Il calzino rovesciato

Sguardi dalla stiva


Le vecchie e nuove leve operaie ex–Siemens
di fronte alla precarietà che dilaga nel mondo del lavoro

 

Ormai la precarietà del lavoro marcia di pari passo con la globalizzazione dei mercati. Nessuno più la mette in dubbio. Anche i paladini “neo – cons“ del liberismo più sfrenato sono costretti ad ammetterlo. Cercano casomai di bilanciare questa ammissione con l’auspicio, basato per la verità su pochi dati reali, che in fin dei conti, un innalzamento generale della ricchezza o un proliferare di classi medie possa comunque assicurare un certo benessere a quote aggiuntive della popolazione mondiale. Quello che insomma si perderebbe in stabilità del lavoro ed in tutele sociali lo si guadagnerebbe in “sana” flessibilità, in “status“ sociale, in spendibilità di reddito, e così via….
Non meno schierate con le classi dominanti sono anche quelle posizioni cosiddette “progressiste“ che cercano una impossibile quadratura del cerchio tra sviluppo – profitto – consenso sociale, lasciando però inalterati i rapporti tra le classi e l’eco-sistema attualmente in essere.
Abbiamo tutti certamente bisogno di analisi sempre più puntuali che mettano a fuoco la profondità e le dinamiche di questa simbiosi globalizzazione – precarietà.
Quello che cercherò di fare in queste righe sarà di trasmettere la percezione delle dinamiche sopraesposte dal punto di vista di un delegato sindacale ex-dipendente di una nota multinazionale: la tedesca Siemens.
Teniamo sempre presente, anche se non mi soffermo su questo, che la Siemens nell’ultimo quindicennio è fortemente stata:
1) sponsorizzatrice del liberismo economico
2) politicamente riformista,
3) immagine del famoso “modello renano” ( quello dell’impresa sociale );
4) primattrice nella creazione a tappe forzate dell’unità europea.

Un colosso socio-economico-politico. Non la solita , bieca multinazionale yankee, ma un moderno, democratico e “sociale” gruppo europeo, con propaggini dirette nello stato tedesco, protagonista della cesura dei primi anni 90′.
Arrivo alla siemens di cavenago Brianza nel gennaio 1996, trasferito dal sito di via Vipiteno, in Milano.. In quel periodo la Siemens SPA Italiana conta circa 3000 addetti. Il gruppo, a livello mondiale, più di 400.000.
Cavenago è in piena ristrutturazione. Si producono ancora teleruttori e apparecchi elettrodomestici, ma i modelli sono ormai obsoleti e la fabbrica, dopo aver raggiunto fino ai mille addetti negli anni 70-80, sta cercando di sopravvivere con i suoi 340 dipendenti, in prevalenza donne di linea, con lavorazione a turni. Vengo trasferito lì con il mio reparto-modifiche di interruttori a medio-bassa tensione; ma è già in atto una pesante cassa integrazione che, insieme alla mobilità con accompagnamento, mandano in pensione parte del personale.
La Siemens, in cambio di questi accordi per ridurre gli occupati, promette l’arrivo del moderno teleruttore “Sirius“, che però non si muoverà mai dalla Germania.
Nonostante tutto, è ancora presente in forze la leva operaia degli anni 60 – 70 e la fabbrica, per molti aspetti, presenta dei livelli di tutela considerevoli:
– Le riduzioni del personale non passano da licenziamenti. Accordi sindacali garantiscono ai pensionandi trattamenti al 100% del salario nei periodi di attesa verso la pensione, più buonuscita. Quando il dipendente non ha l’età vicino alla pensione, si percorre la strada del trasferimento all’interno del gruppo.
– I livelli salariali e gli aspetti normativi interni (orari, permessi, maternità , assicurazioni ecc.) sono nettamente migliorativi, rispetto a quanto garantito dal contratto nazionale.
– Il personale viene assunto a tempo indeterminato (c’è un accordo sindacale che trasforma automaticamente gli allora contratti di Formazione Lavoro in contratti in tempo indeterminato)
– Ci sono relazioni sindacali che, pur conflittuali, hanno come sfondo il riconoscimento reale da parte della direzione dell’interlocutore sindacale.
– Le R.S.U. aziendali sono altamente rappresentative, organizzate, motivate,con più dell’ 80% dei lavoratori tesserati al sindacato.
 
In poche parole: stiamo ovviamente subendo i duri colpi della ristrutturazione mondiale ed i costi dell’unità europea (con la Germania che si tiene o si riprende i bocconi migliori), ma non ne siamo travolti. Ciò che mi colpisce subito sono queste tre cose insieme: la compattezza, la durezza e l’umanità di queste operaie. Era più di vent’anni che ormai giravo fabbriche di tutti i tipi, e qualcosa avevo pur visto… ma una comunità femminile di fabbrica così agguerrita mai.
Molte di loro sono di estrazione comunista e si caratterizzano per la passione politica. Molte altre sono cattoliche di base, impegnate nel sociale, nel volontariato, ma a volte sono più intransigenti delle prime. Quando ci sono gli scioperi, davanti ai cancelli, c’è un muro impenetrabile di vestaglie blu e gli aspiranti crumiri (tutti vergognosamente maschi!) non se la sentono di sfidare l’irrisione e la decisione di queste lavoratrici.
Da questa comunità sorge un folto gruppo di brave delegate, alcune delle quali sono ancora in fabbrica, e verso cui nutro molta gratitudine. Nel ’97 vengo eletto nella R.S.U.
Alla fine degli anni ’90 c’è una svolta improvvisa: la Siemens porta a Cavenago la produzione mondiale di cavi per macchine a controllo numerico.
L’occupazione, dopo le scremature del decennio, subisce un colpo in avanti: arriviamo di colpo a 250 addetti, ma i nuovi entrati (una cinquantina) sono tutti interinali. Sì, perché nel ’97 la legge Treu introduce un ampio utilizzo aziendale del lavoro a termine.
C’è in corso il rinnovo del CCNL metalmeccanico e ci sono i problemi dell’insediamento della nuova produzione, con la direzione che spinge i ragazzi a lavorare in modo frenetico, in barba al sindacato… La legge sulla “flessibilità buona“ del centro-sinistra non ci è di nessun aiuto. Prendono i lavoratori come, quando e per quanto vogliono. Uno la fai andare avanti per mesi contando cinque rinnovi nella stessa mansione, poi gli cambi mansione ed il conteggio riparte…I padroni ci sguazzano. Dobbiamo quindi affrontare a muso duro la direzione, fare molti scioperi, venire molti sabati, presidiare i cancelli.
Sono mesi di fuoco. “Mamma Siemens” chiede ai dirigenti di mettersi in tuta la domenica. Questi vengono e sbagliano le spedizioni…sembra facile !.
Noi dobbiamo fronteggiare con decisione questi ragazzi interinali che si presentano il sabato davanti ai cancelli, intruppati dai soliti tirapiedi. Mentre li ostacoliamo ci parliamo.: “Ragazzi, non entrate. Noi siamo qui davanti a voi perché vogliamo tutelarvi”. Ci guardano seri negli occhi, poi esitano, poi desistono. Alcuni di questi ragazzi oggi sono delegati o comunque schierati con la loro classe.. Nel 2000 riusciamo a strappare un accordo sul sito che, in cambio di incrementi di produttività, consolida la presenza Siemens e garantisce l’assunzione a tempo indeterminato di tutti i giovani “atipici“.
Passano quattro anni. Sono gli anni del monetarismo europeista, tesi a fare del nostro continente una potenza imperialista finanziaria, decentrando le produzioni nelle vaste aree a bassi costi ed alta intensità di manodopera. Sono gli anni della fortissima dinamica asiatica, che proietta Cina ed India come future potenze mondiali..
La Siemens si adegua rapidamente, e da “mamma“ diventa “matrigna“. La parola d’ordine è . “competizione globale“. Non interessa tanto introdurre ulteriore precarietà dentro la fabbrica per condizionare gli altri lavoratori, i “garantiti”. Si fa anche questo: legge 30, attacco alla contrattazione ed alla democrazia in fabbrica sono segnali precisi..
Ma il boccone più grosso consiste nel precarizzare in toto intere aziende , con l’utilizzo a raffica delle cessioni di rami d’azienda, delocalizzazioni, esternalizzazioni, utilizzo di terzi (o di prestanome), dove spesso queste multinazionali combinano l’affare edilizio con “l’alleggerimento” del personale verso altri lidi di non-ritorno.
E qui Siemens docet. In Germania (accordo di Bocholt del giugno 2004) fa da battistrada alla cancellazione delle 35 ore in Europa e poi, appoggiandosi a Schroeder, allo smantellamento dello stato sociale.. In paesi come l’Italia è ancora più facile fare scorribande di ogni genere: tanto nessuno ti chiede dazio. Così noi di Cavenago, dopo mesi di malcelate menzogne, veniamo venduti alla Falk Ambiente, la quale si impegna, dopo ristrutturazione edilizia dell’area, a costituire due ditte nuove in cui dovrebbero confluire gli ex- dipendenti Siemens (ottobre 2004).
La cosa non ci tranquillizza e per tre settimane c’è il blocco della fabbrica, ci sono manifestazioni, presidii, comunicati alla stampa, coinvolgimento di enti pubblici e partiti ecc… con questi giovani che vedono concretamente, per la prima volta ed inaspettata che il mercato non garantisce nulla a nessuno, nonostante tu lavori, anzi (direbbe il vecchio Marx) proprio perché produci plusvalore… Alla fine raggiungiamo un accordo in Assolombarda, garante Siemens, che impegna Falk Ambiente (poi Bartolini Progetti) ad assumere a tempo indeterminato ognuno di noi, mantenendo l’attuale trattamento economico, solo nelle due aziende ancora da costituire e dopo una mobilità con rientro pagata al 100%.
 
Situazione comunque difficile, che stiamo cercando tra molte difficoltà di portare a casa , senza perdere per strada i pezzi sostanziali dell’accordo. Abbiamo a che fare con realtà industriali farraginose, poco solide, dove le cooperative sono di casa, pullula il popolo delle partite IVA, il sindacato è molto indesiderato.
Esperienze simili le stanno vivendo proprio in questo periodo gli ingegneri della Siemens CNX di Aquila (230 addetti) ed i dipendenti ex-Siemens della Teleco Cavi (361 addetti) di Roseto degli Abruzzi, con i quali siamo in contatto.
Vado a concludere cercando di mettere a fuoco alcuni aspetti della moderna precarietà che ci tocca vivere:
1) essa è ormai anche normata per legge in ogni particolare, e tocca tutte le fasce anagrafiche e professionali di lavoratori. E non è temporanea !
2) Essa investe sia l’organizzazione del lavoro interna alla fabbrica, sia le strategie allocative, nonché finanziarie, delle aziende.
3) Essa pone alle rappresentanze operaie, a tutti i livelli, uno sforzo di formazione, trasmissione, confronto, organizzazione con le giovani leve operaie non più basate sulle singole realtà di fabbrica (anche se di lì partono, ma ti possono scappare di mano) quanto su una pratica ed una coscienza di “operaio globale“
Così il mondo del lavoro, rovesciato come un calzino in questi anni tormentati, potrebbe vedere nascere nuove primavere di lotte umane. A chiunque dà voce al grido di giustizia e di libertà degli ultimi, un grazie di cuore.

Graziano Giusti

  delegato FIOM-CGIL


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