Il tempo dei viventi


“Chi dite che io sia?”



“Nato da donna”
(Gal. 4,4)

 

Il tempo stesso aveva raggiunto il momento del parto. I nove mesi della gestazione  iniziati il primo giorno della creazione pervennero al kairòs, la pienezza, e diedero alla luce il Figlio nato da donna, nato sotto la legge.
(Elisabeth Green, Dehoniane, 1992)

 

Quando i millenni capirono che si avvicinava per loro il momento del parto, si compì anche il tempo della turgida attesa di Maria: l’una nel grembo dell’altro, la donna e lo spazio-tempo del mondo erano pronti a dare alla luce il Figlio di Dio. Solo una perfetta aderenza della creatura alle leggi del creato, solo la cristallina consapevolezza del proprio ruolo vicendevole, canto e controcanto, avevano potuto consentire l’accadere dell’Evento.
L’antico testamento aveva più volte annunciato la venuta del Messia, ma come sempre – e qui più che mai – la realtà supera le intuizioni profetiche o la saggezza di chi si è dedicato a studiare le scritture. L’Evento campeggia in tutta la sua grandezza a dividere la storia in un prima e in un dopo: il figlio di Dio è nato da donna.
Quale rispecchiamento amoroso è avvenuto fra Dio e Maria? L’attrazione degli opposti? La Luce è stata conquistata dalla perfetta densità della creatura in grado di rifletterla? Il creatore si è commosso di fronte al particolare, luogo dove poter riposare il suo non avere confini?
I rapporti fra Dio e il popolo eletto sono stati da sempre improntati a un discorso amoroso: la gelosia di Dio, il suo non patire che Israele volgesse altrove il suo sguardo, il forzare i profeti con modalità che ripercorrono sovente l’antico gioco delle parti nei corteggiamenti, il cantico dei cantici fra tutti.
Ma ora, per consegnare suo figlio al mondo, per trasformare l’Infinito nel finito, il Principio nel caduco, Dio non patisce più simboli, parafrasi, non insegna, non fa intravedere.
Mosso dall’intelligenza amorosa, l’Evento passa attraverso l’unione, ne segue il concepimento, il lento tempo della gravidanza, infine la nascita.
Il primo paradosso che apre la strada all’Evento è l’aprirsi di un grembo di donna che crede nell’impossibile: non conosce uomo, ma sa che aderendo a quanto le è stato annunciato – conoscere Dio senza veli – diventerà feconda. L’annuncio venuto dall’alto si è ripercosso nel basso, il Magnificat proclama: “ L’anima mia magnifica il Signore e lo spirito mio gioisce in Dio mio Salvatore perché ha rivolto gli sguardi alla umiltà della sua serva”.
Dall’interno di sé, la lunga genealogia dei grembi materni che avevano portato e mantenuto la vita in questo mondo si apre a sbocciare l’inaudito: la creatura avrebbe partorito il Creatore. Ogni cellula, ogni corpuscolo o frammento di vita custoditi e tramandati nel patrimonio genetico, l’esperienza delle nascite già avvenute e quelle che si erano perdute, ciascun fremito e movimento accaduto, tutto era stato indispensabile per arrivare a quel momento.
La giovane donna si impegnò per nove lunghi mesi a mettere insieme cellule di carne per formare trama ed ordito. I due opposti che la abitano si fondono lentamente nella tiepida oscurità del suo ventre, permettendo al figlio di Dio e di una donna di entrare nella storia. La materia da lei usata le è arrivata attraverso un’antica sapienza femminile, un saper fare tutto speciale che unisce la capacità biologica (sintesi dell’intera intelligenza del cosmo) alla attitudine a fare spazio, a non invadere, a distinguere – pur nella prossimità – fra sé e l’altro, a stendere un confine, a permettere al nuovo che si affaccia il tempo necessario a crescere e prepararsi alla vita.
Quanto ha a che fare con la vita ha a che fare con il basso, perché la vita per materializzarsi ha bisogno di due componenti: l’oscurità (poca luce, pochi rumori, umidità e calore) e la materia ancora indifferenziata che è nel momento della sua massima potenzialità.
E proprio il basso, a cascata, cantano tutti gli altri paradossi che ruotano intorno all’Evento: la nascita nella stalla; la prossimità degli animali (il gradino inferiore della scala evolutiva) così vicini, così caldi e solidi; il biondo fieno e il letame umile e fumante; i pastori e il popolo minuto che accorrono a contemplare perché riconoscono il mirabilis ; il lento arrivo dei Magi che hanno abbandonato la via della speculazione per aprirsi alla ricerca guidata dal gusto del meravigliarsi, dal lasciare che la loro intelligenza non sveli, ma sia svelata e condotta a nuova vita dall’imponderabile.
I singoli paradossi fanno da corona all’Evento – il maggiore dei paradossi – che annuncia che il Creatore è anche creatura, limitata, definita, difettosa, fragile, nata, appunto, da donna. Dopo questa nascita si capovolge il prevalere della categoria della morte e al suo posto emerge la categoria della vita: gli esseri umani non sono più i mortali figli di Adamo, ma i viventi. Con Cristo inizia l’era dei viventi.
Il mondo del limite come mondo della donna è stato rivisitato dal pensiero della differenza sessuale che negli ultimi venti anni ha proposto un nuovo orizzonte prospettico dal quale leggere il mondo. “La differenza sessuale sarebbe l’orizzonte di mondi di una fecondità ancora non avvenuta. Creazione di una nuova poietica ”. La riscoperta dell’identità sessuata al maschile e al femminile dell’essere umano, che ci consente di uscire dalla ambiguità di un essere neutrale o universale, sospinge a reinterpretare tutte le relazioni fra il soggetto e il mondo e il soggetto e il cosmo. Ogni cosa va riletta perché al centro del discorso vi è la coppia umana, maschile e femminile: così la concezione dello spazio-tempo , la percezione dei luoghi , i rapporti materia-forma .
Nel faticoso percorso della propria individuazione – che le ha portate a un ricco e complesso confronto – le donne hanno delineato quel “continuum materno che dall’interno dei grembi ci riporta ai primordi della vita”. Da lì sono state in grado di leggere il mondo con occhi diversi, restituendo ad esso una densità che era da tempo perduta. La filosofia greca, le cui categorie tanta parte hanno avuto nel trasmettere l’Evento, è improntata ad una visione drammatica della vita. La nascita viene assimilata a una caduta da uno stato alto: l’amoroso crescere, tessere, nutrire delle donne non vi ha posto.
È tanto teso il maschile a superare la bassezza della nascita, l’onta della morte, che ogni sua energia è rivolta verso, proiettata oltre, e questo movimento gli fa perdere il senso concreto del reale. A forza di filtrarlo attraverso la purezza della mente, il mondo consuma il suo spessore; visto attraverso la categoria della morte è un luogo dal quale fuggire per tendere verso l’infinito. L’esistere diventa così un mero passaggio, durante il quale si tenta di soggiogare la natura con la superiorità dello spirito, elemento valorizzato al massimo dalla cultura maschile. La vita de-realizzata diventa tanto trasparente da perdere sostanza. Ciò che la illumina, infatti, non è la feconda luce che viene dall’alto a vivificarla, ma il tentativo di renderla trasparente sottraendovi materia, che è come dire rendendola meno umana. L’avere dimenticato il senso del limite deriva dalla dimenticanza delle origini, dal rinnegare che siamo nati da donna, dal non accettare un’etica della differenza sessuale.
L’Evento inaugura una nuova era che ha bisogno, per essere realizzata o per lo meno per riuscire a leggerne il disegno, di un’intelligenza aperta che accolga l’apporto del molteplice. Il segno della molteplicità (inaugurato dalla relazione creatore-creatura) sta già tutto nella coppia uomo-donna perché senza una lettura duplice la realtà non è decifrabile.
Per incarnarsi nella coppia Dio ha scelto la donna, colei che stava in basso e che era basso, nel senso di materia, luogo, contenitore (Platone faceva addirittura coincidere soma con sema , con un gioco di parole che assimila la materia alla tomba …). Ma anche sapienza del fare, capacità di accogliere e mettere insieme e generare.
L’era dei viventi e della molteplicità è quella cantata dalla giovane Maria a un’altra donna, anch’essa incinta e che aveva, lei sì, “orecchie per intendere”:
“La sua misericordia si estende di età in età su coloro che lo temono. Ha mostrato la potenza del suo braccio, ha disperso gli uomini dal cuore superbo, ha rovesciato i potenti dai loro troni ed ha esaltato gli umili. Ha saziato di beni gli affamati e rimandato a mani vuote i ricchi”.
Sempre e di nuovo viene esaltato il basso come il luogo per eccellenza della predilezione di Dio, luogo che, se assunto, obbliga alla molteplicità; al prestare ascolto alle voci altrui; al condividere la propria primogenitura con gli altri abitanti del mondo; ad aprire quanto è stato prestabilito al vento disordinato della novità.
Le donne sanno le cose della vita e della morte e tutto ciò che sta nell’intervallo fra di esse: il dipanarsi quando lento, quando accelerato di movimenti che si intrecciano, si compongono e scompongono lungo i giorni e che vanno verso… La vita che vi si svolge è universale non perché de-realizzata ed assurta a categoria, ma semplicemente perché esiste in ogni luogo.
Gesù non si separa dalla vita per essere in grado di capirla: non dubita di vivere in una caverna dalla quale occorra essere strappato a forza per rivolgere la propria energia verso “ la conversione dal regno della generazione verso la verità e verso l’essere” .  È dal di dentro della vita, somma di giorni e di anni che durano quasi tutto l’arco del suo esistere, che egli grida alto il suo messaggio, che sparge a piene mani le gemme delle sue parole – rubini e perle che narrano la Vita nascosta nella vita.
L’Evento è lo scandalo dello specifico, il prendere forma dell’in-finito, la concretezza del nato da donna, il particolare che rompe gli schematismi dell’universale. Tutto questo si iscrive nel regno della donna che include con naturalezza il difetto, la zoppìa, l’andare arrancando, il proseguire per tentativi, la capacità di mettere insieme materiale diverso, compresa l’accettazione dei tentativi mal riusciti. Suo è il sapere che tutto il faticoso vivere e tentare per aggiustamenti progressivi di camminare verso la meta fa parte del lento svolgersi della vita nel tempo dato, che è avventura della creaturalità.
Guardare il mondo dall’orizzonte femminile significa stare lontano dalla luce dell’intelligenza che separa, che è netta, troppo, che vuole illuminare e scomporre. Che non accetta il brulichio dell’indefinito che è sinonimo di difetto e perciò di mortalità, che vuole cautelarsi dirigendosi verso l’alto, elevandosi, andando oltre, oltrepassando la vita per oltrepassare la morte.
Ai piedi della croce la maggior parte dei discepoli se ne è andata; vi sono gente comune, il discepolo prediletto e le donne. Le donne e la croce: la terribile morte di croce di Gesù. Cosa facevano, cosa guardavano? L’inenarrabile? L’insopportabile dolore che poteva solamente essere raccolto ed accolto? Donavano la forza necessaria a sostenere lo scandalo estremo della Vita che viene inghiottita dalla morte?
O il loro stare è la paziente attesa delle donne che attendono ancora una volta che “per l’ordine della nascita giunga il suo tempo”? Le donne assistono, da sempre, ai parti ed anche qui si tratta di partecipare con animo sospeso a un parto che come ogni volta è una sfida verso la morte. Lassù, sulla croce, si giocava la possibilità estrema del nato da donna: vincere la morte per instaurare definitivamente il regno dei viventi.
Si trattava di un parto terribile, che doveva bucare l’involucro dello spazio-tempo per nascere a una pienezza di vita nuova, attirando tutto a sé. Non si poteva lasciare solo colui che moriva e nasceva insieme, che facendolo intrecciava congiuntamente saperi maschili e femminili, il coraggio del nuovo, la fiducia nella vita.
Immobili, senza parole, le donne attendevano.
Continuarono ad attendere quando il corpo fu posto nella tomba.
Erano misteriosamente vigili, dolorosamente consapevoli che un altro Evento si stava compiendo: si compiva il tempo per la creatura di vincere per sempre la condizione mortale. La terra, madre e nutrice dei viventi, contenne nel suo scuro grembo Gesù per tre brevi giorni, poi lo restituì alla vita e alle donne… A loro fu annunciata la resurrezione, le donne ne furono le uniche messaggere. Chi altri poteva trovare parole per dirla?
La morte era stata scocarne e ossa. Con essa l’ordine della nascita, l’ordine del corpo, dello specifico e del molteplice hanno trionfato.
Da parto a parto, da grembo di donna a grembo di terra, dall’alto dei cieli alla terra e dalla terra ai cieli l’Evento ha compiuto un movimento circolare annunciando la sua gloria: ha inizio il tempo dei viventi.

Maria Grazia Galimberti