Ricordando Nicolino Barra

Ricordiamo


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Ho conosciuto Nicola nel 1975: ero a Roma da pochi mesi e lui stava al Borghetto Prenestino, quando ancora c’erano le baracche. Quel gruppo di pretioperai fu una presenza forte per tutti noi che ci affacciavamo su quelle realtà e soprattutto per la chiesa di Roma che in quegli anni usciva dal suo torpore: erano gli anni del “Convegno sui mali di Roma”, della “Lettera ai Cristiani di Roma” e della “Scuola 725” alle baracche dell’Acquedotto Felice con Roberto Sardelli. Sparite le baracche con tutto quel movimento di forte aggregazione e contestazione, quei luoghi lasciarono spazio alla costruzione di nuovi quartieri e parchi. Con orgoglio Nicola ci mostrava la reliquia di quella storia: un albero che prima era appiccicato alla sua baracca era rimasto, unico esempio in compagnia dei nuovi arrivati. Non so che fine abbia fatto, ma vorrei che fosse cresciuto e invecchiato in quel parco testimonianza di quella presenza significativa.
I baraccati hanno poi avuto dal comune di Roma una casa e moltissimi sono andati a finire ad Ostia e con loro anche Nicola che ha voluto seguire il destino di tutti.
Me la ricordo quella casa, molto austera, piena di scaffali per libri, con delle lampade fioche sparse un po’ ovunque. Mi raccontava che un giorno un ragazzo, entrando in quella casa, dopo aver suonato il campanello, si fece il segno della croce; evidentemente gli richiamava la chiesa.
Là ti sentivi a tuo agio perché trattato come uno di casa. Le prima parole che ti diceva dopo il saluto erano: “Se hai bisogno, il bagno sta là… Ti faccio un caffè… mettiti comodo, se sei stanco distenditi, là c’è una stanza…”. I mobili della sua cucina probabilmente erano ancora quelli delle baracche: nessuna sedia era uguale e nessun piatto s’assomigliava; così pure le posate e i pensili, diversi in altezza e colore. Ti ci trovavi bene perché sapeva di familiare e tutto era in perfetto ordine e pulizia.
“Come ti va? E ti ascoltava senza interrompere e con molto interesse. L’unico suo intercalare era: “Bene… ma che bello… mi fa piacere… sono contento”. Prima voleva sentire le tue cose con rispetto e capacità incredibile, senza giudizi di sorta. Chiamerei questo atteggiamento empatia, rispetto della persona e delle sue scelte.
Per le riunioni dei pretioperai di solito ci si dava un tema da trattare a turno e spesso si parlava a ruota libera. Nicola aveva delle battute semplici e quelle piccole frasi erano dei tesori che racchiudevano profondità; non pronunciate mai a caso.
Spesso mi recavo ad Ostia per una serata con lui: le tappe erano la chiesa, la casa per la cena e la passeggiata sul lungomare.
La chiesa della parrocchia di S. Vincenzo de’ Paoli è ricavata nei locali costruiti per dei negozi: molto semplice ed essenziale.
L’appuntamento era per il vespro e solo lì ho capito il significato dei salmi recitati da un piccolo gruppo insieme con Nicola, con calma e tono meditativo.
La sera non c’era la messa ma i fedeli si riunivano per questo incontro di preghiera. “Non dobbiamo fare grandi cose, ma dei piccoli passi significativi. Quello che facciamo lo si faccia con amore e convinzione e con cura. ‘Gutta cavat lapidem’, il cambiamento sta nelle piccole cose, ordinarie e fatte con costanza”. Questa era la sua filosofia. Dopo il vespro si intratteneva pochi minuti per salutare e se qualcuno aveva bisogno di parlare lo invitava il giorno dopo nella stanzetta accanto alla chiesa. Dedicava molta importanza all’ascolto e al colloquio con le persone, il tempo non contava.
Sulla parete di fondo della chiesa erano esposti gli avvisi per le attività: poche ma significative, perché troppi corrono il rischio di non essere letti. Mi ha impressionato molto l’utilizzazione delle offerte divise in percentuali: per i poveri, per le spese di gestione e per un progetto significativo. Il tutto esposto con chiarezza e precisione. Tra l’altro si era sempre opposto alla costruzione della nuova chiesa, nonostante le pressioni. Spesso portava piccoli gruppi di ragazzi e ragazze al monastero di Subiaco per qualche giorno, dove potevano sperimentare “l’ora et labora”. Erano giornate di silenzio e di preghiera con i monaci con alcune ore dedicate ai diversi lavori di pulizia del parco. Per Nicola il monastero di Subiaco era il suo Tabor: si recava là per riposarsi e ricaricarsi soprattutto dopo i periodi di Natale e Pasqua. Là c’è anche una grande biblioteca nazionale che costituiva pane per i suoi denti. Infatti la sua casa di Ostia era piena di libri e la sala da pranzo aveva l’aria di essere una biblioteca. Leggeva moltissimo e con amore, sottolineando le cose più significative con pignoleria da certosino e comunicando poi agli amici quello che aveva scoperto.
La prima cosa che facevi il giorno dopo era quella di procurarti il libro che lui aveva letto. I suoi titoli erano moltissimi: i padri della chiesa, i padri del deserto, le problematiche inerenti alla chiesa, la politica, la poesia, letteratura e romanzi. Di solito non iniziava la lettura di un nuovo libro o rivista senza aver terminato il precedente; infatti i suoi libri erano tutti ordinati con cura e non ne trovavi sparsi ovunque nelle stanze come di solito capita. Solo il libro che stava leggendo era bene in vista, vicino alla poltrona.
Le cene a casa sua erano molto sobrie ed erano preparate prima che lui andasse in chiesa per i suoi impegni. Ci si fermava per strada a prendere il pane fresco, mentre la frutta proveniva sempre dall’orto di sua madre, una donna eccezionale di 87 anni, che ancora coltiva l’orto nella casa di Trevignano sul lago di Bracciano: quant’eran buone quelle mele e quelle pere che profumavano di sole e di terra! Dopo cena era d’obbligo la passeggiata lungo il mare, al tramonto. Ostia sa di molto familiare e per chi non la conosce difficilmente riesce a capire il calore e l’atmosfera che emana da quei palazzoni e da quelle strade piene di vita: motorini che scorazzano, frotte di ragazzi davanti al bar, gente che torna a casa dalla spiaggia, ragazzi che giocano al pallone nei giardinetti un po’ rinselvatichiti, donne che stanno al balcone e chiaccherano con quelli che stanno sul marciapiede…
Mentre si camminava si parlava molto e si osservava quello che succedeva attorno. Ci si sedeva a guardare il sole che tramontava sul mare, mentre le onde si frangevano sulle rocce. Molti erano i silenzi, ma pieni di voci interiori. Ci si confrontava sul nostro vissuto di pretioperai, si parlava di Vangelo, della chiesa e di tutto quello che succedeva. Quei momenti erano molto intensi, di confronto, ponendoci degli interrogativi che spesso non avevano risposte.
Per Nicola i pretioperai avevano un ruolo importante nella chiesa e per questo dovevano impegnarsi di più all’interno della struttura, per dare delle risposte alle parrocchie. Era importante agire all’interno facendo piccoli passi. È la teoria del piccolo tarlo demolitore. Non porsi in opposizione ma ponendo dei segni diversi che rendono inutili gli altri.
Come fabbro era un grande lavoratore, molto puntiglioso e preciso. Capacissimo di insegnare il mestiere a chi stava con lui. In questi ultimi anni non aveva fatto altro che costruire antifurti per le macchine, tra l’altro molto efficaci, e inferriate per le finestre. Evidentemente ladri e scassinatori davano molto lavoro. Mi diceva, infatti, che vent’anni fa metteva inferriate alle finestre del piano terra e negli ultimi tempi fino al terzo piano.
Col sopraggiungere della malattia ha abbandonato con rammarico il lavoro. Ha dovuto lottare molto ed io ritengo essa fosse la conseguenza di molti dispiaceri che noi due soli e forse pochi altri conoscono.
Era cosciente del suo male, già dalle prime settimane sentiva dolori e lo convinsi a farsi ricoverare all’ospedale “Regina Apostolorum” di Albano, là si sarebbe trovato bene. Infatti spesso mi ringraziava della scelta di quel luogo.
L’ho visto piangere ed io con lui. In quell’occasione mi ha detto una frase che non scorderò mai, la stessa che mi ha ripetuto qualche giorno prima di morire, l’ultima volta che l’ho sentito per telefono: “La strada che noi pretioperai abbiamo intrapreso è quella giusta, l’unica cosa di cui mi rammarico è che sono stato troppo buono e paziente: dovevo essere più duro sulle idee per le quali ci siamo battuti”.

Mario Signorelli

 

In attesa di una foto migliore, abbiamo riprodotto quella che si trova sul sito dedicato a Nicolino dai suoi amici romani (www.latenda.info)

All’incontro nazionale di Viareggio 2000 Nicolino Barra è stato ricordato in un breve, affettuoso intervento da Lorenzo D’Amico.