Percorsi cristologici

“Chi dite che io sia?”


In questo “maledetto” tempo ci sono non poche benedizioni per la nostra esperienza cristiana. Il castello dogmatico, tutto perfettamente sagomato, definito e custodito (e persino ferocemente difeso), lascia trasparire il peso dei suoi anni. La ripetizione di quelle formule di Nicea e Calcedonia, fuori dal contesto e dalla discussione che le ha prodotte, fa pensare a una vera e propria imbalsamatura di Gesù, ad una fotografia della stessa vita intima di Dio (la Trinità ontologica e le sue operazioni). Infatti «le costruzioni teologiche sono “case” in cui vivere per un tempo, con finestre semiaperte e porte socchiuse; diventano prigioni quando non ci consentono più di andare e venire, di aggiungere una stanza o di toglierne una o, se necessario, di lasciarle e costruirci una casa nuova».

 

La prospettiva continuista


Per molti cristiani, sulla scia dell’insegnamento ufficiale, le formule dogmatiche cristologiche e trinitarie sono la fedele traduzione ed esplicitazione delle Scritture. Una parte, in verità molto consistente e pubblicizzata, delle trattazioni dogmatiche si esprime in questa direzione, senza lasciar spazio alcuno a quelle domande che emergono dalla consapevolezza della storicità del dogma, dalla “contingenza e parzialità” dei linguaggi e degli immaginari umani. Lo studioso Bernard Sesboué arriva a dire che «Nicea non è altro che una conclusione tratta a partire dal Vangelo». Sia pure con sfumature diverse, questo è l’orizzonte ideologico assolutamente pacifico della manualistica più nota e del “Catechismo della Chiesa Cattolica” appena edito. La persona che percorre il suo itinerario di iniziazione cristiana normalmente introietta questo dato catechistico: analizza la Bibbia e spremila e ne ottieni il succo trinitario e cristologico ufficiale. Fuori da questo “spazio della verità” esiste il nulla o l’eresia. La visione storica dell’intrecciarsi continuo di mille ricerche e la permanente realtà plurale delle teologie cristiane vengono completamente rimosse.
Questa operazione continuista, un vero e proprio falso storico, trova ampia diffusione perché la censura vaticana pratica la sistematica persecuzione o emarginazione dei dissenzienti, ma anche perché la maggioranza degli intellettuali “laici”, quando si addentra in argomentazioni religiose e in ambiti dogmatici, recita le formule del catechismo di prima comunione, con qualche abbellimento linguistico (Eugenio Scalfari in testa…). Così la versione televisiva e giornalistica è sostanzialmente papalina.
Come è squallidamente evidente in questi mesi, il martellamento e l’inquinamento giubilare cattolico sono presenti su tutti i canali televisivi senza che arrivi alle nostre orecchie qualche consistente analisi critica.
L’illusione continuista ha una funzione inibitoria anche rispetto al futuro dell’esperienza cristiana. Se vengo abituato a nutrirmi di pillole dogmatiche anziché di proteine bibliche, se vengo defraudato del plurale, di quella comunione delle differenze, di quel ventaglio esplosivo, di quei mille frammenti che caratterizzarono il movimento di Gesù fin dal suo nascere, la struttura della mia fede è esposta al rischio di identificarsi con quel solo modello con pericolose tentazioni di possesso e di esclusività.
La mia tentazione sarà quella di leggere il mosaico delle Scritture con occhiali dogmatici. Ciò mi renderà molto più difficile gioire della perla preziosa delle mille diversità cristiane, della positiva “babelicità” che non necessariamente diventa contrapposizione. Come farò a dirmi che molto spesso è stata dichiarata “eretica” la posizione non funzionale al potere e, invece, è stata ufficializzata come verità di fede l’opinione del partito vincente? Che altro è l’ortodossia?
Né questa dottrina ufficiale può accaparrarsi il monopolio della tradizione. La tradizione cristiana, infatti, è anch’essa molto più ricca, molto più variegata, molto più viva, bella e plurale. Le teologie che hanno costruito la grande e contraddittoria tradizione cristiana sono la smentita più sonora del monolitismo e dell’uniformità.
Se, ritornando più succintamente al nostro tema, osserviamo la questione cristologica nel lungo dipanarsi della matassa storica e teologica e poniamo attenzione al continuo “affanno” storico, esegetico e dogmatico attorno all’evento Gesù di Nazareth, ci accorgiamo che si tratta di una “ebollizione” non sedata, di una ricerca incessante e mai paga del già “definito”, del già detto. Attorno a Gesù, al suo ministero, alla sua funzione, alla sua persona, alla sua storia, al suo messaggio… la discussione non si è mai spenta. Ad onta di tutte le versioni ufficiali e di tutte le definizioni conciliari, le cristologie non sono mai diventate uno stagno ma sono rimaste sempre un mare aperto, mosso e vitalmente attraversato da molte correnti diverse, ora visibili ora sotterranee, e da forti conflitti. Se gli stessi concilii di Nicea, di Efeso e di Calcedonia sono stati spazi di ebollizione mai sedata, l’ideologia del continuismo cristologico ufficiale nasconde un fatto storico oggi incontestabile: da Nicea a Calcedonia e ben oltre un concilio innesca la miccia che rende necessario un altro concilio perché il fuoco cristologico delle questioni irrisolte e controverse cresce di volta in volta. Ad un singolo concilio non riesce mai di esprimere compiutamente la ricerca pluriforme delle comunità, delle chiese, dei teologi, delle scuole teologiche e molti interrogativi ricom-paiono puntualmente dopo ogni tentativo di sistemazione teologica.
Quello che Dio ha operato e manifestato nell’uomo Gesù di Nazareth sembra far scoppiare i nostri presuntuosi contenitori dogmatici.

 

Il Kairós

 
La “rottura culturale” che, come svolta profonda, ha segnato il nostro tempo “postmoderno” ha anche registrato l’irruzione di molti stimoli positivi: il dialogo storico-cristiano, il cammino ecumenico, la teologia della liberazione, la teologia femminista, il dialogo con le religioni, un nuovo fiorire di ricerche esegetiche, storiche e dogmatiche. Lo stesso Concilio Vaticano II ha rappresentato, pur con il compromesso delle formule che lo ha caratterizzato, un momento in cui si sono aperti spazi nuovi. La ricerca cristologica vive da almeno cento anni una stagione straordinariamente viva e feconda.
Dunque, pur in mezzo a guerre e drammi, anche se stretti da tutte le parti da una politica vaticana oppressiva, Dio non ha cessato di offrirci nuove opportunità. Voglio dire che tutto questo fermento ai quali ho fatto cenno possono rappresentare un Kairós. «Kairós è un punto della storia in cui, a motivo della particolare costellazione di eventi e di personalità, sono latenti possibilità e progressi genuinamente nuovi. Esso non è soltanto una situazione, ma è anche una opportunità. Se lo perdiamo, perdiamo qualcosa di molto importante». Se noi, al crocevia di queste rilevanti opportunità, non assumiamo la responsabilità che il Kairós ci affida e ci rifugiamo nella ripetizione del passato, rischiamo di «porre la luce Vangelo sotto il moggio e di rendere più difficile la fede nella buona novella». Cogliere questo Kairós significa per il cristianesimo, secondo questo orientamento di prassi e di pensiero, valorizzare «l’opportunità di crescere e di evolversi in maniera genuina e di comprendere il Vangelo in modo nuovo, in una maniera che permetta alla potenza del Vangelo di continuare a brillare in forme fresche e più comprensibili».
Noi, in questo passaggio, non stiamo “rompendo” con la fede dei nostri padri. Talune discontinuità teologiche non negano una sostanziale continuità nella fede.
Non stiamo nemmeno “inventando” un’operazione inedita. Nel corso della lunga esistenza del movimento di Gesù i linguaggi cristiani hanno più volte dovuto fare i conti con il mutevole contesto storico. Semmai è il fatto che noi oggi ci siamo fermati alle formule di Nicea e Calcedonia e le abbiamo imbalsamate a costituire problema. I nostri “padri” hanno cercato di dire per il loro tempo — in bene e in male — il cuore della loro fede. Noi, in un contesto completamente mutato, ci permettiamo di ripetere pigramente quelle formule, storicamente situate e linguisticamente contingenti, figlie di una cultura e di un immaginario che abbiamo in larga misura alle spalle. Questo appoggiarci a tali formulazioni, come se esse fossero la fotografia della verità e delle reliquie intangibili, offende lo spirito di ricerca di quelle generazioni di credenti.
La genesi storica di quegli antichi linguaggi, sia pure con le ombre che i secoli non ci permettono di dissipare, ha ragioni ben comprensibili. Quando le comunità primitive entrarono nell’area della cultura greco-romana e persero progressivamente contatto con le loro radici ebraiche le immagini mitiche e le categorie funzionali di “figlio di Dio” e di “incarnazione” furono ontologizzate e trasformate in categorie assolute ed esclusive. Il linguaggio mitico, poetico, narrativo «si trasformò in prosa solida e passò da un metaforico figlio di Dio a indicare un metafisico Dio Figlio, della stessa sostanza del Padre» (J. Hick).
Era naturale che le comunità primitive, nel contesto della nuova cultura, cercassero di esprimere la loro esperienza di Gesù con questi concetti filosofici e nel linguaggio degli assoluti. «Quei padri conciliari parlavano da cristiani, ma pensavano da greci», ma «noi non siamo obbligati ad accettare i presupposti filosofici e antropologici di quei concili greci come condizione di una fede viva… In essi l’uomo Gesù, ebreo di Nazareth, scomparve… Inoltre, ciò che quei concili intendevano dire fu assolutamente indurito e spesso distorto nella catechesi, nella predicazione e nella teologia». Ecco perché diventa antistorico mantenere ossessivamente l’intangibilità di quella formulazione: «Il modello di Calcedonia non parla più in termini umani ed è di solito incomprensibile».
Basti pensare alla distanza che esiste tra l’attuale concetto di persona rispetto all’ipostasi del passato. Oggi, nella mutata costellazione dell’esperienza umana soggettiva e oggettiva, la dottrina cristiana delle due nature dà luogo ad una vera “fallacia ipostatica” con «il rischio di ridurre Gesù a un semplice manichino guidato da un burattinaio invisibile. In tale modo la cristologia dei Vangeli viene iscritta in un modello a lei estraneo e di fatto la figura umana di Gesù è completamente falsata».
Oggi, riprendendo un concetto mai completamente interrotto con molte cristologie di tutti i secoli passati, fiorisce una ricerca cristologica che non parte più dalla questione del rapporto tra le due nature in Gesù, ma da ciò che è centrale nella testimonianza dei Vangeli: Gesù è vissuto in una comunicazione profonda con Dio e, per noi cristiani, in forza della chiamata che Dio gli ha rivolto, in forza della missione particolarissima che Dio gli ha affidato, Egli è il testimone, l’epifania, la icona, la sofferenza di Dio, la parabola di Dio, il figlio prediletto”. Egli è cresciuto in totale obbedienza e dedizione al regno di Dio. «Gesù non ha mai fatto della sua persona la realtà ultima e centrale…». Gesù addita oltre se stesso, a un mistero carico di senso… che egli chiama «Padre più grande di me».
Gesù, dunque, non è un semidio o un essere metastorico, ma persona con due nature. Egli è esclusivamente uomo «e non ha alcuna maggiorazione che lo faccia diverso da noi. Gesù, perciò non ha rivelato Dio perché nella sua natura umana fosse divino, ma perché era stato reso così umano da diventare traduzione del progetto che Dio ha dell’uomo, era diventato così trasparente alla presenza di Dio da consentirne la piena manifestazione nella carne».
Certo, tutto questo ad intra per noi cristiani, senza vantare nessun monopolio dell’epifania, delle testimonianze di Dio in altre vie di salvezza.
Ecco perché «è impossibile vincolare l’esperienza cristiana alla concezione teologica della divinità di Gesù» e perché «identificare Gesù Cristo con Dio va oltre la testimonianza delle scritture cristiane».

Sarebbe fuorviante pensare che questo orizzonte teologico “diminuisca” il ruolo e la rilevanza di Gesù nella nostra vita cristiana.
È proprio Gesù che ha messo i suoi discepoli sulla strada della diocentralità. Il suo richiamarsi a Dio è profondo e costante. Questa prospettiva, saldamente ancorata all’evangelo, che riconduce tutta l’opera e l’esistenza dell’artigiano e profeta di Nazareth nel servizio della signoria-regno di Dio, non diminuisce di un millimetro l’importanza essenziale di Gesù per un cristiano/a, ma fa propria la consapevolezza, felice e liberante, che il fenomeno cristiano non esaurisce il campo e l’azione salvifica di Dio. Dio e la Sua salvezza sono più grandi anche del cristianesimo.

Franco Barbero