Assemblea dei presbiteri di Mantova

Voci da chiese locali


Vita e ministero del presbitero diocesano oggi:
tematiche esistenziali

 

Questa relazione, presentata dopo una riflessione biblica nella giornata di spiritualità e di assemblea dei presbiteri di Mantova il 30 maggio 2001, interpreta, seleziona e raccoglie le dichiarazioni di oltre cento preti che negli incontri di vicariato si sono espressi in un percorso ufficialmente deliberato e promosso.
Sono voci “dal basso” che manifestano uno spaccato che con difficoltà trova spazi nei media ecclesiastici, lontanissime da quelle immagini edulcorate di prete che compaiono negli spot televisivi per reclutare i sostenitori dell’otto per mille.
Riteniamo che quanto emerge, anche nella sua parzialità, metta in luce aspetti realmente vissuti e sofferti da molti preti, ben oltre il territorio mantovano. Poiché sono talvolta imbarazzanti si tende ad avvolgerli in nuvole di incenso celebrative con l’effetto di silenziarle nell’oblio. Noi riteniamo, invece, che siano degne di attenzione e per questo le pubblichiamo.


Premesse

 
1. Lo scopo è proseguire nell’ascolto di ciò che suggerisce lo Spirito e di quanto è stato espresso dai preti negli incontri vicariali, al fine di favorire anche l’ascolto odierno.
2. La relazione, che in buona parte segue la traccia delle domande proposte nei vicariati, distingue tra presentazione sintetica e ragionata delle risposte e brevi commenti, che accentuano, a rischio esclusivo del parlante, il momento interpretativo. Il taglio dell’intervento non è perciò di rilevamento sociologico-quantitativo, ma ermeneutico; punta pertanto sulla comprensione dell’esistenza, non sulla conta delle opinioni.
3. I numeri tra parentesi si riferiscono al resoconto secondo l’ordine dei vicariati, seguito eventualmente dalla pagina.

 

1. L’ambiente del ministero presbiterale oggi

 

1.1. civile-culturale : cultura e vita quotidiana si muovono tra pragmatismo e utilitarismo, tra materialismo e consumismo (7,1), tra decadimento del senso del trascendente e godimento individualistico del benessere (6,1); si deve rilevare la complessità dovuta a sempre nuovi problemi, in un tempo di insicurezze personali ed esistenziali (10,2) e contraddizioni (5), nel quale dominano individualismo e soggettivismo morale: nella pratica tutto è messo in discussione (5,1; 2,1; 3), mentre per altro verso si rinuncia alla fatica del giudizio e all’assunzione di responsabilità (10,2): la gente tira avanti senza grandi ideali e vive tra paura, divertimento e rassegnazione, senza cercare alcuna cultura superiore (6,1).

Commento
Certo le difficoltà sono diffuse tra tutti: ne fanno fede un generale disagio del matrimonio e delle famiglie (2,1), così come l’educazione dei figli e la scuola, oltre le difficoltà personali (che non sono solo psicologiche) e un forte senso di insoddisfazione per il modo o qualità di vivere, di cui spesso il lavoro è come un simbolo pregnante. Sotto questo aspetto il prete è figlio del proprio tempo, del quale comprende e condivide incertezze, domande e prospettive di partenza.

 

1.2. ecclesiale-parrocchiale : la chiesa per molti aspetti sembra rincorrere i modelli proposti da questo mondo, con i suoi mezzi e le sue tecniche (7,1); 2,1 dopo la fine del contrasto col comunismo ateo, domina l’indifferenza religiosa, che porta anche i cristiani a sospettare della conciliabilità tra fede ed esigenze umane. La parrocchia viene vista come punto di erogazione di servizi ‘religiosi’ occasionali, non come centro di formazione alla vita cristiana; è diventata una realtà debole, (5; 2,1; 1,1 Il senso di frustrazione è acuito dal fatto di continuare a ritenerci realtà maggioritaria). La fede viene concepita da molti parrocchiani secondo il modello ‘supermercato': si compra secondo i propri gusti personali (4,1), prevalgono le richieste di tipo devozionale, mentre viene meno il senso di partecipazione, di collaborazione, di appartenenza (10,3); essa ha sempre più un carattere ‘episodico'; la domenica per la stragrande parte non ha un carattere sacro: si può dire che è in caduta libera (5,3; 2,2). Si è interrotta la trasmissione della fede tra le generazioni (da qui la difficoltà dell’educazione religiosa, acuita dall’assenza del prete nella scuola soprattutto elementare, e dalle insufficienze più o meno gravi degli insegnanti laici di religione) (6,2). I l ministero risulta inadeguato a fronte delle complessità attuali e delle richieste sia specificamente pastorali come di carattere generico (al prete si chiede di essere e di fare tutto). Rilevante per il clero è la condizione generale di riduzione del numero dei sacerdoti e delle forze psicofisiche (di ambedue la gente non pare rendersi conto 10,3). Per altro verso sembra tutto sommato debole o scarsa la collaborazione del laicato (a prescindere per il momento dalla responsabilità di una tale situazione).
Conclusione: siamo spettatori passivi di lenti e irrefrenabili emorragie senza crisi e senza contestazioni, e/o di un tradizionalismo impermeabile a proposte di rinnovamento (7,1).

Commento
Forse avvertiamo una certa tensione tra la pastorale (e il modello di chiesa) che fa perno sull’evento (con i corollari dei grandi numeri, della spettacolarità, dell’organizzazione verticistica, ecc.) da una parte e la nostra modesta realtà pastorale quotidiana (fatta di piccoli numeri, di piccoli incontri, di una certa routine, di poche certezze, ecc.) dall’altra. Vi corrisponde paradossalmente la sensazione che la chiesa viva o sia presente in certi momenti e occasioni, mentre in altri sembri come assente. Anche la parrocchia non è più una realtà scontata: per così dire c’è a intermittenza, appunto su richiesta, episodicamente. Di conseguenza, anche se il ministero ordinato (presbiterale, ma in senso analogo anche quello episcopale e diaconale) negli ultimi decenni ha guadagnato in precisazione teologica, non altrettanto può dirsi nella prospettiva della prassi (e quindi della consapevolezza del vissuto del singolo prete, consapevolezza che appunto dalla prassi viene anzitutto formata): alla parrocchia ‘sfilacciata’ (non dimentichiamo che nella realtà ecclesiale mantovana la parrocchia ha il quasi-monopolio dell’educazione alla fede e della vita cristiana: con alcuni vantaggi e gli inevitabili limiti di una tale situazione) corrisponde un ministero incerto, teso tra specificità ‘spirituale’ e piccolo gregge da una parte, e dall’altra promozione – o compagnia – umana e generalità della popolazione e della gente. La prima opzione sembra definita, ma risulta stretta (perciò il ministero esercitato in questa prospettiva incontra una piccola parte della realtà della vita), la seconda invece sembra aperta, ma risulta generica. Al presente probabilmente non possediamo un modello concreto di prete che attui la sutura dei due termini dell’impegno pastorale (la pastorale giovanile può fare da cartina al tornasole; ma anche la pastorale del morire e dei funerali cristiani; lo stesso potrebbe valere per una pastorale sociale, di cui per altro verso non sembra esserci traccia tra le nostre attenzioni pastorali).  


2. Aree problematiche della vita e del ministero presbiterale

 

2.1. Centrale risulta il nodo della solitudine del sacerdote, così articolabile:
+ fisica , riguardo alla gestione del quotidiano e dell’ordinario (7,1); il sacerdote è talora posto nella necessità di provvedere in tutto alla propria persona e alla gestione della casa: cucina, lavatrice, lavori domestici, fare la spesa (2,2; 5). Vivere da soli, soprattutto di notte, alimenta il timore che capiti un malanno senza riuscire neppure a dare l’allarme (2,2). Scarse sono le risorse economiche per una gestione domestica che permetta al prete di dedicarsi completamente al ministero; angosciante è il problema del futuro per i preti anziani: e Solferino non è il massimo… (6,2);
+ esistenziale , dovuta alle deboli e non costanti relazioni con i laici e gli altri sacerdoti (7,1); molti preti vivono soli nelle canoniche con evidenti difficoltà sia a livello personale che verso i parrocchiani ; si possono verificare disturbi a livello psichico e affettivo (gli aspetti concreti della vita umana del prete non sono mai stati affrontati seriamente 3,2). Diminuisce la possibilità di confidarsi, sfogarsi, chiedere consigli; egli non ha vicino a sé persone che sappiano condividere la sua scelta di vita: ognuno ha le proprie risposte e nessuno sta ad ascoltare il prete (10,3). Il prete talora si trascura : poco riposo, scarsa distensione, salute non sempre curata tempestivamente (2,2). La difficoltà è accentuata dall’ampio divario tra l’ideale del presbiterio presentato nel periodo di formazione e la realtà del medesimo (2,3). Del resto la carenza di vocazioni è connessa con la perdita di fascino della figura del prete, che risulta essere una figura poco significativa (1,1/2). Quanto al suo modello di vita egli prova la sensazione di una certa emarginazione nella società attuale;
+ spirituale , a causa anzitutto della povertà di referenti autorevoli sul piano del consiglio spirituale (7,1); scarsi sono i momenti di ritiro e preghiera, cosicché alcuni preti finiscono per cercarli altrove (2,3); più spesso egli rischia di ridurre la preghiera, lo studio, l’aggiornamento (2,2); si assiste alla frantumazione, se non alla scomparsa di modelli di spiritualità del clero diocesano (1,1); il prete non riesce a sentirsi missionario, e per quanto possa sembrare paradossale, raramente parla di fede (6,2);
+ pastorale : il prete è sottovalutato come maestro di vita cristiana; i grandi orientamenti della chiesa universale, le indicazioni diocesane, le esigenze della parrocchia arrivano sul tavolo del parroco… e poi? Del resto al ritmo incalzante delle attività corrispondono presenze numeriche ridotte ; il prete (parroco) deve occuparsi di fasce di età diverse, in contesti culturali che cambiano (2,2); il carico del lavoro pastorale aumenta, come pure il senso di inadeguatezza , di spiazzamento [mi viene la voglia di scappare via] e perfino di inutilità di fronte alla molteplicità ed eterogeneità delle richieste (1,1; 10,4): egli è continuamente tentato di ritirarsi nell’isolamento, senza rischiare qualcosa di nuovo. Egli non ha più la possibilità di frequentare tutte le generazioni, e incontra di fatto un numero sempre minore di persone (6,2/3). I preti si sentono lasciati soli nella lettura della situazione e nella individuazione degli interventi più idonei (1,1); la solitudine pastorale è aggravata per la povertà di referenti autorevoli sul piano delle scelte operative (7,1).
In sintesi l’atteggiamento pastorale più diffuso sembra la delusione (sconfitta e ritirata): le grandi aspettative del passato, sia a livello di chiesa universale (Concilio), di chiesa nazionale (progetti pastorali), di chiesa particolare (settimane pastorali, progetti di redistribuzione del clero) appaiono frustrate; tutti i temi e i problemi sono già stati discussi e rimangono irrisolti, mentre manca la voglia di riprenderli in mano; si sono aperte cicatrici ancora non rimarginate. Stanchezza e demotivazione fanno sì che si tiri a campare, rimandando continuamente il problema della crisi imminente (6,2/4). Manca un atteggiamento progettuale : dal centro della diocesi non arriva nessun aiuto, e il prete è allo sbaraglio. Anche i laici rischiano di essere coinvolti solo come tappabuchi, e il loro coinvolgimento è talora sentito come un aggravio di lavoro (6,3).
Infine i preti sono lasciati soli da parte del Vescovo , mentre tante promesse cadono nel vuoto (9; 10,4); il vescovo dovrebbe avvicinare i suoi preti più frequentemente, in modo da farsi un’idea sempre più precisa e reale della loro situazione pastorale e di vita personale (2,3).

Commento
Nel nostro contesto culturale ed ecclesiale Il prete avverte facilmente che la sua umanità diventa per così dire più pesante, cioè non immediatamente risolvibile nella ricerca di spiritualità e/o nell’entusiasmo pastorale, i quali in ogni caso possono nascondere per tempi sempre più brevi le difficoltà personali, di cui invece è segno inequivocabile il ‘corpo’ con i suoi ‘sintomi’. Il quadro di riferimento culturale, e in parte anche quello ecclesiastico generale e prossimo, è diventato più debole, anche se talora più spettacolare: da qui deriva che il prete non avverta in modo netto il proprio ruolo, il quale deve essere quasi inventato o almeno configurato su misura, col rischio di forti spinte individuali. Ciò a sua volta comporta che i laici (la gente) cerchino di meno il prete, la cui figura è ai loro occhi sfuocata o almeno contratta; ed egli di fatto si sente cercato di meno, mentre per altro verso non è (ancora) (stato) attrezzato a riconoscersi nella figura di chi va alla ricerca e non solo di colui che richiama pratiche religiose o frequenze ecclesiastiche supposte evidenti nel loro senso e in qualche modo dovute: senso e dovere al contrario sempre meno condivisi nella nostra popolazione.
Ciò può aiutare a spiegare perché lavorare (di fatto) con piccoli numeri origina nel prete quasi un senso di colpa: quello di non riuscire (più: infatti la maggior parte di noi è cresciuta in ben altro mondo e in ben altra chiesa) a raggiungere i molti. Inoltre Il confronto con la cultura di vita attuale, sempre più complessa, cioè frantumata e settorializzata, mette in crisi una forma di ministero rivolto in ogni suo esercizio (predicazione, incontro, consiglio, ecc.) a tutte le fasce di età, e che prescinde inoltre dalla cultura, dai valori professionali e dai mondi vitali specializzati (autoreferenziali) delle persone; per altro verso sintonizzarsi con le sensibilità o i modus vivendi di tutti risulta impresa quasi sovrumana. Da qui forse anche l’ineluttabilità di una navigazione a vista, la difficoltà di concepire e attuare progetti che tentino di interpretare nella luce del vangelo una vita quotidiana tanto sfuggente (ma fatica anche la teologia professionale!).
Quanto alla ricerca di spiritualità sia permessa una sola parola. Per dire che la cura della vita spirituale del presbitero dovrebbe attuarsi nell’orizzonte del ministero ordinato, quindi del servizio oggettivo nella chiesa e con la chiesa al mondo, mentre difficilmente può trovare risposta adeguata se percorre la via di una specie di carisma specifico o esclusivo di ‘gruppo’. Gli aspetti di spiritualità mariana, di Sacro Cuore, di adorazione eucaristica, di santità sacerdotale ecc., sono pertinenti, purché derivati dalla e ricondotti alla loro forma ministeriale, e non vissuti dal presbitero come dotazione privata o di gruppo.
Che infine anche l’episcopato trovi proprio su queste linee (tensione tra teologia ed esercizio concreto del ministero, molteplicità delle richieste e specializzazione dei compiti, ecc.) le sue difficoltà non meraviglia: è soltanto un segno eloquente del suo inserimento nella chiesa tutta e nell’ordine sacro in specie (e della sua parziale dipendenza dal ministero presbiterale).

 

2.2. interpretare il disagio attuale: tra soggettività emotiva e oggettività ecclesiale

+ le crisi recenti e attuali di alcuni confratelli richiedono una interpretazione accurata: molti concordano sul fatto che esse non siano riducibili a problemi affettivi personali, ma piuttosto vadano intel-lette sullo sfondo di una stretta relazione tra identità e ministero , esse richiedono un confronto più assiduo e puntuale sul modello di chiesa proposto, modello che risulta logoro [e talora perfino poco umano – riferimento al trattamento delle situazioni matrimoniali irregolari 8,1]; si deve verificare se un disagio di fondo non possa nascere anche dal fatto che le indicazioni operative formulate in passato sono state disattese (1,1);
+ il problema affettivo si fa serio: ci sono stati più abbandoni in questi ultimi anni che in quelli della contestazione (4,2); in effetti si può supporre che mediamente siamo diventati più esposti e più fragili (1,1), mentre per altro verso non si avverte il sostegno alla persona del presbitero a livello strutturale, affettivo, psicologico (PG);
+ inoltre si rileva lo stacco tra scelte pastorali operate nelle parrocchie e orientamenti e non scelte del centro diocesi (7,1; mi ci perdo dentro 10,4); la piaga della vita diocesana è la frattura sempre più larga tra la vita dei sacerdoti in parrocchia e il centro diocesi (4,2); le strutture diocesane sono avvertite spesso come estranee. Dal centro diocesi non si è in grado di comunicare entusiasmo (10,4); le proposte sono calate dall’alto, non c’è modo di discuterle; spesso però non sono neppure appoggiate, e nessuno si preoccupa di farle funzionare (6,4); così ad esempio il discorso sulle zone non è stato ripreso a livello operativo (3,1/2);
+ si ritiene i nadeguato , e perfino decisamente sbagliato continuare a voler coprire con un sacerdote tutte le parrocchie, anche quelle piccole; così si favorisce in modo pericoloso l’isolamento e la solitudine dei sacerdoti (7,2); infatti le parrocchie troppo piccole oggi non offrono al sacerdote la possibilità di svolgere un ministero efficace per mancanza di stimoli, di interlocutori e di situazioni culturali coinvolgenti. In questa situazione il sacerdote può trascurare la propria formazione e cercare hobbies in alternativa al suo ministero (9);
+ da qui risulta ancora una volta facile il passaggio al versante più oggettivo della crisi attuale: scontata la diversità di situazioni pastorali (ad esempio tra alto e basso mantovano), di interessi e cultura teologica, e di atteggiamenti personali tra le varie fasce di età del clero, si sottolinea soprattutto l’ assenza di punti di unità, condivisi e coscientemente assunti tra il clero (8,1); tra i preti non esiste una proposta comune e condivisa, ma prassi contraddittorie e non uniformi; mancano metodi di lavoro condivisi, attuabili, proficui; non appare un progetto a lungo termine che configuri la chiesa del domani: sembriamo più preoccupati di mantenere l’esistente (PG);
+ ne derivano sentimenti come ansia di fronte alle realtà nuove e sempre più diversificate (tra le realtà nuove c’è anche la presenza di persone di religioni diverse) (10,5), insicurezza nel discernere tra ciò che è più importante e ciò che lo è meno, che può giungere all’incapacità di determinare una scala gerarchica conseguente e coerente, e fino a spegnere o vanificare tentativi pastorali qua e là messi in atto (7,2) [difficoltà ad individuare e vivere un centro della giornata (10,4); conseguente rischio di considerare i parrocchiani come clienti da custodire gelosamente… (5)];
+ infine si denuncia che i preti sono caricati di troppe problematiche di tipo economico e di oneri finanziari e burocratici crescenti (4,7; 2,2; 6,2).

Commento
Certo risulta ben difficile separare in concreto crisi personali e difficoltà ministeriali: la storia del prete (come ogni storia di uomini) è concretamente unitaria, e ciò dovrebbe metterci in guardia dal dismettere la questione in modo sbrigativo. Ciò premesso, resta vero che le difficoltà sul fronte affettivo e (più in generale) personale crescono (e sono probabilmente destinate a crescere): una certa solitudine, la complessità di un lavoro poco gratificante, la necessità di un continuo adattamento, ecc. stanno a provarlo. Una buona medicina per tali problemi è l’impegno a ridurre (senza pretesa di annullarla) la distanza tra indicazione pastorale e prassi effettiva, tra creazione di attese e realizzazioni possibili. L’esecuzione di tale compito, che anzitutto spetta congiuntamente al Vescovo e ai presbiteri, potrebbe rafforzare la percezione non solo dell’unità collegiale del sacerdotium, ma anche quella dell’unità personale della vita-ministero, e quindi il senso dell’identità del presbitero. Una buona indicazione pastorale unita a una coerente attuazione crea senso di orientamento e propizia serenità nell’impegno.
E’ per altro verso questa una via sulla quale tentare di raccogliere, unificandole in un servizio pastorale che non può non essere poliedrico, le aspirazioni individuali, le capacità, la cultura, anche i desideri dei presbiteri. Le distrazioni (che talora possono assomogliare a fughe) come gli hobbies nascono forse da una incapacità della organizzazione della vita pastorale a suscitare servizi e valorizzare doti dei singoli, i quali rischiano di diventare marginali, e di essere tollerati più che valorizzati e coordinati, e all’occorrenza anche corretti e moderati. Certo è talora difficile tracciare una netta linea divisoria tra aspirazioni individuali e ritirate nel privato: appunto lo sviluppo coordinato dell’uno o dell’altro aspetto del ministero può aiutare tale discernimento.
Questo può essere il contesto globale della ‘serenità affettiva’ (che non va comunque idealizzata) del prete, il quale è esposto non tanto perché incontra e familiarizza con molte persone e numerose donne, ma nella misura in cui le incontra senza una sua precisa collocazione insieme interiore ed ecclesiale. Che nessuno (e non soltanto chi si trova in particolari difficoltà o periodi di crisi) possa affrontare l’intera questione da solo è cosa scontata; da ciò deriva anche in modo particolarmente evidente la necessità di una equa ripartizione dell’onere del lavoro pastorale: la sovraoccupazione rischia di portare a stress e nevrosi, la sottooccupazione a disistima di sé e senso di fallimento.
Un’ultima annotazione riguarda l’urgenza di stabilire una specie di ‘bene comune pastorale’, un patrimonio di orientamenti e di opzioni-priorità secondo il quale ordinare e organizzare il ministero (e ultimamente la preparazione, la spiritualità, l’identità del prete). A questo proposito sembra essenziale da una parte non trascurare, ma eventualmente precisare, il lavoro compiuto a tutt’oggi (per richiamare i momenti recenti: Consiglio presbiterale 1993, Folgaria 1994, 1995; alcune settimane pastorali, oltre che indicazioni della chiesa italiana, ecc.), e dall’altra superare la tensione (che si traduce in un gioco al rimando) tra il dal basso e il dall’alto. Si tratta concretamente di due modi inseparabili della vita della chiesa e dell’esercizio del ministero; lo spirito di iniziativa (che è una parte della virtù cardinale della fortitudo, o coraggio) e l’obbedienza sono carismi che lo Spirito suscita in tutta la chiesa, in alto e in basso (se tali espressioni hanno un senso). Usciamo dunque dal circolo vizioso (prima falsa alternativa) del chi parte per primo, superando la paura che blocca e l’attesa inconcludente, nella consapevolezza che la verità pratica (cui appartiene l’azione pastorale) non risplende mai senza una decisione che espone. Decidere saggiamente ed agire sono infatti aspetti essenziali della cura pastorale della chiesa.

 

2.3. I nostri limiti di preti mantovani

Partiamo dalla costatazione: la collaborazione tra sacerdoti non è facile per forme di gelosia ; a livello vicariale si teme una verifica seria : ognuno lamenta le proprie difficoltà, ma alla fine continua a coltivare la propria parrocchia come sempre (9); ciascuno vive nella sua parrocchia, senza ricercare collaborazione: questa appare come un aggravio del carico di lavoro e quindi viene rifiutata. Amiamo poco stare insieme, e aspettiamo che la scelta di vita comunitaria venga decretata dall’alto , abbiamo paura a operare la conversione in direzione della collaborazione-corresponsabilità, perché risulta più comodo stare da soli (7,2). E quanto allo stile è presto detto: troppe critiche vicendevoli, troppe chiacchiere leggere e conversazioni frivole (7,3); da qui si giunge a denunciare esplicitamente la reale ma incomprensibile carente fraternità e amicizia tra i sacerdoti (2,2). A questa si deve aggiungere che abbiamo il difetto di non credere nei laici , e di non farli evangelizzatori (5,6).

Ecco alcune possibili spiegazioni: molti preti amano la solitudine e non si sforzano di cercare vie e forme di collaborazione con altri sacerdoti e laici, sia per antica formazione (seminario), sia per pigrizia e individualismo quasi congenito, sia per sfiducia o paura a rimettersi in discussione (7,2).  

Commento
I vizi sono vizi, e non possono essere difesi, né giustificati; e a onor del vero i nostri, per nostra stessa confessione, non sembrano né piccioli né pochi. La penitenza si impone, con l’inseparabile sorella, che è la povertà: ma di queste non c’è traccia nei nostri discorsi.
Naturalmente il nostro stile pastorale non è riconducibile solo ai nostri vizi: l’interpretazione sarebbe alla fine semplicistica; occorre tenere presente almeno due fattori esplicativi del cosiddetto individualismo del clero.
Il primo è che la tradizione ecclesiale ci ha consegnato una concreta identità amministrativa tra paese e parrocchia, tra territorio e comunità cristiana (tra mondo e chiesa), ora invece sempre più sdoppiati; l’affidamento di tale unità al prete-parroco mira(va) a garantire una cura pastorale tendenzialmente universale, cioè capace di raggiungere tutti; all’unità di parroco-parrocchia corrisponde(va) una intenzione pastorale di universalità.
Il secondo è che tale figura pastorale, giuridica e amministrativa alimenta(va) un elevato senso di responsabilità e quindi di iniziativa e di zelo per le anime, ampiamente testimoniato da numerose figure anche del clero mantovano. Per altro verso la cornice offerta dalla teologia scolastica e dall’organizzazione ecclesiastica assicurava in parte ciò che noi oggi invochiamo come collaborazione e comunione.
Ora certo quadro e cornice sono in forte cambiamento, e questo lascia intravedere anche i limiti intrinseci di quella impostazione, con la necessità di alcune correzioni.

3. Apertura di prospettive

 

Si nota anzitutto che esiste un rapporto più sciolto tra il prete e le persone; è diminuito l’autoritarismo del prete verso i fedeli; mentre certamente resta il bisogno di una persona che testimonia e difende valori importanti per la vita di tutti (2,3). In generale poi dovremmo essere più capaci di cogliere l’opportunità del tempo che viviamo; per certi aspetti potrebbe essere un momento magico : la necessità ci costringe a interrogarci sul progetto di Dio (6,2/4). Infine per quanto riguarda il territorio l’unico segnale positivo è secondo alcuni la presenza di associazioni di volontariato , nelle quali trovano spazio anche giovani e adulti che in parrocchia non hanno sbocchi (6,3).  

Commento
Come abbiamo sentito, questo è forse il capitolo più magro della nostra ricerca, e direi anche il più debole; comprensibilmente per altro verso, non solo perché figura all’ultimo posto del questionario proposto ai vicariati, ma anche perché le difficoltà sopra enucleate rendono obbiettivamente più difficile tale ‘visione’.
Tentiamo qualche suggerimento, costatando anzitutto che nelle nostre comunità non è in atto una contestazione formale del compito né del ruolo del ministero presbiterale, per quanto la sua percezione possa essere sfuocata; anche se la qualità e la quantità del laicato della nostre comunità suscita talora perplessità (a prescindere dalle nostre responsabilità e dai nostri ritardi), resta che l’idea di una radicale unità nel servizio del vangelo fa la sua strada, mentre il ruolo specifico e concreto del prete non viene minimamente scalfito. Costatiamo ancora che sono scomparse o almeno indebolite le opposizioni pregiudiziali alla predicazione cristiana: possiamo parlare ed essere presenti un po’ ovunque (anche se le attese sono equivoche). Ecco tre indicazioni molto succinte, che tentano di mostrare come possiamo trasformare i problemi in opportunità.
I modelli prevalenti nella nostra cultura lasciano ‘scoperti’ quanto al senso e al valore ampi spazi dell’esperienza umana: certo molti parlano di vita, nascita e di morte, di sofferenza e dolore, di matrimonio e sessualità, di felicità e piacere, di ricchezza e povertà, di solitudine e massa, di lavoro e vecchiaia, di malattia e guarigione, di educazione e famiglia, di biotecnologie e globalizzazione dei mercati, ecc.; di volta in volta vengono chiamati il medico, il sociologo, lo psicologo, il sessuologo, l’economista, il politico, l’intellettuale, ecc. Ma resta scoperta la cosa stessa, cioè l’esperienza che gli uomini vivono, proprio la vita concreta, alla quale invece è precisamente rivolta la grazia che salva. In altre parole, i problemi e le domande obbiettivamente posti dalla condizione umana presente non possono trovare adeguata risposta né attraverso il metodo né attraverso il contenuto proposti dall’esperto: riguardo al mestiere di vivere si devono attuare il senso della vita e l’impegno della libertà, che sono l’interlocutore preciso della chiamata alla fede e della grazia dell’Evangelo cristiano.
Inoltre la vita di ampie fasce di popolazione, che sinteticamente potrebbe essere detta di ateismo pratico, ci stimola a operare in direzione di una evangelizzazione che non sia pensata e strutturalmente mirata in modo immediatistico alla appartenenza ecclesiastica e alla celebrazione di sacramenti: così invece sono per lo più caratterizzati a tuttora, almeno di fatto, gli incontri parrocchiali di preparazione al matrimonio, al battesimo dei figli, come pure gli incontri per i genitori alla prima confessione, prima comunione e cresima dei figli. Si potrebbe pensare in qualche punto della diocesi a qualcosa come a forme di dialogo con ex o postcristiani, a qualcosa come una scuola di cristianesimo, o comunque a forme di primo annuncio che, ad esempio, tengano conto di appartenenze culturali, di professioni, di ambienti vitali (si tratterebbe in questo caso di qualcosa di diverso da una catechesi degli adulti e da un corso di teologia)?
Infine aumentano rapidamente in mezzo a noi gli extracomunitari, che in larghissima parte non conoscono il vangelo (ma c’è anche il problema dell’accoglienza dei cattolici: centro e sudamericani, centroafricani, filippini, cingalesi, ecc.); possiamo permetterci di lasciare ‘senza parroco’ quella che presto sarà la parrocchia più grande della diocesi? Fuori metafora: come assolvere il nostro compito di dialogo sincero e di annuncio progressivo (cf Gruppo diocesano dialogo interreligioso)? E non abbiamo in proposito qualcosa o molto da imparare dai nostri missionari, anche proprio dai preti diocesani fidei donum (defunti e vivi)?

4. Proposte

 
+ si propone di indicare alcuni confratelli come referenti di spiritualità sacerdotale e di animazione pastorale (7,3), e di rivedere comunicazione, e formazione sia iniziale sia permanente, in modo che i preti non siano costretti ad arrangiarsi (1,1;2,2;PG); e ancora di prevedere forme di aiuto perché i preti possano reggere anche l’esperienza del fallimento nell’impegno pastorale (1,1);
+ insistita è la richiesta di linee guida a livello pastorale : concrete, semplici e realizzabili; poche, precise ed essenziali, comuni a tutta la diocesi, direttive prese dai responsabili (9; 3,1; 5; 1,1/2; 10,1/4) secondo progetti condivisi (6,4). Inoltre si chiede al Vescovo di aiutare a identificare che cosa sia più importante e che cosa meno, e come rispondere insieme alle sfide di oggi, mediante l’indicazione di una gerarchia di priorità (3,1/2 ter, anche se ciò può risultare difficile, perché tralasciare qualcosa significa rischiare di perdere dei cristiani 4,4);
+ molto sentita è l’esigenza di trovare momenti di incontro (ascolto e preghiera comune 7,3; si invita a ripetere con regolarità incontri come questo [PG], anzi a indire ogni anno una giornata sacerdotale: Gruppi di studio n 1 e 2) e di condivisione (anche per meglio ricuperare l’identità sacerdotale 4,5) e strumenti per collaborare ; ma per fare decollare la collaborazione (nella forma delle unità pastorali o zone, anche semplicemente a partire da due o tre parrocchie collegate anche in modo spontaneo 7,3) bisogna che qualcuno se ne faccia carico : lasciati a se stessi i preti confessano di non riuscirci (6,3);
+ si propone di ricuperare il presbiterio come luogo in cui si prende coscienza insieme della realtà e insieme si fanno le scelte più significative (8,2); si avverte l’esigenza di un regolare e non solo occasionale esercizio collegiale del ministero, il che comporta anche riforme strutturali delle parrocchie e dei servizi diocesani (1,1), insieme con l’impegno a dare attuazione ai progetti già pensati e approvati (PG). Si chiede di dare spazio a esperienze comuni di condivisione (anche come via maestra per ricuperare l’identità personale 4,5), facendo credito alle capacità, proposte e intuizioni dei preti sia anziani sia giovani (3,1/2 e alle risorse personali PG), modificando ruoli rigidamente strutturati (parroco-curato) in direzione delle zone pastorali, e prevedendo spazi per iniziative personali e sperimentazioni (PG);
+ si propone ricupero e rilancio dei ministeri , con particolare attenzione al diaconato permanente e agli altri ministeri istituiti e/o di fatto, e alla formazione di animatori laici (7,3; 10,4);
+ Più in particolare si propone: di ripensare in modo concorde i criteri per l’ammissione ai Sacramenti (2,3); di lavorare per ‘progetti’ e itinerari di fede qualificati (2,3); di istituire le zone e affrontare il nodo delle zone pastorali (5; 10,4), cercando di superare le simpatie o meno tra i singoli preti (4,7); di gestire diversamente il cambio di preti, per verificare criteri pastorali e sostenere le persone (8,2); di prestare attenzione alle due fasi più delicate del ministero: l’immissione come curati e l’immissione come nuovi parroci (7,2; 3,2); di valorizzare momenti importanti della nostra pastorale: battesimi, matrimoni, prima comunione e cresima, con gli incontri e i corsi che in tali occasioni si tengono (9), così come l’appartenenza alla comunità ecclesiale (1,1).  

Commento
E’ chiaro il bisogno di referenti (e implicitamente di modelli) come supporto personale (di vita spirituale, e anche per accompagnamento nei periodi di difficoltà) e come supporto pastorale. Un vescovo, che ha compito e ruolo definiti in senso sacramentale e pastorale, non pare poter da solo affrontare questi compiti, né sopportare tali oneri, anche se certo a lui compete istituire e guidare questi servizi. Evidentemente non si tratta di complicare la relazione tra vescovo e preti attraverso la creazione di figure di mediazione o peggio di ammortizzamento, ma di esprimere la carità (passione) pastorale, anima della spiritualità presbiterale, anche come carità tra preti.
Insistita inoltre è la richiesta di linee pastorali concrete, pensate con la dovuta collegialità, enunciate in modo autorevole, e attuate in maniera efficace e verificata: quel poco che dia però il senso di un orientamento definito e di un umile cammino di chiesa, il quale ha una sua prima e fondamentale visibilizzazione ecclesiale nell’azione pastorale del clero. Di nuovo si tratta di andare oltre la paralisi (e la seconda falsa alternativa: tra consenso e responsabilità), cioè di non attendere per decidere e agire una unanimità che, detto francamente, su diversi punti non sembra esistere, né emerge dai resoconti vicariali, e che pertanto sarà il risultato di scelte sagge oltre che di partenze adeguate. L’assunzione responsabile di rischi appartiene alla progettualità dell’agire pastorale, la quale tuttavia farà bene a guardarsi da semplificazioni e slogans che non raramente circolano negli ambienti ecclesiastici (l’ultimo suona così: ‘dalla manutenzione della chiesa alla missione’).
E’ ovvio che qui si toccano i limiti invalicabili del ministero presbiterale: ci sono e ci devono essere altri ministeri (di nuovo al di là della falsa alternativa – la terza – tra ministeri di fatto e istituiti), il che è ben lungi dall’escludere (come qua e là si teme), anzi richiama iniziative personali e sperimentazioni oculate. Dobbiamo chiedere con convinzione il servizio di tutti i cristiani alla chiesa e al vangelo; mentre per iniziative e sperimentazioni dovremmo impegnarci a fare spazio a quelli tra noi che sono preti più giovani.
 


Conclusione

 
Per non tediarvi appesantendo la relazione, ho evitato di citare una serie di scritti o documenti di diocesi e commissioni ecclesiastiche che mostrano ad abundantiam come i problemi sopra esposti siano ampiamente comuni al clero almeno del Nord Italia, ma certo non solo ad esso; il cammino, anche quando diventa faticoso, non è isolato: anzi l’isolamento è un rischio da evitare ad ogni costo. La prospettiva fondamentale, generale e unitaria del cammino potrebbe essere delineata così: non ci è dato di riprendere il nostro passato, con i problemi che ci consegna, e di guidare l’ambiguo presente se non aprendoci maggiormente alla missione evangelica, dalla quale deriva anche il carisma sacerdotale. Fare generosamente credito al ministero nell’oggi della chiesa (mantovana e non solo) è la forma della nostra obbedienza a Cristo Signore.

Alberto Bonandi


Fonti :
1 . i resoconti dei dieci vicariati (il vicariato Madonna delle Grazie ha mandato due resoconti; anche il gruppo preti giovani ha offerto un proprio contributo)
2. la sintesi dei gruppi di studio del Consiglio presbiterale del 21.2.01.

Bibliografia :
– Conferenza Episcopale Lombarda, Il ministero sacerdotale diocesano. Esortazione al clero, 1978.
– Commissione presbiterale lombarda, Lettura dell’esperienza presbiterale per una proposta positiva, (1999; fotocopia)
- Diocesi di Milano, Vicariato per la formazione permanente del clero, ‘E li mandò due a due’, Centro Ambrosiano 2000.
– Consiglio presbiterale di Vicenza, Preti nel mondo che cambia (4.3.2001)