Mio figlio

Sguardi dalla stiva


 

Intervento di Georgia Stillwell, di “Military Families Speak Out” (www.mfso.org) in occasione dell’incontro sullo “Stato dell’Unione del popolo”, svoltosi il 31 gennaio 2006]

 

Fratelli miei e sorelle mie nella pace,
vorrei potervi dire che da quando mio figlio è tornato alla vita civile la nostra famiglia è di nuovo intera e felice, ma non è così. Mio figlio ha 21 anni, è senza casa, senza lavoro, e l’11 gennaio scorso ha cercato di suicidarsi guidando l’auto contro un argine. Chiunque abbia visto com’era ridotta la macchina dopo, dice che non avrebbe dovuto sopravvivere allo schianto.
Io ricordo il giorno in cui ricevetti la telefonata che diceva che mio figlio era tornato negli Usa. Caddi in ginocchio sul pavimento, singhiozzando, ringraziando il Creatore perché era vivo. Allora non sapevo che quel che era tornato era un mero guscio fisico. Lo spirito e l’anima di mio figlio stanno ancora vagando per le strade dell’Iraq.
Vorrei che aveste potuto conoscere mio figlio, questo ragazzo diventato uomo. Era molto sensibile. Voleva un gattino, perché i cani gli facevano paura. Allora andammo in una fattoria, e là prese con sé il micio più magro, brutto e piccolo che c’era. Mio figlio ha dormito con questo gatto fino al giorno in cui ci lasciò per il campo d’addestramento.
Quello che è tornato, è lo stesso che da ragazzo mi teneva le mani o mi metteva il braccio attorno al collo quando eravamo insieme da qualche parte? È la stessa persona con cui scambiavo la buonanotte e l’assicurazione dell’affetto reciproco? È lo stesso che quando eravamo separati telefonava il più frequentemente possibile, e concludeva ogni chiamata con “Ti voglio bene”? È questo il figlio che ho tenuto fra le braccia all’aeroporto, mentre piangevamo insieme, alla sua partenza per l’Iraq? George Bush, ridammi mio figlio!

 

Mio figlio non voleva guardarmi negli occhi, quando è ritornato per la prima volta dall’Iraq. Era nervoso e si muoveva a scatti. Guidando l’auto andava da una stradina all’altra, evitando ogni via frequentata. I rintocchi delle campane lo facevano impazzire. Non riusciva a dormire la notte, e sembrava sull’orlo di un baratro. L’alcool stava diventando il suo modo di prendere sonno.
Velocemente arrivò l’agosto del 2005. Non lo sentivo da un po’. Si era lentamente allontanato da chiunque lo amasse e si preoccupasse per lui. Viviamo in stati differenti, e non è facile rintracciarlo.
In agosto, l’ho trovato. Sembrava uno scheletro. Il corpo del soldato era sparito. I suoi occhi non esprimevano altro che tristezza. Mi chiese venti lattine di birra, come cibo da mettere in frigorifero, perché non ne aveva. Si trattenne con me mezz’ora, anche se avevo guidato per 300 miglia per vederlo. Me ne tornai a casa. Le chiamate al telefono divennero sempre meno. I giorni divennero mesi. Non lo sentii per il Ringraziamento, non una parola a Natale, l’anno nuovo passò nel silenzio.
Poi venne il sogno. Le madri sono legate ai loro figli. Noi sentiamo il loro dolore anche se siamo a migliaia di miglia di distanza. Il 9 gennaio arrivò il sogno. Nel sogno c’eravamo un iracheno, mio figlio ed io. Eravamo legati insieme da corde. All’improvviso mio figlio era lanciato in aria, ed il suo corpo sbatteva contro una trave e non poteva respirare, stava soffocando. Non dimenticherò mai lo sguardo che aveva. Mi svegliai nervosissima ed incapace di tornare a letto.
La mattina dopo chiamai la sua ex ragazza, erano insieme dal liceo, ma lui l’aveva lasciata di recente. Mi disse che mio figlio era stato arrestato, durante il fine settimana, per rissa. In tutta la vita, mio figlio aveva preso una multa per eccesso di velocità. Non era un violento. Due ore dopo mi chiamò mia madre. Aveva controfirmato l’acquisto dell’automobile da parte di mio figlio. La banca l’aveva contattata perché il ragazzo era indietro con il pagamento delle rate. Si sarebbero ripresi la macchina. Io diventavo sempre più agitata.
Al lavoro, il giorno dopo, ebbi una chiamata d’emergenza dalla ex ragazza di mio figlio. Mi disse fra le lacrime che lui aveva guidato l’auto contro un argine. La ragazza aveva visto l’auto, e non poteva credere che fosse sopravvissuto. Aveva parlato con alcuni dei suoi amici, i quali le avevano raccontato che la notte prima piangeva parlando della guerra. Gli bastano un paio di birre, dicono questi amici, e mio figlio entra in quello che loro chiamano il suo “parlare da matto”. Mio figlio disse loro che voleva lavare via il sangue degli iracheni dalle sue mani. Poi prese la macchina e andò a schiantarsi.

Ho parlato con lui due volte, da allora. Non vado a trovarlo perché non vuole. La prima volta che gli parlai cominciai a piangere, a dirgli quanto lo amavo. La sua risposta fu: “Già”. Durante la seconda conversazione mi ha detto di sentirsi meglio. Si sente meglio perché il suo corpo è pieno di ferite e fratture? D’altronde, ora il suo corpo si accorda con ciò che c’è dentro di lui.
George Bush sta per ragguagliarci sullo “stato dell’Unione”. Beh, questo è lo stato della mia famiglia. La gente mi dice che mio figlio era un volontario, che sapeva quel che faceva. Mio figlio era un adolescente, e non aveva la più pallida idea di quel che avrebbe incontrato.
C’è qualcuno che può davvero capire la guerra senza averla sperimentata? La guerra adesso ci è arrivata in casa, sta tornando a casa con ogni soldato che torna.
Il corpo di mio figlio è sopravvissuto all’Iraq. Nient’altro di lui lo ha fatto.

Georgia Stillwell

(Da La nonviolenza è in cammino n. 1215 del 23 febbraio 2006)