1988 Verona / Questione operaia e beatitudini

Seminario sulle beatitudini / Verona 1988
interventi



Io percepisco una sintonia feconda tra il conservare le beatitudini come quadro riassuntivo del riferimento religioso e il permanere del rimando utopico nell’agire sociale.
So che l’agire sociale ha delle precise esigenze di razionalità. Per risultare serio ed efficace.
Pratico quindi da tempo lo sforzo di non trasferire in questo campo la carica emotiva di eventuali “sentimenti” religiosi.
Provengo infatti da un mondo in cui un agire sociale guidato “soprattutto” da tensioni spirituali si è dimostrato incapace di rimuovere le cause dei mali che voleva combattere.
Anzi, alla lunga, si è rivelato funzionale a coloro che invece lo praticavano con “l’astuzia del serpente”.

I tempi che stiamo attraversando mi sembrano però esposti al rischio di espellere dall’agire sociale anche ogni riferimento alla pur laica categoria dell‘Utopia.
Le “logiche del sistema capitalistico” vivono una straordinaria stagione di indiscusso dominio planetario.
Ogni ipotesi teorica e ogni tentativo storico di sconfiggerle sembra miseramente fallito. Va di moda un pensiero debole che accetta tutto ciò come dato di fatto da cui non si può prescindere.
Fuori di qui sembra esserci spazio solo per l’irrazionale e quindi per il socialmente inutile. Se non addirittura pericoloso.
In altri tempi, simili a questi, il mantenere alto il riferimento all’Utopia si è dimostrato utile sia al pensiero che all’azione di chi non voleva rassegnarsi a dover subire un sistema che continuava comunque a giudicare anti-umano.

Anche lo scontro di classe sul modo di produrre capitalistico è attraversato da queste tensioni.
C’è chi, non nel vuoto di discorsi teorici ma nel concreto di questa lotta, tenta di seminare le tracce di un non chiuso discorso sull’Utopia.
A me queste tracce è sembrato di leggerle:

  • tutte le volte che qualcuno mantiene distinti i giudizi dalle mediazioni…
  • quando, contro il ricostituirsi di nuovi centri di potere, ho visto fiorire nuove irriducibili polarità dal basso…
  • quando, assieme alla necessità di essere organizzati e uniti, si rivendica quella di essere pienamente coscienti…
  • tutte le volte che qualcuno si oppone alle compatibilità di sistema, esattamente nella loro spicciola applicazione quotidiana dove esse svelano la loro violenza sull’uomo…
  • quando, contro la silenziosa complicità di tutti, si tenta di denunciare l’aggravarsi del dominio e dello sfruttamento in fabbrica…
  • quando qualcuno non si rassegna alle intese di vertice, non giustifica in nessun modo il burocraticismo, non si tappa il naso per fedeltà alla propria organizzazione…
  • quando non si torna a “mangiare il vomito” e
    • il dinamismo sociale viene chiamato ancora competizione
    • l’affermazione dei valori soggettivi, viene chiamata individualismo
    • il senso gerarchico, sudditanza
    • la complessità, diseguaglianza…
  • quando, nonostante le brillanti apparenze, non si accetta di chiamare “ordinata e libera” una convivenza sociale che “democraticamente” costringe alcuni (tanti o pochi, non conta!) a produrre in “quel” modo…
  • …e anche quando qualcuno, proprio per questo, decide di non fuoriuscire individualmente da “quel” modo, neanche con il pretesto di far politica a tempo pieno…

Vivere così la propria azione sociale in fabbrica, fa toccare con mano ogni giorno come non esistono paradisi “garantiti” per nessuno.
Anche nelle grandi fabbriche, anche in quelle a partecipazione statale (come la mia!), si sperimenta cosa vuol dire essere minoranza, supercontrollata, non tutelata, discriminata e, appena possibile, liquidata.
Nelle fabbriche italiane ci sono oggi uomini e donne — conosciuti alcuni, dimenticati i più — che stanno pagando il loro contributo di resistenza all’oppressione perché brandelli di questo “sogno” non vadano definitivamente persi per tutti. Attraverso di loro passa, qui nel Nord del mondo, il flusso delle beatitudini.
In questo convegno, appunto, di beatitudini si parla.
Sarebbe mostruoso che venisse fuori un messaggio che anche lontanamente si accodasse nel ritenere ormai superata la questione operaia.
Dichiarando così questi uomini e queste donne inutili per la storia. Esattamente come si è cercato di fare per le beatitudini.

Sandro Artioli