I due volti di Beppe

In ricordo di don Beppe Socci


SocciA poche settimane dalla sua morte, è toccato a Roberto Fiorini fare memoria di Beppe nell’editoriale del numero 40-41 (qui), in cui è riprodotto l’ultimo intervento che lui ha fatto tra noi PO (qui), durante il seminario di Camaldoli nel 1997.
Di Beppe Socci segnaliamo altri due interventi riprodotti nella nostra rivista, nei numeri 6/1988 e 39/1997.
In questa pagina Maria Grazia Galimberti ce lo ricorda potremmo dire “da vicino”. Nell’articolo successivo a questo Maria Grazia ha raccolto in una breve antologia alcuni scritti di Beppe (qui).
Nel primo anniversario della sua morte, è stata organizzata a Viareggio
una fiaccolata per Beppe (qui): ce ne parla Maria Grazia nel n.44/1999.

Una gran parte dei miei ricordi di Beppe è legata in maniera insopprimibile agli anni della giovinezza: come se la vita non fosse riuscita ad appannare qualcosa di vivido, fraterno ed originario che ci univa. Eppure dal tempo dei nostri vent’anni, i primi anni Sessanta, tant’acqua è passata sotto i ponti… si può dire che abbiamo attraversato la vita. All’inizio ci scambiavamo fitte lettere raccontandoci i nostri ideali; poi sono venuti gli anni trascorsi fianco a fianco sotto lo stesso tetto – quello dalle tegole rosse della Chiesetta del Porto che ci ha maternamente ospitati – e infine, quando le nostre strade si sono separate, è venuto il tempo dell’amicizia fraterna che ci spingeva a vederci con cadenza settimanale. Io, Luigi e Beppe abbiamo cenato insieme, alla Chiesetta del Porto per dieci anni, ogni mercoledì sera in memoria dei tempi andati, quando Don Sirio era ancora con noi, quasi spinti da un orologio biologico che batteva ancora il ritmo del buon tempo antico. In tutto questo Beppe è stato una specie di talismano anti invecchiamento.
Con una parte di me sento che dire Beppe è dire tuttora qualcosa di insopprimibilmente vivo, di sempre giovane, di vitale. Come se non avesse mai perso il mordente. Stancato sì, la barba era abbondantemente spruzzata di bianco…ma lo trovavate sempre tenace e sempre entusiasta.
Era un puer che traeva la sua forza da una sorgente interna che sembrava essere inesauribile. Come se avesse la convinzione profonda che esiste la possibilità reale, concreta di cambiare i rapporti fra le persone, gli eterni rapporti di forza – e dare inizio a un tempo diverso, di conciliazione. E tutto questo lo faceva con tratto leggero, con modi allegri e disinvolti.

Credo di averlo conosciuto verso il 1963, quando era ancora un giovane seminarista. A quei tempi abitavo e studiavo a Roma e mi recavo a Viareggio appena potevo per trovare Don Sirio. Beppe faceva altrettanto, ma da Firenze. Ricordo i suoi lunghi sottanoni da prete, i folti capelli neri e i vivaci occhi stellati. Allora si crucciava per il suo naso schiacciato, raccontandoci che gli si era rotto durante una scazzottata fatta quando era ragazzino. Chissà, forse nacque da quell’episodio la sua avversione per la violenza… Eppure quel naso – unito a un taglio particolare degli occhi, un po’ all’in sù – lo caratterizzava, dandogli una strana aria da cinesino.
Eravamo ambedue intorno ai vent’anni, con una grande voglia di entrare nella vita, di dare corpo agli ideali che avevamo nel cuore. Avevamo conosciuto Don Sirio leggendo il suo primo libro “Una zolla di terra” e mettendoci in contatto con lui. Non potevamo immaginare che pochi anni più tardi avremmo lasciato tutto per venire a Viareggio a vivere nella piccola comunità di uomini e donne alla quale Don Sirio stava per dare vita.
Ma prima dell’avventura della comunità del Bicchio facemmo insieme, nel ’64, un memorabile viaggio in Terra Santa. Era stata un’idea di Don Sirio: partimmo in cinque, Don Sirio, Elena e Silvia, Don Beppe e io. Tutti a  bordo di una comoda e vecchia Renault 4 color verde scuro, stipata fino all’inverosimile perché si partì con tende e viveri. Che avventura fu la  nostra… quanta poesia, quanta allegria, quanto affetto e soprattutto quanta apertura dell’anima e del cuore . Perché lì, in quella Terra dove forte si sentiva la presenza di Dio potemmo abbandonarci totalmente a Lui. Abbiamo ritrovato delle pagine del diario scritto allora da Beppe e ve le riproponiamo. Penso che vi rendano al meglio la possibilità di capire chi era Beppe intorno ai vent’anni.

Fra tutti i ricordi del Bicchio ve ne racconto una piccola serie, quella legata alle sue prime esperienze da pescatore. Arrivò da noi che aveva da poco compiuto i trent’anni, insieme ad un suo amico sacerdote che si chiamava Don Beppe anche lui e noi li soprannominammo scherzosamente i due Beppi. La comunità era in campagna ed accanto alla nostra casa vi era un’officina dove Don Sirio e don Rolando lavoravano il ferro battuto. Era un uso consolidato che i giovani che arrivavano (preti o laici che fossero) andassero a lavorare insieme ai due maestri forgiatori. Non ricordo come andò, ma per Beppe non fu così e lui trovò lavoro come pescatore in una barca dei pescherecci attraccati in darsena Toscana, proprio davanti alla Chiesetta del Porto.
E così divenne un singolare trait-d’union fra il mare e la nostra campagna.
Soffriva di mal di mare, pativa molto il freddo e quando tornava, vedendolo apparire alla porta di cucina capivo che quella stanza per lui era la sicurezza dell’approdo. Ricordo che si metteva accanto al fuoco un po’ stordito e gli preparavo qualcosa di caldo. Poi c’era il rito di aiutarlo a levarsi i grandi stivaloni di gomma e mettere i piedi a mollo… Qualche volta arrivava con i suoi amici pescatori ed allora cenavamo tutti insieme. Per loro venire in campagna era una novità – per Beppe, invece, la nostra casa era il naturale porto di arrivo. Ci raccontavano le sue prodezze in mare e lo prendevano in giro con aria complice perché era di cuore troppo tenero con i pesci e perché voleva sempre tornare a casa.
Da lì ci spostammo dopo un paio di anni verso la Chiesetta del Porto dove da allora Beppe ha sempre vissuto, salvo un periodo di dieci anni in cui scelse di fare il balio, come gli dicevo scherzando, prendendo in affidamento quattro fratellini (5/11 anni) ed accompagnandoli fino oltre l’adolescenza. Anche la sua dimensione paterna, che come modi e come qualità di attenzione era essenzialmente materna, – gli derivava dal suo lato di puer , capace di attingere in libertà alla parte femminile della sua personalità.

È stato solo nell’ora solenne della morte che ho visto l’altra faccia di Beppe. In quel momento sacro le parti nascoste vengono alla luce per avviarsi verso la Rivelazione, rivelando la nostra completezza. Lo guardavo stupita nella sala di Rianimazione al S. Chiara, dove un amico medico fece entrare me, Mirella e Luigi per permetterci di riabbracciarlo un’ultima volta. Mentre lo salutavo carezzandogli leggera il volto reso violaceo dalla prolungata ipossia, ne coglievo l’espressione concentrata, assorta, seria, prosciugata. Era diventato essenziale. Quanto non era stato vissuto consapevolmente nei suoi anni trascorsi con spirito lieve ed anima abbandonata lo aspettava al varco. Ha sperimentato tutto insieme il lato scuro e pesante della vita. Le sue ultime ore di battaglia senza tregua, gli arresti cardiaci che si erano susseguiti dopo l’infarto devastante che lo aveva colto, le convulse manovre di pronto soccorso subite, i brevi periodi di bonaccia fra un momento acuto ed un altro lo hanno reso come un pellegrino antico: essenziale e stanco era alfine arrivato alla meta. Solo allora il puer si è ricongiunto col senex e Beppe ci ha indicato di quanta fatica è colma la vita. È stato il suo ultimo regalo: il dono della consapevolezza raggiunta.

Maria Grazia Galimberti

“Beppe racconta” / piccola antologia di scritti di Beppe Socci: qui