Convegno di Palermo sul “Vangelo di carità”

La chiesa dei poveri


 

Considerazioni sul documento preparatorio (1995)

 
(…) Nel documento preparatorio dei convegno, citando l’enciclica Laborem exercens 8, si nomina la Chiesa dei poveri.
Premettendo che vi sono delle realtà che, come il nome di Dio, conviene non nominare invano, ci sembra di dover affermare che esistono almeno due modi di guardare i poveri: dall’alto e dal basso. Dall’alto: anche se ci si china e si aiuta, permangono le distanze, non viene colmato il dislivello, l’abisso rimane. Lo sguardo dall’alto è terribilmente esposto al rischio di una caduta, non nuova nella Chiesa e nelle organizzazioni di solidarietà: da un lato di svolgere una funzione assistenziale e dall’altro di essere collaterali ed organici a forze politiche ed economiche che creano emarginazione e sostengono una visione autoritaria della vita civile.
Dal basso: quando lo sguardo nasce nella condivisione di una vita concreta nella quale si incontrano dei soggetti precisi, con i quali si condivide la vita o importanti aspetti di essa; con soggetti che conoscono l’assenza o la penuria di beni umani essenziali o importanti oppure la sofferenza per sopraffazioni ed ingiustizie subite.

In Italia globalmente non si può parlare di Chiesa dei poveri, anche se moltissimi sforzi ed organizzazioni sono mobilitati a favore dei poveri (quando la classe dirigente di una istituzione, la Chiesa è anche questo, occupa normalmente sedi prestigiose e centrali nelle città, la visibilità che offre non consente certo di identificarla con i “poveri”; bene che vada si potrà dire che si interessa “dei poveri”). Vi sono comunque molte esperienze di vera condivisione che sarebbe terrificante utilizzare come fiore all’occhiello, senza impararne la lezione.
Questi due sguardi non vedranno mai le stesse cose perché le prospettive sono diverse. Non dovranno mai fondersi, perché facilmente il risultato sarebbe frutto di una falsificazione. Basta poco a perdere la limpidezza dello sguardo…

(…) Francamente si resta letteralmente stupefatti dal vuoto presente nel documento preparatorio di Palermo di un sia pur minimo riferimento ai temi del lavoro e della disoccupazione. Un Convegno nella città siciliana, nel meridione d’Italia, dove la disoccupazione media nello scorso anno ha raggiunto quasi il 20%, mentre la disoccupazione dei giovani in età 15-24 anni arriva al 51,7% e degli adulti in età 25-34 anni tocca il 25,2%, come può non nominare espressamente la cosa? Il riferimento “all’amore preferenziale per i poveri (quale) dimensione essenziale della fedeltà a Cristo e alla sua parola”, senza chiamare subito per nome un dato non episodico ma strutturale, con tale imponenza e violenza, non corre il rischio di riprodurre una ritualità di formule che rifugge l’analisi precisa della realtà non solo come serie di fatti, ma come concatenamento di cause ed effetti? Sottolineare l’attenzione ai giovani e ai “valori” sui quali concentrare l’opera educativa, senza denunciare in termini precisi l’ideologia pervasiva della profittabilità , quale espressione di un sistema che tende a ridurre tutto a merce, pervadendo menti e sensibilità, non significa oscurare, o almeno indebolire, il compito di far emergere, e dire, la verità?

“E’ in atto una totale mercificazione dell’umano…L’unico criterio di valore universale è la profittabilità . Ogni altro valore perde consistenza, perde semplicemente senso…L’imposizione autoritaria dell’unico valore universale, quello derivante dall’essere merce , fa oggettivamente piazza pulita di ogni altro valore ad esso non riconducibile” (Da un documento dei pretioperai della Lombardia, 1994).

Perché non si parla di giustizia? Non è ambivalente, anzi ambiguo, il discorso della carità che non reclami in prima istanza l’attuazione della giustizia? Insomma non c’è l’enorme pericolo, come ampiamente è avvenuto in passato, di organizzare “opere di carità” per turare le falle di una organizzazione sociale ed economica che per sua stretta necessità secerne apartheid sociale ed eserciti di marginali?
L’accoppiata più mercato, più solidarietà , cantata in coro da più parti, non equivale di fatto a più mercato, più beneficenza con la elusione e l’elisione dell’istanza della giustizia e del diritto ? E, in tutta franchezza, non è in azione una forma di cristianesimo tutto teso ad occupare e gestire le voragini dell’emarginazione, a organizzare in proprio spazi della società, dopo la perdita di quello che 50 anni è stato il naturale braccio politico del cattolicesimo? (…)

Roberto Fiorini