ho parlato di un altro mondo, sconosciuto a Gigi ma anche a me. Se potessimo tutti ammettere che molte cose non le comprendiamo, non sarebbe più facile una intesa fra gli uomini? Ma tu non ti sposi perché te lo proibiscono, perché il prete non può sposarsi. Scandalizzerò qualcuno, ma io a Gigi ho risposto che la proibizione non mi dice niente. Che se non rinnovo, liberamente, la mia scelta di non sposarmi, ogni giorno, per quel Regno che deve manifestarsi, indipendentemente dalla proibizione, sarei il più infelice degli uomini. E poiché non voglio essere infelice, oltre tutto perché Dio non vuole la mia infelicità, mi sposerei. La proibizione esiste, come quell’ostacolo sulla strada, ma io tento di saltarla, di superarla. Sono certo, però, di non avere scandalizzato Gigi e spero di avergli fatto comprendere che, se non mi sposo, è perché scelgo liberamente di non sposarmi e non perché sono costretto, proprio per quel Regno che non si vede ma c’è, per esserne un segno, come una bandiera indica qualche cosa, fosse anche uno straccetto. Sarebbe già molto. In fondo io non capisco molto di più.
Gigi mi parla ancora di dadi fritti quando ci incontriamo sotto i forni; forse è un’illusione notare nella sua voce un’altra flessione. Ma non m’interessa molto. Qui, come sempre, è Dio che conta, non il mio celibato. E Dio può comandare di sposare una prostituta come di imbiancare le proprie vesti nel sangue dell’Agnello. È possibile imbiancare una tela con del sangue? Dio dice di sì. L’assurdo è una categoria umana, non divina. La notte, nel grande reparto, ti gioca lo scherzo di farti parlare anche del celibato del prete come di un assurdo che non è assurdo se sei convinto che non è assurdo.
Di giorno, invece, se se ne parla, occorrono argomenti chiari.
Dato che ci sono, lo debbo dire. Mi capitò, qualche volta, di essere interrogato, di giorno, da amici preti sulla faccenda del celibato. Fra preti non è come con Amos o con Gigi; è più facile discorrere. Basta, spesso, una sfumatura che Amos e Gigi non possono cogliere, per intenderci. Abbiamo dentro di noi un linguaggio in cifra che può sostituire complicatissimi ragionamenti. Tutto lascia credere che difficoltà d’intesa, fra preti, non ci debbano essere, nemmeno sul celibato. E poiché per me il celibato con indosso la tuta era un problema relativo, potevo presumere legittimamente che i miei fratelli di razza capissero che, per me, era un problema relativo. Invece, sarà una fatalità, il prete che va in fabbrica deve avere, come primo e principale problema, quello del celibato, sia per chi vede la purezza dei costumi insidiata quotidianamente dal gas, sia per chi considera il prete in tuta la testuggine che deve far crollare il muro dell’obbligo del celibato. Che gente curiosa siamo noi preti. Qui un discepolo di Freud avrebbe un amplissimo materiale di studio. Come se non ci fossero altri muri da far crollare, ben più importanti e più spessi, subito ristabiliti e fortificati, se mai avessero subito qualche scalfittura, proprio da parte di coloro che temono per il muro del celibato. Dicevo a questi miei fratelli di razza: perché spendere tante energie dialettiche per un problema che è, sì, reale, ma che ha poco a vedere con quello dell’evangelizzazione e della sua credibilità (l’insegnamento di Andrea), il solo che può riempire la vita di un uomo? Affrontando seriamente quest’ultimo, con tutte le implicanze che comporta, non si ridimensionerebbe quello del celibato, fino a farlo scomparire dal numero dei nostri problemi clericali? E sarebbe una dimensione ben piccola, ridotta a un’oncia, di fronte alla folla immensa che domanda pane e mani che glielo spezzino, siano di sposati o di celibi che importanza ha? Se guardo agli atteggiamenti di Amos, di Andrea, di Gigi, di fronte al mio celibato, non posso che tirare questa conclusione. Non c’è miglior mezzo per stabilire una reale, autentica vera scala di valori che il contatto con uomini veri, autentici, reali. Almeno così mi pare.
Ma anche con qualche operaio mi capitò di dover parlare del mio celibato durante il giorno, coi giornalieri appunto. Con loro è più difficile fare un discorso lungo, ciascuno ha il suo lavoro da svolgere, ora in un posto del reparto, ora nell’altro. Il turnista, invece, deve girare per tutto il reparto e, così, può fermarsi per due chiacchiere, anche tre, con l’uno, con l’altro o col gruppetto dei giornalieri che sta già chiacchierando se non c’è aria di capi in giro. Tommaso è un maestro nello scovare i giornalieri e mettersi con loro a parlare, parlare continuamente, soprattutto se il gruppetto è già formato. A cinque metri di distanza, Tommaso intuisce già, o crede di intuire, l’argomento e, qualche volta, ci azzecca; a due metri ha già preso lui la parola e non la molla fino a che i giornalieri hanno già sciolto il gruppetto. Io non posseggo questa virtù sociale di Tommaso e parlo coi giornalieri quando capita; soprattutto li ascolto. Essi sono molto più informati dei turnisti su quanto capita in fabbrica, sulle trattative che i sindacati stanno conducendo con la direzione, sugli scioperi in vista, sugli aumenti di merito che la direzione distribuisce come vuole, sui risultati della misurazione della nocività da parte della clinica del lavoro e su molte altre cose. Inoltre sono loro che fanno il trait d’union con gli altri reparti e tu, turnista, non ti senti completamente tagliato fuori. I turnisti dicono che i giornalieri sono dei privilegiati perché ricuperano le ore di sciopero con gli straordinari; e pensare che, se non ci fossero i turnisti, la fabbrica chiuderebbe. I giornalieri dicono che il turnista è un privilegiato perché fa otto ore di seguito e, quando smonta alle 14, fino alle 14 del giorno dopo non pensa più alla fabbrica; poi prende almeno quindicimila lire in più con le indennità festive e notturne. Però voi le vostre notti le passate a letto e dal venerdì sera al lunedì mattina non si parla di fabbrica. Insomma, è un problema senza soluzioni; e sarà sempre tale finché ci saranno turnisti e giornalieri.
Qualche giornaliero m’ha detto: Perché non ti sposi? Ci si fermava qualche minuto, il tempo per accenderci la sigaretta, per raccontarci le ultime novità che subito ci lasciavamo dicendoci salve. Ma che io sia sposato o no non gliene importa proprio nulla ai miei amici giornalieri, voglio dire come eunuco di terzo grado. Non è che il mio celibato importi, invece, al turnista in quanto tale e che questo interesse sia la discriminante usata dal padrone per fissare chi farà il turnista e chi il giornaliero. Nemmeno al turnista interessa il mio celibato di prete. Se Andrea, Amos, Gigi si sono posti il problema è perché siamo scesi in profondità nell’amicizia; e sarebbe capitato anche se fossimo stati giornalieri, un po’ più faticosamente perché la notte è un’altra cosa. Se ne sarebbero interessati anche se non ci fossimo trovati in fabbrica, purché fossimo stati amici. Ma mi chiedo se era possibile che io, prete, potessi diventare loro amico senza che ci fossimo trovati in fabbrica con la stessa tuta addosso. In sostanza (e rubo questa filosofica espressione al mio amico Tommaso), il celibato del prete non interessa, ma solo quello dell’amico che, per caso, è anche prete e, come tale, ha la proibizione di sposarsi.
È il caso di dire ai miei fratelli di razza che un prete, sposato o no, non dice quasi più niente alla gente normale? Che è necessario cercare in altra direzione affinché l’evangelo dispieghi tutta la sua potenza?

Luisito Bianchi

(Luisito Bianchi, Come un atomo sulla bilancia, Morcelliana 1972 / Sironi editore 2005)


 

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