Antologia di testi

supernove

a cura dei PO del Veneto



ARTIGIANATO ANTICO,
PRODUZIONE INDUSTRIALE MODERNA

Lieh-tzu ebbe come maestro il vecchio Shang e come amico Po Kao-tzu. Avendo progredito nella Via di costoro, se ne tornò a casa montando i venti.
Yin Shèng, udito ciò, si fermò come seguace di Lieh-tzu e per molti mesi fu lasciato da parte senza uno sguardo. Quando Lieh-tzu era inoperoso, egli lo pregava di insegnargli la sua arte: dieci volte gli si rivolse e dieci volte quello non gli disse nulla. Yin Shèng, risentito, chiese congedo, ma anche questa volta Lieh-tzu non gli dette disposizioni. Yin Shèng se ne andò.
Dopo alcuni mesi, non avendo rinunciato al suo intento, andò di nuovo da lui.
– Perché vai e vieni continuamente? – gli chiese Lieh-tzu.
– Tempo fa – rispose Yin Shèng – io ebbi a rivolgerti una preghiera, o maestro, ma tu non mi dicesti nulla ed io m’irritai contro dite. Ora, però, m’è passata e così sono venuto di nuovo.
– Tempo fa ti credetti intelligente – disse Lieh-tzu – invece sei rozzo fino a questo punto? Resta, ti dirò quel che ho imparato dal mio maestro. Dopo tre anni che servivo il maestro e avevo fatto amicizia con quell’uomo, col cuore non osavo pensare all’affermazione e alla negazione, con la bocca non osavo parlare del vantaggio e dello svantaggio: solo allora ottenni il primo sguardo dal maestro. Dopo cinque anni col cuore pensavo di nuovo all’affermazione e alla negazione, con la bocca parlavo di nuovo del vantaggio e dello svantaggio: per la prima volta il maestro distese il suo volto e mi sorrise. Dopo sette anni seguivo tutto ciò che il mio cuore pensava senza affermazione e negazione, seguivo tutto ciò di cui la mia bocca parlava senza vantaggio e svantaggio: per la prima volta il maestro mi fece sedere su una stuoia accanto a sé. Dopo nove anni lasciai andare ciò che il cuore pensava e la bocca diceva, senza sapere se l’affermazione e la negazione, il vantaggio e lo svantaggio, fossero miei o altrui, senza sapere che il maestro era il mio insegnante e che quell’uomo era il mio amico: ero aldilà dell’interiore e dell’esteriore.
Dopo, tutto mi fu eguale: l’occhio come l’orecchio, l’orecchio come il naso, il naso come la bocca. Il mio cuore si condensò e la mia forma si dissolse, le mie ossa e la mia carne si strussero, non ebbi più la sensazione di ciò a cui la mia forma s’appoggiava e che il mio piede calcava, a seconda dei venti andai ad oriente e ad occidente come una foglia d’albero o una pula secca. Alla fine non sapevo se era il vento che montava me o se ero io che montavo il vento. Ora, tu stai alla porta del tuo maestro e ancora non è passata una stagione che già ti risenti e t’irriti più volte. La particella di materia che tu sei l’aria non la sopporta, la bagattella che tu sei la terra non la sostiene: puoi sperare di calcare il vuoto e di montare i venti?
Yin Shèng, tutto vergognoso, rimase a lungo senza respirare e non osò replicar motto.

Lieh-tzu – Cina 5°/4° sec. a. C. • da Testi Taoisti, ed. UTET



UDINE / BATTESIMO, COMUNIONE, CRESIMA, MATRIMONIO
QUATTRO CERIMONIE IN UNA PER LA SPOSINA CINESE

Prima ha scelto il marito, Giovanni Ponte, solido ferroviere cinquantenne che l’ha “catturata” con una lettera e sposata in municipio nel ‘93. Poi si è trovata a Nespoledo di Lestizza, nel profondo Friuli dove tutti si conoscono, non come a Anshan, dove ci si perde fra un milione e mezzo di abitanti. Infine ha scoperto che in via Vittorio Veneto, fra botteghe di alimentari, profumi e giornali, a ridosso della sua nuova casa, c’è la chiesa e entrando per curiosità è rimasta affascinata dal coro femminile, dall’incenso, dai riti, dalle parole di un Dio diverso dal suo.

dai giornali del 29 sett. 1996



BISCOTTI E CONFETTI PER I FREQUENTATORI

La venerabile Arciconfraternita di S. Giovanni Decollato della Nazione fiorentina in Roma, conosciuta altresì come confraternita della Misericordia, venne istituita da Innocenzo VIII l’8 maggio 1488. Nelle sue mansioni rientravano l’assistenza ai condannati a morte e la loro sepoltura.
I verbali del sodalizio costituiscono una fonte di prima mano sulle esecuzioni capitali in Roma, dall’ultimo scorcio del Quattrocento fino al 1870, ovvero alla caduta del potere temporale.
Dai documenti si desume che i confortatori sottoponevano i condannati a un vero e proprio assedio, per indurli a rappacificarsi con la Chiesa cattolica, cioè con l’istituzione che non di rado ne aveva determinato la rovina affidandoli, per mano del S. Uffizio, all’autorità civile, unitamente a copia della sentenza pronunziata dall’autorità ecclesiastica.
Alla confraternita venivano assegnate le vesti e il corredo dei condannati, e la vendita di tali beni serviva a saldare le spese sostenute, incluse quelle per i generi di conforto dei confortatori: vino greco, confetti e biscotti di Savoia. Al termine del loro lavoro, infatti, i confratelli di S. Giovanni Decollato erano spossati, dovendosi lasciare alle spalle – secondo un’efficace osservazione di Luigi Firpo – le “notturne fatiche e l’orrore degli spettacoli di mazzolati, scannati, appiccati, decapitati, squartati ed arsi, cui avevano dovuto assistere con pio zelo stranamente congiunto alla più distaccata indifferenza”.
Sui registri si trovano burocratiche annotazioni sulle spese connesse con le esecuzioni, nonché le ultime volontà dei morituri, quando ciò risultava possibile. Se i condannati persistevano nel rifiuto della religione, perdevano la facoltà di fare testamento.
La pubblicazione di quei documenti (a cura di Domenico Orano: Liberi pensatori bruciati in Roma dal XVI al XVIII secolo, Tipografia delle Mantellate, Roma, 1904), resa possibile dal decreto governativo di sequestro dei registri per trasferirli all’Archivio di Stato, chiarì definitivamente le modalità del supplizio di tanti eretici, incluso Giordano Bruno, la cui morte violenta era negata dalla Chiesa ancora allo fine dell’Ottocento.

Il santo rogo e le sue vittime, ed. Stampa Alternativa


Per purificare il male, non c’è che Dio o la Bestia sociale. L’Anticristo è l’incarnazione della Bestia sociale. La purificazione consiste nella licenza illimitata. Tutto è permesso per servire la Bestia.
Tutto è permesso anche per servire Dio. Ma non si può servire Dio, che è altrove, nei cieli. Noi aspiriamo solo a rigettare l’intollerabile fardello della coppia di contrari bene-male, fardello assunto da Adamo ed Eva.
Per questo, occorre o mescolare «l’essenza del necessario e quella del bene», o uscire da questo mondo.

S . Weil, Quaderni, vol. III, ed. Adelphi



”OREMUS PRO PERFIDIS JUDAEIS”

Domenica alle 22 hore, adì 25 di giugno 1600 fu intimato alla nostra Compagnia dalla Corte che la mattina seguente si doveva fare giustizia; donde il nostro proveditore fece chiamar il nostro capellano, confortatori, sacrestani e fattore con il padre Artemio Vannini di san Girolamo della Carità, qual alle 5 hore con il solito silenzio s’andò alle carcere di Campidoglio et ci fu consegniato l’infrascritto per dover morire per giustizia: Nuntio alias Servadio hebreo.
Al quale non si mancò con ogni opportuno remedio e diligenzia a ricognioscere la vera fede cristiana con molti esempi e delle Scritture, qual stetti sempre ostinato nella sua perfidia, se ben dette segno di pentimento e convertirsi alla nostra fede col dir il Credo, confessar la santissima Trinità e la santa Chiesa cattolica, basar la tavoletta, ma tutto visto che era falso solo per allungare la vita, alle X hore fu condotto dalli ministri della Corte per la via solita a Piazza Giudeo accompagniato dal nostro prete, confortatori, proveditore ma in cappa tanto esortandolo sed in vano lavoraverunt. Ivi fu appiccato; e alle 21 hore il nostro Proveditore con li sacrestani e fattore si trovorno al detto loco per pigliar il capestro per reporselo come l’altri, e alla sudetta notte vi fu messer Alamanno nostro capellano, messer Artemio sudetto, messer Antonio Maria Corazzo, messer Luca Ducci, messer Francesco Grifoni, messer Giovan Battista Toti confortatori; Cesari Mangile, Domenico Sogliani sacristani; Piero fattore et io Francesco del Sodo proveditore che scrissi.
E furno datti alli sacrestani e fattori bai 45 come il solito e bai 5 per greco: in tutto bai 50.

Il santo rogo e le sue vittime, pag. 38, ed. Stampa Alternativa



I CALZONI NUOVI DI FUSTAGNO PER IL PAZIENTE

Spese occorse in questa giustizia:

Per porto della cassa del Crocefisso, e due viaggi delle saccocce de’ Fratelli da S. Giovanni Decollato al Consolato e dal Consolato a S. Maria di Grotta Pinta e riporto alla nostra chiesa

Sc. 2 bai. 50

Per porto del cataletto a 5. Maria in Grotta Pinta

bai. 15

Per porto del medesimo con il cadavere

bai. 60

Per dare sepoltura al med.mo

bai. 30

Per porto e riporto di 12 sacchi dei fr.lli

bai. 15

Per ricognizione a mastro Francesco Mechini Tinozaro che aveva fatto 5 tinozze, e non servirono

Sc. 1 bai. 50

Per il Greco

bai. 08

Per biscottini di Savoia

bai. 07

Per la colazione del fattore

bai. 15

Per l’aiuto del medesimo

bai. 20

Per abbitini della madonna del Carmine

bai. 08

Per aver comperato un paio di calzoni nuovi di
fustagno per il paziente

bai. 60

Totale

Sc. 4 bai. 38

Seconda parte del verbale dell’impiccagione dell’eretico Giuseppe Morelli (aveva celebrata la messa senza essere ordinato), avvenuto il 22 agosto 1761 a Roma.


In: Il santo rogo e le sue vittime, ed. Stampa. Alternativa



PRESENTE TUTTO IL POPOLO DI ROMA

Adì detto. Essendo costituto nella sudetta carcere il detto giorno et condennato dal ufitio della santa Inquisitione alla morte Bartolomeo di Giovanni Bartoccio da Città di Castello per eretico pertinace et ustinato, quale perseverando nella sua pessima ostinatione, non gli valse persuasioni di theologhi ne di dottori, ma sempre più ostinato si dimostrò, al fine fu condotto in Ponte, dove di nuovo fu combattuto, ma non si potendo far profitto nessuno, fu obruciato vivo, presenti quasi tutto il popolo di Roma.

Il santo rogo



POPOLO DI DIO, POPOLO BUE

Ad essa si affianca, ma anche si collega in vario modo, un articolato complesso di iniziative che trovano le proprie radici nel desiderio di rendere culto a Dio nel vissuto quotidiano e di santificare alcuni momenti significativi della giornata o determinati periodi dell’anno. Pubbliche o private, queste sono complessivamente designate col nome di Pietà Popolare, dove ‘popolare’ non indica una particolare condizione sociale o culturale, ma semplicemente il “popolo di Dio” come soggetto di iniziativa e di azione nelle forme di culto.

da Nuova evangelizzazione, documento del Consiglio Presbiterale del Patriarcato di Venezia, novembre ‘95


E tu ti senti libera? Hai una tua intimità?
«Io sono stata scelta. Poteva succedere a te o a qualsiasi altra persona. Sono solo un tramite, il mio compito è dare testimonianza. Vorrei piuttosto che qualcun altro condividesse questa esperienza con me. A Medjiugorje i veggenti sono sei: perché io devo essere sola? Ci fosse un bel ragazzo, sarei pure più contenta…».

intervista ad un veggente di Pordenone, dai giornali del 1° aprile 1996


Mi sono avvicinato alla nicchia, e sulle gote della statuetta c’era davvero questo liquido scuro, una lacrima era ancora fresca l’altra era già solida. Avevo quasi paura, ma ho provato a toccare quel liquido: ho allungato la mano, l’ho sentito, era caldo. Allora ho provato un brivido fortissimo, non so se di gioia, o di emozione, ho preso Jessica in braccio, l’ho stretta forte, e poi siamo corsi in chiesa dal parroco, don Pablo, perché proprio don Pablo, ad agosto, ci aveva portato la statuetta della Madonna da Medjugorje».

un veggente di Civitavecchia, dai giornali del 2 marzo 1995



IL LIMITE, RISORSA DELLA CHIESA

Sulla base di questa superiorità, ella cerca di far riconoscere alla Chiesa gerarchica che la sua autorità cede davanti a coloro che, su questa terra, danno corpo e voce allo Spirito Santo. Costoro, afferma ripetutamente Margherita, non sono conoscibili se non da Dio. E ciò basta a provare che, se ella aveva un seguito, non voleva però farne una Chiesa da porre in alternativa alla Chiesa ufficiale, come invece tentarono di fare seguaci di Guglielma (ma solo dopo che fu morta). Voleva, Margherita, configurare una Chiesa che già su questa terra è superiore alla Chiesa di questa terra, perché soltanto una simile figura, dando alla Chiesa gerarchica il senso della sua relatività, avrebbe spezzato il circolo vizioso di un potere che sempre più andava cercando legittimazione nel fatto della ribellione, invece che nella consapevolezza del proprio limite.
In altre parole, Margherita decide che, per restituire alla Chiesa il senso autentico del suo ministero, non basta metterla a confronto con la Chiesa celeste (dove «i più grandi non sono i ministri, ma i Santi») e che è necessario, invece, affermare e farle riconoscere l’esistenza, su questa terra, di «anime» che, per piacere a Dio, non hanno bisogno di comandamenti, di leggi, di tribunali, di sacramenti, di sacerdoti, di Sacre Scritture: non ne hanno bisogno esattamente come tutti riconosciamo che non ne ha bisogno Dio. O la creatura piccola e innocente. O la bestia.
Chi siano queste «anime», non importa. Importa che ci sono. Importa che la Chiesa istituzione sappia che ci sono e riconosca che non hanno bisogno di lei Chiesa, ma lei di loro, perché cosi la necessità di mediazione, necessità di parole, di segni, di sacramenti, di norme, troverà la sua misura. E non si assolutizzerà indebitamente, diventando potere per chi assolve la funzione mediatrice, e tomba della libertà per tutti.

Luisa Muraro, Lingua materna, scienza divina, ed. D’Auria



POLTRONE E SEGGIOLE

Il bollettino medico è assolutamente confortante. Lo distribuisce a metà mattina il capo ufficio stampa del Policlinico Gemelli, Giuseppe Pallanch. Poche righe per dire che, nella notte, Giovanni Paolo II ha dormito alcune ore. Che sono regolari la pressione arteriosa, la frequenza cardiaca, la funzione respiratoria ed i principali parametri ematologici e metabolici. Che la diagnosi istologica definitiva ha poi confermato quella intraoperatoria: nessuna traccia di presenze tumorali. Era proprio solo infiammata l’appendice.
Questo è salito a dirglielo personalmente il professor Crucitti. Che ai suoi amici chirurghi è parso parecchio provato. «Stanco come se avesse operato il figlio». Poco dopo mezzogiorno, Crucitti scosta le tendine e fa capolino dalla finestra dell’appartamento al decimo piano. Sorride. I cannoni degli zoom e le telecamere collegate con tutto il mondo puntano senza indugi. Quel camice bianco, e quella capigliatura brizzolata, biancastra, hanno tratto in inganno. Da lontano, pareva il Papa. Questo s’aspetta, adesso. Il Papa, in finestra, che saluta. Sarebbe la notizia.
Ma per oggi e domani non se ne parla. Anche per ragioni pratiche. Devono prima togliergli la fleboclisi contenente una soluzione glucosata, antibiotici e una leggerissima percentuale di calmante. Però gli è già stato concesso di bere acqua, e un po’ di tè. Quando Crucitti e la sua équipe tornano a visitarlo nel pomeriggio, lo trovano addirittura allegro. Ma è un po’ tutto l’appartamento ad essere allagato da una certa euforia. Il segretario Stanislao Dziwsz – n ei giorni scorsi cupo, muto – che è in vena di battute. Le suorine polacche che si muovono indaffarate. Sul comodino, il Pontefice vuole la Bibbia e il breviario e alcuni libri scritti in polacco. E uno di questi libri non si trova.

dai giornali del 10 ottobre 1996


Pochi letti, tante tensioni. L’altra mattina, sedici donne sono uscite dalla sala parto e si sono ritrovate in corridoio. Su brandine volanti. Con un commento a caldo di Vignati: «Stiamo dimettendo le persone che occupano un posto letto in modo incongruo per metterlo a disposizione delle nuove arrivate».
Nel 1989, dicono i medici, i posti nella divisione di patologia della gravidanza erano più di 60 e adesso sono 24. Insomma: «È capitato anche, dopo il parto, di dover far accomodare le donne su una seggiola».

dai giornali del 10 ottobre 1996: Mangiagalli, rivolta in sala parto



MARTIRI, GRILLI, PANTANI

 

Non si tratta di faccende rinchiuse in altri tempi e irrimediabilmente passate. La persecuzione e il martirio accompagnano la Chiesa come una tentazione e, lo si dica forse a malincuore, come una benedizione lungo tutta la fase terrestre dell’umanità. Se non scatta la violenza che cerca di sopprimere o almeno si sforza di torturare quel poco di coerenza che a noi credenti è dato di raggiungere con l’aiuto di Dio, allora è segno che il cristianesimo ha perso, per noi, quasi ogni verità e ogni valore, ogni richiamo, ogni capacità di giudizio. Per noi, perché in sé il cristianesimo rimane nella sua maestà e nella sua seduzione.

Alessandro Maggiolini, vescovo di Como, Meglio il martirio, ed. Leonardo


A Pantano, la località vicino a Civitavecchia davanti alla chiesetta dove un anno fa la statuetta della Madonna di Medjugorje avrebbe pianto sangue, si sono riunite ieri circa ottomila persone, provenienti da varie parti d’italia. La preghiera è stata organizzata dai Padri carismatici davanti alla chiesetta dove è custodita la Madonna. All’altare circondato da malati si sono alternati il sacerdote messicano José Radoflores, l’italiano padre Emanuele Di Nardo, e padre Emiliano Tardiff, il prete guaritore di Santo Domingo.
Il rito si è protratto per circa quattro ore in un’atmosfera di forte misticismo ed emotività. A causa del caldo, diversi fedeli, circa una decina, sono stati colpiti da malori di lieve entità. Tutti sono stati soccorsi dal personale della protezione civile presente sui posto, solo per tre anziani è stato necessario il trasporto al pronto soccorso dell’ospedale di Civitavecchia. Assente dalla cerimonia religiosa il vescovo di Civitavecchia, mons. Girolamo Grillo, ha però inviato una lettera ai fedeli che è stata letta, in cui ha espresso il suo consenso all’iniziativa e agli obiettivi di evangelizzazione che l’hanno animata.

dai giornali del 12 agosto 1996



FOLLE, CORTIGIANI, FIGLI


Etcì, etcì, un fuori programma del Papa alla recita dell’Angelus. Mentre salutava i pellegrini in piazza S. Pietro, a Wojtyla è sfuggito uno starnuto in diretta, quasi dentro il microfono. «Salute », ha augurato a se stesso. «Salute» gli ha fatto eco la folla, alla quale ha risposto con un «grazie» divertito. Mentre si ritirava dalla finestra dello studio gli è poi sfuggito un altro starnuto. Giovanni Paolo II è apparso comunque in buona forma, anche se, rivolgendosi in polacco ai propri connazionali, si è lamentato della calura romana.

dai giornali del 10giugno 1996


Che fa il Papa in montagna oltre alle passeggiate? Navarra si offre al consueto tormentone. «Studia, con la finestra aperta sulla vista di monti e abeti. Legge molto». Che autori? «Di solito non dico i nomi per delicatezza, qualcuno potrebbe sentirsi escluso». Coro: eddài! «Beh: quest’anno non legge romanzi. Poesie sì. Gli piacciono molto Rilke, alcune cose di Goethe… E vedo che studia una rivista “Ethos”, con saggi di autori di varie tendenze antropologiche, cristiana, laica…».
Ha scritto poesie? «In questi giorni no».

dai giornali del 22 luglio 1996


Bocche cucite in Vaticano: nessun commento e reazione a livello ufficiale o ufficioso. Ma nelle Congregazioni e nei vari uffici della Santa Sede ieri non si parlava d’altro: chi è quel giovane – si chiedevano in molti – prescelto per leggere la preghiera liturgica durante la Messa prenatalizia celebrata dal Papa in San Pietro per gli universitari, che ha premesso, alle invocazioni, una sua riflessione critica sul fatto che il Papa aveva accolto in Vaticano Andreotti, e gli aveva stretto la mano dopo che una grande ovazione, sollecitata dal cardinale Angelini, aveva salutato il senatore?

dai giornali del 14 dicembre 1995



GIUSTIZIA, PORTE SANTE, SUGGESTIONI

 

Conterai anche sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. Al decimo giorno del settimo mese, farai squillare la tromba dell’acclamazione, nel giorno dell’espiazione farete squillare la tromba per tutto il paese. Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate. Poiché è il giubileo; esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi. In quest’anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo. Quando vendete qualche cosa al vostro prossimo o quando acquistate qualche cosa dal vostro prossimo, nessuno faccia torto al fratello. Regolerai l’acquisto che farai dal tuo prossimo in base al numero degli anni trascorsi dopo l’ultimo giubileo: egli venderà a te in base agli anni di rendita. Quanti più anni resteranno, tanto più aumenterai il prezzo; quanto minore sarà il tempo, tanto più ribasserai il prezzo; perché egli ti vende la somma dei raccolti. Nessuno di voi danneggi il fratello, ma temete il vostro Dio, poiché io sono il Signore vostro Dio.

Levitico, 25


A Roma tutte le consuetudini saranno rispettate. A cominciare dalla “apertura” della Porta Santa, che fu istituita da Martino V nel Giubileo del 1450 per la sola Basilica Lateranense. Poi, nelle epoche successive, fu la volta delle altre Basiliche maggiori e, cioè, San Pietro e Santa Maria Maggiore. Non tutti sanno che l’indulgenza plenaria si lucra tranquillamente entrando nella Basilica di San Pietro anche attraverso le altre porte, quella di Filarete, di Manzù; di Manfrini e di Crocetti. Ma la gente farà la fila per entrare in “quella”, anche per provare una suggestione profonda.

dai giornali del 15giugno 1996



ATTENTI A NON GETTARE PERLE AI MAIALI
ATTENTI A NON AVVELENARE LA GENTE CON CIBI AVARIATI

Reverendo Purna, raccogliti, esamina i pensieri di questi monaci, e, ciò fatto, predica loro la Legge. Guardati dal versare un cibo infetto in un recipiente prezioso. Comprendi prima quali sono le aspirazioni di questi monaci. Non confondere il berillo, che è una pietra senza prezzo, con una fragile e vile perla di vetro.
Reverendo Purna, senza conoscere il grado delle facoltà spirituali degli esseri, non andare ad impiantarvi insegnamenti suggeriti da facoltà frammentarie. Non infliggere una ferita a coloro che non l’hanno. Non indicare un piccolo sentiero a coloro che cercano un grande cammino. Non versare il grande mare sulle orme dei passi d’un bove. Non introdurre il Sumeru, re delle montagne, in un grano di mostarda. Non confondere lo splendore del sole col lume d’una lucciola. Non assimilare il ruggito del leone al grido dello sciacallo.
Reverendo Purna, tutti questi monaci che s’erano un tempo fatti seguaci del Grande Veicolo, hanno recentemente perduto il pensiero dell’illuminazione. Non insegnar loro, Reverendo Purna, il Veicolo degli Uditori. Il Veicolo degli Uditori è falso. Quanto alla conoscenza del grado delle facoltà degli esseri, io considero gli Uditori né più né meno che dei ciechi nati.

Testi Buddisti, ed. UTET


Come gli indimenticabili Blues Brothers, si sentono in missione per conto di Dio. Nulla di insolito, visto che sono quasi tutti preti, strana invece la loro missione: diventare buoni, anzi eccellenti uomini di pubbliche relazioni per imparare a vendere al meglio un prodotto speciale, la Chiesa Apostolica Romana. Niente stage, niente corsi rapidi, ma ben quattro anni di preparazione e alla fine una laurea (e con due anni in più di studio perfino un dottorato) in «Corporate communication», all’italiana: «Comunicazione sociale istituzionale». Dove istituzione sta ovviamente per Chiesa cattolica. Un’idea blasfema? I mercanti sono entrati nel tempio? Non sembra, visto che il corso, partito da quattro giorni, ha l’imprimatur del Vaticano. Un’iniziativa sconcertante? Neppure, perché le lezioni si tengono al Pontificio ateneo della Santa Croce (undici anni di vita, 640 allievi, altre tre facoltà: teologia, filosofia, diritto canonico) fondato dall’Opus Dei, un’istituzione dal talento indubitabile nel coniugare fede e «mondo».

dall’inserto del Corriere della Sera del 10 ottobre 1996



TROPPE CAMPANE

 

Ogni volta che la campana presbiteriana
suonava da sola,
la riconoscevo come campana presbiteriana.
Ma quando il suono si frammischiava
al suono della metodista, della cristiana,
della battista e della congregazionalista,
non riuscivo più a distinguerla,
né l’una dalle altre, né ciascuna di esse.
E se tante voci chiamavano me nella vita
non vi meravigliate se non riconoscevo
la vera dalla falsa,
e neppure, alla fine, la voce che avrei dovuto conoscere.

J. Milton Miles
E. L. Masters, Antologia di Spoon River


Un giorno stavo camminando in una strada di città, affollata. Incrociavo molte persone. Improvvisamente, da un gruppo che mi veniva incontro uno balzò verso di me e mi sparò una Bibbia dritta al cuore. Quale fortuna ho avuto, il proiettile che avevo nel cuore mi fu di difesa e mi salvai.

Woody Allen



NON UNO SOLO, MA NEPPURE CENTO


Quando due
o tre sono adunati nel mio nome (Mt. 18,20). Non uno solo. Ma neppure cento. Due o tre. Perché (a parte la confessione e la direzione spirituale) non sono stati ammessi tra gli esercizi religiosi colloqui a due o a tre; non discussioni, ma colloqui condotti con il massimo di concentrazione dell’attenzione? Forse questo equivarrebbe (almeno per quelli che hanno una vocazione corrispondente) alla recita del breviario.


“Quando due o tre di voi saranno riuniti nel mio nome…” serve ad eliminare il sociale. Due o tre: tradizione socratica.

S. Weil, Quaderni , vol II, Adelphi



“LE RANE DISSERO A GIOVE: VOGLIAMO UN RE”

 

Alle 11,25, il bollettino viene letto dal professor Crucitti ai giornalisti in una conferenza stampa di quelle molto affollate, con gente che sgomita, ride, grida, bestemmia. Con i fotografi che giurano di cambiare mestiere. Con i cameramen che litigano per stare un metro sotto o uno sopra. Con i giornalisti che pongono domande in inglese, francese, tedesco, in italiano.
Collegamenti in diretta tivù. Le agenzie di stampa di tutto il mondo che annunciano la riuscita operazione. Cominciano ad arrivare i primi telegrammi di auguri. Ecco quello del presidente del Senato, Nicola Mancino.
Il cardinal Silvestrini annuncia la trepidazione e la soddisfazione della Congregazione delle Chiese Orientali, di cui è prefetto. Il presidente del Consiglio Prodi trasmette «i voti augurali del governo italiano e i miei personali per il più pronto ristabilimento, come è negli auspici degli italiani e di tutti gli uomini di buona volontà».
Da Washington il presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton: «I migliori auguri, santità». Scrive anche il presidente della Repubblica polacca, Aleksnder Kwasniewski: «La riuscita dell’operazione è una buona novella per tutti i polacchi». Poi la preghiera del presidente del Coni Pescante, quella speciale di MadreTeresa di Calcutta. E il Fascio di fiori bianchi e rossi, del leader palestinese, Yasser Arafat. Ad Assisi, dicono, le campane stanno battendo a distesa.

dai giornali del 9 ottobre 1996


Nell’epoca della lunga telenovela di Carlo e Diana o, più recentemente, nelle vicende tristi di Stéphanie di Monaco – quando la figura del regnante sembra assumere le vesti del «quadretto domestico» privo di emozioni forti banalizzandosi nella vicenda più semplice di una qualsiasi storia privata – sarebbe ovvio ritenere che l’aura del re sia andata completamente perduta.
Eppure così non è. Nelle ultime pagine Bercé non a caso si sofferma sulla consuetudine della corrispondenza al Presidente, versione moderna del regnante, come destinatario di un disperato «messaggio in bottiglia» cui affidare confidenze, avanzare richieste, in una parola trasmettere la propria disperazione, il senso profondo del proprio sconforto, consegnare la testimonianza di un urlo disperato.
Dietro a questa prassi, in cui trapela la consuetudine di un rapporto paternalistico con il potere, si ripresenta una storia di lunga durata: quella di un potere salvifico connesso allo scettro (una credenza magistralmente descritta da Marc Bloch nel suo I re taumaturghi, Einaudi), e quella che contemporaneamente connette e sovrappone la materialità corporea del re con ciò che metaforicamente la sua figura rappresenta (problema già ampiamente ricostruito da Kantorowicz nel suo I due corpi del re, Einaudi).

David Bidussa
recensione a Yves-Marie Bercé,
Il re nascosto. Miti politici popolari nell’Europa moderna,

Einaudi (Il Manifesto del 10 ottobre 1996)



NON CERCARE DIO PER MONTI E PER VALLI

 

L’Anima – Mi sembra, dice quest’Anima, un faticare pieno di preoccupazione. Tuttavia però si guadagna il proprio pane e il proprio sostentamento faticando in questa preoccupazione; e Gesù Cristo esaltò questo con il suo proprio corpo, lui che vedeva la stupidità di coloro che si sarebbero salvati con questa fatica, e che, per questo, aveva bisogno di certezza. E Gesù Cristo, che certo non voleva perderli, li ha rassicurati con la sua morte, con i suoi Evangeli, e con le sue Scritture, alle quali si rivolge la gente di fatica.
Ora, Ragione, dice quest’Anima, voi ci domandate dove noi ci indirizziamo? Io vi dico: a colui soltanto, dice quest’Anima, che è così forte da non poter mai morire, e la cui dottrina non è scritta né per mezzo di opere esemplari né d’umana dottrina, poiché al suo dono non si può dare Forma. Egli sa, da sempre, che io gli avrei creduto senza prove. C’è, dice l’Anima, più gran villania che voler prove in amore? Certo no, mi sembra, infatti Amore stesso ne è prova: questo mi basta; se voglio di più, significa che non gli credo.
Ragione - Eh signora Anima, dice Ragione, voi avete due leggi, ossia la vostra e la nostra: la nostra per credere, e la vostra per amare; e per questo diteci, se volete, perché avete chiamato bestie e asini quelli educati da noi.
L’Anima - Quelli, dice quest’Anima, che io chiamo asini, cercano Dio nelle creature, nei monasteri pregando, nel paradiso creato, nelle parole umane, e nelle Scritture. Eh certamente, dice quest’Anima, tra costoro non è nato Beniamino, poiché ci vive Rachele; e bisogna che muoia Rachele perché nasca Beniamino, e finché Rachele non è morta non può nascere Beniamino. Ai novizi sembra che la gente che lo cerca così per monti e per valli sia convinta che Dio sia soggetto ai suoi sacramenti e alle sue opere. Ahimé, fanno compassione i mali che hanno e avranno ancora, dice quest’Anima, finché praticheranno queste usanze! Ma tempo buono e profittevole hanno coloro che non adorano soltanto nelle chiese e nei monasteri, ma l’adorano in ogni luogo, in unione con la divina volontà.

Margherita Porete, Lo specchio delle anime semplici



NON LO SI DEVE SAPERE


Avevo fame e mi avete nutrito.
- Quando dunque, Signore?. Non lo sapevano.
Non lo si deve sapere. Il pensiero di Dio non deve interporsi tra noi e le creature. Non deve rendere il contatto meno diretto. Al contrario mediante esso il contatto deve essere più diretto.
Il vero scopo non è di vedere Dio in ogni cosa, ma che Dio attraverso noi veda le cose che noi vediamo. Dio deve essere dalla parte del soggetto e non dell’oggetto in tutti gli intervalli di tempo in cui abbandonando la contemplazione della luce noi imitiamo il movimento discendente di Dio per volgerci verso il mondo.
Non si deve soccorrere il prossimo per il Cristo, ma a causa del Cristo. Che l’io sparisca in modo tale che il Cristo per mezzo dell’intermediario costituito dalla nostra anima e dal nostro corpo soccorra il prossimo. Essere lo schiavo che il suo padrone invia a portare un certo soccorso a quel certo sventurato. Il soccorso viene dal padrone, ma s’indirizza allo sventurato.
In generale, per Dio è una cattiva espressione. Dio non deve essere messo al dativo. Negli atti di preghiera e di contemplazione tutta l’anima deve far silenzio e soffrire il vuoto affinché solo la parte soprannaturale sia attiva, attiva a vuoto, sospesa al più alto vertice di tutta l’energia dell’anima. In tutti gli altri periodi, Dio deve essere ad un tempo presente ed assente nelle parti naturali dell’anima volte al di fuori, così come egli è presente ed assente nella creazione.

S. Weil, Quaderni, vol. II , ed. Adelphi



QUALSIASI ESSERE UMANO

 

Nell’ottobre 1922 Simone rientrò al Fénelon e vi restò tutto l’anno in quarta A, ancora con la gradevole M.lle P. come insegnante. Fu durante quell’anno che piombò in “una disperazione senza fondo”, perché si credeva scarsamente dotata.
Pensò seriamente al suicidio: “Non rimpiangevo i successi esteriori, bensì di non poter sperare di accedere a quel regno trascendente dove entrano solo gli uomini autenticamente grandi e dove abita la verità. Preferivo morire piuttosto che vivere senza di essa”.
Tuttavia trovò, nel fondo della sua disperazione, una certezza che le avrebbe permesso di superarla: “Dopo mesi di tenebre interiori, all’improvviso e per sempre ebbi la certezza che qualsiasi essere umano, anche se le sue facoltà naturali sono pressoché nulle, penetra nel regno della verità riservata al genio, purché desideri la verità e faccia di continuo uno sforzo di attenzione per attingerla… Nel termine verità comprendevo anche la bellezza, la virtù e ogni sorta di bene… La certezza che avevo ricevuto era che quando si desidera del pane non si ricevono pietre”. E aggiunge: “Ma allora non avevo ancora letto il Vangelo”.

Marsiglia, maggio 1942
(
da S. Pétrement – Vita di Simone Weil, Adelphi)



IL SIGNORE DEL SORGERE

 

Fa’ offerta al tuo dio e guardati da quel che egli aborre.
Non interrogare sulla sua immagine,
non slanciarti su di lui, quando esce in processione,
non avvicinarti troppo a lui per portarlo.
Non abbassare il suo velo.
Guardati dallo scoprirlo da quel che lo protegge.
Scorga il tuo occhio le sue manifestazioni di collera
e bacia la terra in suo nome.
Egli mostra potenza in milioni di aspetti
ed innalzato sarà colui che lo innalza.
Quanto al dio di questo Paese, è il sole all’orizzonte.
Le sue immagini sono sulla terra.
Quando gli si dà incenso come suo cibo quotidiano
si ravviva il Signore del Sorgere.

L’insegnamento di Any, in Testi religiosi egizi, UTET



IL SAGGIO RIMANE BAMBINO PER TUTTA LA VITA

 

Dall’equilibrio fra sapere e ignoranza, dipende quanto si è saggi. L’ignoranza non deve impoverirsi con il sapere. Per ogni risposta deve saltare fuori – lontano e apparentemente non in rapporto con essa – una domanda che prima dormiva appiattata. Chi ha molte risposte deve avere ancor più domande.
Il saggio rimane bambino per tutta la vita, le sole risposte inaridiscono il corpo e il respiro. Il sapere è arma unicamente per i potenti, non c’è nulla che disprezzi più delle armi. Egli non si vergogna del suo desiderio di amare più persone di quante conosca; e non si separerà mai, per superbia, da tutti coloro di cui non so nulla.

Elias Canetti, La provincia dell’uomo, 1942 – Adelphi



DONI SENZA MEDIAZIONE

 

Quest’Anima, dice Amore, ha sei ali, come i Serafini. Ella non vuole più nessuna cosa che le giunga per mediazione. È l’essere proprio dei Serafini: non c’è alcuna mediazione tra il loro amore e l’amore divino. Ne hanno sempre di nuovo senza mediazione; e così quest’Anima, perché non cerca la scienza divina tra i maestri di questo secolo, ma disprezzando veramente il mondo e se stessa. Oh Dio, com’è grande la differenza tra dono d’amico dato ad amica attraverso un mezzo, e dono senza mediazione di amico ad amica!

Margherita Porete, Lo specchio delle anime semplici , Paoline



I PELLEGRINI VANNO ALLA MECCA, ED IO DA CHI ABITA IN ME

 

Tu che biasimi il mio amore per Lui, come sei duro!
Se sapessi Chi intendo, così non faresti.
I pellegrini vanno alla Mecca, ed io da Chi abita in me,
vittime offrono quelli, io offro il mio sangue e la vita.
C’è chi gira attorno al Suo tempio senza farlo col corpo,
perché gira attorno a Dio stesso, che dal rito lo scioglie.

Al-Hallaj, Diwan , Marietti



PER L’INIZIO DELL’ESISTENZA DI UN DIO VERO

 

La fine dell’alterità di Dio non significa la fine della sua realtà, ma il contrario. È l’inizio dell’esistenza di un Dio vero – non soltanto pensato, che va e viene con il pensiero, e che segue tutti i capricci della soggettività e degli alterni stati d’animo. La coscienza che si crede devota, ma che è in realtà ingiusta, giacché non ha il coraggio di vedere quanto la sua immagine di Dio sia frutto dell’arbitrio e delle circostanze, e soprattutto non ha l’onestà di riconoscere quanto quel Dio immaginato le serva, cioè le sia servo, a servizio dei suoi bisogni di vario tipo – dalla rassicurazione psicologica al potere – teme di perdere con l’immagine determinata di Dio – ovvero con la sua alterità – Dio stesso. Ha orrore del nulla che intravede, perché quel nulla non è tanto il nulla di Dio, ovvero la scomparsa dell’immagine su cui si fonda, quanto il nulla di sé medesima, l’annientamento di se stessa in quanto coscienza psicologicamente determinata, distinta, centro di volizioni (potremmo dire tranquillamente «volontà di potenza»).

Marco Vannini, introduzione a M. Eckart, Trattati e prediche , Rusconi



DEGRADAZIONE DEL PENSIERO CATTOLICO

Degradazione del pensiero cattolico. Non è perché il Verbo si è incarnato che bisogna servire gli uomini nella loro carne. (Quando dunque, Signore, hai avuto fame e ti abbiamo nutrito…?). (Sarebbe più giusto dire, sebbene sia ancora falso, che egli si è incarnato precisamente per insegnarci a servire gli uomini nella loro carne).
“Affinché la tua elemosina sia nel segreto e il Padre tuo che vede nel segreto te ne darà la ricompensa”. “…Prega il Padre tuo che è nel segreto” (Mt 6).
La semplice coscienza del bene compiuto è una ricompensa naturale che diminuisce in pari misura, matematicamente, la ricompensa soprannaturale.
“Guai a voi, ricchi, perché avete la vostra ricompensa”. (Lc.6,24)
Prendendo ‘ricchi’ in senso largo, come ‘poveri’, si può tradurre: “Guai a coloro che hanno la loro consolazione (perché è impossibile che siano consolati in modo soprannaturale)”.
In essi non vi è posto per il Paraclito.
Non è detto: ama Dio, e il prossimo per amore di Dio. Ma: il prossimo come te stesso, e i due comandamenti sono una cosa sola.
Dunque: chiunque ama autenticamente Dio, anche se crede d’aver dimenticato le creature, ama gli uomini senza saperlo.
Chiunque ama il prossimo come se stesso, anche se nega l’esistenza di Dio, ama Dio.

S. Weil, Quaderni, vol. II, Adelphi



I PRETI ITALIANI PEGGIO DI CIPPUTI

 

I preti italiani peggio di Cipputi: hanno uno stipendio più basso di quello dei metalmeccanici. A dieci anni dalla nascita dell’Istituto per il sostentamento del clero, monsignor Tino Marchi, presidente dell’organismo cattolico entrato in vigore dopo la revisione del Concordato, traccia un bilancio. «Un parroco di prima nomina percepisce solo 1 milione 140 mila lire, centomila lire in meno rispetto al primo livello contrattuale del settore metalmeccanico: in effetti un po’ poco».
«È pur vero – aggiunge mons. Marchi – che allo stipendio dei sacerdoti vanno ad aggiungersi le offerte della questua. Ma mediamente, e specie per un parroco di campagna, la cifra è sempre bassa».
Così come per i Preti, anche per i vescovi la paga non è elevatissima: «Un vescovo percepisce poco più di un milione e ottocento mila anche se per lui sono previste delle spese di rappresentanza».

dai giornali del 24 settembre ‘95



L’AMORE DI DIO E… ALTRI AMORI

 

Se si dice a se stessi: quand’anche il momento della morte non dovesse portare niente di nuovo, ma fosse solo il termine della vita quaggiù e non il preludio di un’altra vita; quand’anche la morte portasse solo il nulla; e quand’anche questo mondo fosse completamente abbandonato da Dio: e quand’anche a questa parola, Dio, non corrispondesse assolutamente niente di reale, ma solo delle illusioni puerili – ammesso che sia così, tuttavia, anche in questo caso, preferisco eseguire ciò che mi sembra comandato da Dio, ne conseguissero pure le più orribili sventure, piuttosto che compiere qualsiasi altra cosa.
Solo un folle può pensare così. Ma se si è contratta questa follia, si può essere del tutto certi di non rimpiangere mai nessuna azione compiuta in conformità a questo pensiero.
L’unica difficoltà è che questo pensiero fornisce ben poca energia, un’energia insufficiente per il compimento delle azioni.
Come accrescere questa energia?
La preghiera deve accrescerla.
La pratica stessa dell’obbedienza deve accrescerla, perché ogni azione compiuta per un movente aumenta l’energia del movente.
Oppure l’esaurisce, è vero. Si tratta di due meccanismi possibili, del tutto distinti. È di primaria importanza discernerli.
Ciò che esaurisce un movente sono le azioni compiute al di là di ciò a cui esso spinge.
Dunque la proporzione dell’energia messa al servizio di Dio aumenterà in un’anima se presta molta cura a non andare mai al di là di ciò a cui ci si sente quasi irresistibilmente spinti dall’obbedienza. Altrimenti l’amore di Dio si esaurisce, oppure è rimpiazzato, sotto lo stesso nome, da un altro amore. Questo è importantissimo – perché tanti amori carnali possono insinuarsi sotto questo nome…

S. Weil, Quaderni, vol. IV



LE INUTILITÀ APPARENTI

 

Era costume in Atene non eseguire condanne a morte (già comminate) in particolari tempi sacri dell’anno.
Per questo Socrate era in carcere, in attesa dell’esecuzione.
Quel giomo sarebbe stato quello dell’arrivo al Pireo della nave che tornava dal santuario dell’isola di Delo. Durante quei pochi giorni il prigioniero chiese ai suoi amici che facessero venire in carcere un maestro di musica, perché gli insegnasse a suonare il flauto. Gli amici, meravigliati, gli chiesero:
“Perché vuoi imparare a suonare il flauto, adesso?”
Socrate rispose: “Per imparare a suonare il flauto.”

da una tradizione antica su Socrate



LA BELLEZZA

 

La Bellezza non ha causa:
Esiste.
Inseguila e sparisce.
Non inseguirla e rimane.

Sai afferrare le crespe
Del prato quando il Vento
Vi avvolge le sue dita?
Iddio provvederà
Perché non ti riesca.

Emily Dickinson



LA GUERRA TI TOLSE DALLE LABBRA IL SORRISO

 

Io sciupai il tuo candido seno
di giovane madre, di donna piacente,
rubai allo specchio la tua bellezza.
E nelle tue mani
sempre più vecchie fotografie.
I discorsi di mio padre li ho imparati a memoria,
fosse per lui
crederei ancora ai libri di storia.
Con te devo incontrarmi in un fiume di nero
e tra fiori e marmi ritorna il rimpianto.
La guerra ti tolse dalle labbra il sorriso,
io cancellai anche quel po’ di rossetto.
Ti rivedo gigante
poi un rivolo di saliva all’angolo della bocca
e ti vidi bambina, ti vidi morire.
E tra fiori e marmi, tra un pugno ed un bacio,
tra la strada e il mio portone,
tra un ricordo e un giorno nero
torna e vive anche il rimpianto.

Massimo Troisi



NÉ INFERNO NÉ PARADISO

Un giorno un gruppo di giovani vide Rabi’a correre in gran fretta, con del fuoco in una mano e dell’acqua nell’altra. Le chiesero allora: «Signora, dove stai andando? Cosa intendi fare?».
Disse: «Sto andando in cielo, per gettare il fuoco nel paradiso e versare l’acqua nell’inferno: non resterà così né l’uno né l’altro, e apparirà Colui che si cerca. Allora coloro che gli rendono culto volgeranno lo sguardo verso Dio, senza speranza e senza timore, e lo serviranno così. Se non ci fosse più speranza del paradiso e timore dell’inferno, non lo adorerebbero forse come il Verace, e non gli ubbidirebbero?».

I detti di Rabi’a, Adelphi



LA STUPIDITÀ

Per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. Contro il male è possibile protestare, ci si può compromettere, in caso di necessità è possibile opporsi con la forza; il male porta sempre con sé il germe dell’autodissoluzione, perché dietro di sé nell’uomo lascia almeno un senso di malessere. Ma contro la stupidità non abbiamo difese. Qui non si può ottenere nulla, né con proteste, né con la forza; le motivazioni non servono a niente.
Ai fatti che sono in contraddizione con i pregiudizi personali semplicemente non si deve credere – in questi casi lo stupido diventa addirittura scettico – e quando sia impossibile sfuggire ad essi, possono essere messi semplicemente da parte come casi irrilevanti. Nel far questo lo stupido, a differenza del malvagio, si sente completamente soddisfatto di sé; anzi, diventa addirittura pericoloso, perché con facilità passa rabbiosamente all’attacco.
Perciò è necessario essere più guardinghi nei confronti dello stupido che del malvagio. Non tenteremo mai più di persuadere con argomentazioni lo stupido: è una cosa senza senso e pericolosa.

D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, Paoline



LE PAROLE

 

Le parole
se si ridestano
rifiutano la sede
più propizia, la carta
di Fabriano, l’inchiostro
di china, la cartella
di cuoio o di velluto
che le tenga in segreto;
.le parole
quando si svegliano
si adagiano sul retro
delle fatture, sui margini
dei bollettini del lotto,
sulle partecipazioni
matrimoniali o di lutto;le parole
non chiedono di meglio
che l’imbroglio dei tasti
nell’Olivetti portatile,
che il buio dei taschini
del panciotto
che il fondo
del cestino,
ridottevi
in pallottole;le parole
non sono affatto felici
di esser buttate fuori
come zambracche e accolte
con furore di plausi
e disonore;
le parole
preferiscono il sonno
nella bottiglia al ludibrio
di essere lette, vendute,
imbalsamate, ibernate;.le parole
sono di tutti e invano
si celano nei dizionari
perché c’è sempre il marrano
che dissotterra i tartufi
più puzzolenti e più rari;

.

le parole
dopo un’eterna attesa
rinunziano alla speranza
di essere pronunziate
una volta per tutte
e poi morire
con chi le ha possedute.

Eugenio Montale, 1968