Arrischiate prove tecniche di un impossibile parlarsi

supernove

a cura dei PO del Veneto



DONNE CHE AVETE
INTELLETTO D’AMORE (Dante)

Lamento (o boria) del preticello deriso

 

Sono un povero prete.
Guardatemi. Che pretendete
da me — che ne sapete,
con tutti questi miei bottoni
addosso, il collaretto
rigido così stretto
alla gola,
– il cilizio,
l’uffizio –
voialtri, di vocazioni?

Non fatemi interrogazioni
spavalde. Non mi deridete.
So bene che tutti voi avete
– e vi ammiro – il piede
saldamente posato
sulle cose concrete.
Avete fatto carriere
splendide. Io, da soldato
semplice, il mio dovere
e stop. Ma, vedete:
altra cosa è la fede.
Lasciatemi. Che mai volete
da me — da questa mia
miseria senza teologia?
So anche che voi non credete
a Dio. Nemmeno io.
Per questo mi sono fatto prete.

Ma, amici, non mi fraintendete.
Per tutti, c’è una parete
in cui dobbiamo cozzare.
Da giovane amavo arraffare
anch’io, con la vostra sete.
Che traffici e che mercanzie
(che lucri, e che profezie
stupende per il futuro)
senza conoscere muro
di sorta, a potermi frenare!

Fors’era in me un sessuale
émpito il voler arricchire.
La Genova mercantile
dei vicoli – l’intestinale
tenebra dov’anche il mare,
se s’ode, pare insaccare
denaro nel rotolio
della risacca (ma io,
scusate, non mi so spiegare
troppo bene), il Male
in me sembrava inculcare
con spasimo quasi viscerale.

Eppure, fu in quel portuale
caos, ch’io mi potei salvare.
Che dirvi, se la vera autrice
della mia conversione
(ma sì: non ho altra ragione
da addurre) fu una meretrice?

Alessandra Vangelo
è il suo nome e cognome.
Di Smirne: una giunone
così – una dannazione
per me, privo di cielo
com’ero, – che per mia ossessione
(vedete: da lei non si stacca
la mia mente) impero
ebbe, giù da Porta dei Vacca,
fino a Vico del Pelo.

 

Ragazzi, che baldoria
quando, la gran baldracca
in gloria, la sua apparizione
faceva, in piena Portoria!

Natiche ne ho viste, e reni
altere, su tacchi alti.
Ma il petto (e io facevo salti
così, io, nel mio letto),
quel petto che esortazione,
gente, era all’erezione!

…..  Eh sì, sarebbe canzone
lunga, se dovessi narrare
com’io, ormai costretto
da un impeto di liberazione,
sfogai, fino all’estenuazione,
l’anima, in un portone.

All’alba me n’andai sul mare,
a piangere. Di disperazione.
Volavano bianchi d’ali
i gabbiani, e i giornali,
freschi ancora di piombo,
urlavano, in tutto tondo,
ch’era scoppiata la guerra
dappertutto, e la terra
(ancora io non sapevo i lutti
atroci: voi, i vostri frutti)
pareva dovesse franare,
sotto i piedi di tutti.

Fu lei a venirmi a cercare,
svampata di paura.
Me la sentii crollare
addosso, sfatta creatura,
gemente, nel suo singhiozzare,
la perdita del suo introitare.
……
Fratelli, per norma ai lagni
delle femmine, mai
ho voluto dar retta.
Ma lì sentii una stretta
al cuore, e dei miei guadagni
(dei vostri! giacché tale
è la vita mortale)
mi vergognai, come
non so dir la ragione.
So che mi misi a pregare,
èbete, caduto in ginocchio.
E so che fissando l’occhio
torbo di lei, la parete
scòrsi, dove s’andò a infrangere
(vi prego, non mi deridete)
la marea di quel piangere.

Capii a quali danni
portassero gli immondi affanni.
E mi sentii morire,
credetemi, con un’irreligione
che, senza fare eccezione,
pone nell’arricchire
(e nel riuscire) il solo
scopo delle sue mire.
….
Rimasi, come dire?
stranito. Come un usignolo.
Mi feci piccolo. Solo.
In disparte. E se l’arte
posso ancora ammirare
vostra, che con le carte
in regola a costruire
v’indaffarate un presente
che non guarda al domani,
io (vi giuro: le mani
mi tremano) non so più agire
e prego; prego non so ben dire
chi e per cosa; ma prego:
prego (e in ciò consiste
– unica! – la mia conquista)
non, come accomoda dire
al mondo, perché Dio esiste:
ma, come uso soffrire
io, perché Dio esista.

Questo faccio per voi,
per me, per tutti noi.


D’altro non mi chiedete.
Sono un semplice prete.

 

(G. Caproni, Tutte le poesie, Garzanti

 



Differenza femminile ed esperienza dei PO

Premessa alla relazione dell’incontro:
“Chiaccherare, ascoltare, parlare”
(di Gigi Meggiato)

Chiacchierare: siamo facili alla chiacchera. Quando non abbiamo niente da dire, ma vogliamo riempire i silenzi imbarazzanti emettiamo una quantità smisurata di parole su tempo, calcio, donne…
La chiacchiera non coinvolge, non espone, non impegna perché sorretta dalla banalità e dalla presunzione di conoscere l’oggetto del discorrere. Senz’altro il mondo maschile pretende, meglio è sicuro, di ‘sapere’ l’altra metà della terra.
Questa sicumera, purtroppo, si dispiega tranquillamente anche nella chiesa, tra gli uomini di chiesa. Hanno sempre parlato alle donne, affermando di conoscerne l’indole, i carismi (parola altisonante), la fragilità… Dalla loro parte sta una lunghissima tradizione che minimizza il ruolo delle donne, e affonda le radici nella formazione delle stesse Scritture.

Ascoltare: la struttura monolitica della chiesa si fonda sulla certezza di possedere lo Spirito di Dio. La chiesa inviata a proclamare la Parola, si rivolge a tutti; il suo linguaggio è pertanto universale. Ma alcune, impertinentemente, hanno posto alcuni interrogativi. Il linguaggio universale (oltretutto pensato solo al maschile) può esprimere tutti e tutte? Non sarebbe piuttosto opportuno definirlo generico? L’omogeneizzazione non include l’incapacità di manifestare la ricchezza dei vari pensieri? La differenza sessuale non comporta sensibilità, intuizioni, pensieri diversi? Non possono le donne aver diritto a decidere e a parlare di se stesse e quindi venire ascoltate? La femminilità non è forse una prospettiva peculiare (accanto ad altre) da cui ‘vedere’ e ‘dire’ Dio?
La categoria della differenza non fa comprendere seriamente l’Alterità e la Trascendenza?

Parlare: la parola è tale quando diviene mezzo di scontro/incontro, quando ci fa ‘rinascere’. La strada del parlare, per quanto attiene al rapporto con il femminile, è tutta da scoprire, tracciare e poi percorrere. Passare dalla chiacchera all’ascolto e infine alla parola non è agevole. Comporta prezzi salati: silenzi, da parte maschile, sulle parole che possono risuonare come colpi di gong, giudizi da non esprimere. I loro pensieri ed espressioni circa Dio, Cristo, fede, bibbia domandano accoglienza e ascolto. Forse potremmo paragonare le loro parole al grido di una creatura appena nata. Il vagito non è piacevole come una musica, ma è senz’altro certezza di vita nuova, richiesta di confronto con una alterità concreta, presenza diversa, che, come ogni diversità, manifesta ricchezza, ma rimane sempre irriducibile.



Traccia-base dell’incontro (giugno ‘96)

• Donne, i movimenti delle donne, le pratiche e il pensiero della differenza, donne teologhe ecc., criticamente e creativamente, hanno inventato nuovi modi di essere donne, di essere donne eventualmente credenti, in nuovi rapporti con la tradizione, con la scrittura, con il pensiero e le varie aree del personale e del sociale (il partire da sé, autorità e autorevolezza, il linguaggio, la politica ecc.).
• I preti-operai, nella loro storia e riflessione, hanno praticato un tentativo di deprofessionalizzazione del prete, in una ricerca di nuovi rapporti con sé, i propri bisogni e scelte, con gli altri e con il messaggio, in direzione di un superamento delle attuali pratiche fede-vita, produzione-consumo della religione come merce, nell’alternativa tra laicismo e indifferenza e bigottismo e superstizione.

Lo scopo dell’incontro non è quello di mettersi d’accordo o in disaccordo su qualche ‘tema’ precostituito, ma piuttosto di acquisire una qualche ‘notizia’ o ‘attenzione’ reciproca su terre e storie così lontane tra loro.



Relazione dell’incontro
(a cura di Franca Marcomin, Gigi Meggiato, Lucia Scrivanti)

Roberto: questo incontro di donne e di PO è un po’ una follia. Noi maschi sappiamo tutto delle donne e quindi potremmo solo insegnare a loro cosa sono… A essere più sinceri, dovremmo ammettere anche una paralisi. Sulla questione preti-donne cosa dire, vista la catastrofe sessuale che dà alla luce il prete cattolico? La difficoltà c’è anche perché il PO non è più nella comoda categoria degli ultimi. Come operaio del nord del mondo ha certi privilegi e come prete maschio si trova ad essere contestato dalle donne come ‘padrone della fede’. Ma la provocazione, anche se ‘fastidiosa’, va accettata.
Su due questioni per es. (autorità e identità) le donne dicono cose nuove. C’è un senso diverso (dicono) di autorità come reciprocità di autorevolezza, al di là dell’aut-aut maschile per il quale o si comanda o non si esiste.
Sull’identità: l’io del prete (‘io ti assolvo..’) lo identifica con un ‘dio maschile’ che manda il prete a comandare. Ma qual è l’identità del PO quando l’esperienza spesso servile del lavoro gli dice che quel suo grande io è vuoto e che non si è affatto al posto di Dio?
Certo che, personalmente, parlo della questione fede-donne con difficoltà. Confesso che sono andato a lavorare anche per nausea dell’ambiente parrocchiale. I maschi mi lasciavano i figli e tagliavano la corda. Restavo lì con ‘mamme’ e suore vedendomi trasformato in ‘femmina’ e vedendo la fede trasformata in articolo infantile e donnesco… La chiesa è un bell’esempio di degradazione del femminile nel femmineo e del maschile nel maschilista.
C’è però una finezza indicata dai francesi con il ‘complesso del ciclista’ (testa bassa e piedi che scalciano sui pedali) dato che nella chiesa i preti trattano da donne chi sta sotto di loro (il famoso laicato, la gente, il famoso popolo di Dio..), ma poi sono a loro volta ‘donne’ per chi sta in alto, su su fino al vuoto. Di qui il fatto che il prete è insieme maschilista e femmineo? E tutta la struttura è tenuta su da tutti gli archetipi come la chiesa sposa di Gesù, la mamma di Gesù ecc. Sulla insignificanza della fede oggi come cosa seria, non è da riflettere su quel miscuglio di infantile, adolescenziale e femmineo che c’è nel cristianesimo italiano? La mamma del prete poi…

Franca: Ma a chi attribuiamo le nostre doti? I nostri difetti sono attribuiti sempre alle madri.

Luigi: Sono rimasto infantile verso la madre. C’è voluta l’esperienza della morte per recuperarla.

Franca: Questo incontro è problematico. Siamo di fronte a due irriducibilità. I PO possono essere solo maschi. Il ‘movimento delle donne’ può essere composto solo da donne. Non accetto il termine ‘questione femminile’, peggio ancora sarebbe ‘condizione femminile’. Ci sono gli uomini e le donne. Non c’è una questione maschile. Per esempio, non vedo matriarcato nella Chiesa, ma in essa esiste la proiezione degli uomini sulle donne, come se non vi fossero donne in carne ed ossa, mentre il corpo è essenziale per essere donne e uomini. Il corpo è una irriducibilità, non è parole, ma le nostre parole hanno a che vedere, dipendono dal nostro corpo. Il pensiero da noi prodotto è dipendente dalla nostra corporeità.

Sergio: La chiesa ha ripudiato di fatto la propria origine trinitaria avendo sposato nella prassi il monoteismo assoluto. Ha spazzato via con il paganesimo politeista ogni forma di pluralit

DONNE CHE AVETE INTELLETTO D’AMORE (Dante)

à, che invece emerge dalla nostra costituzione: maschile, femminile, …e richiede di essere posta al centro delle nostre vite e dei nostri pensieri.
Norma: Non posso parlare per tutte le donne. Il femminismo ha svolto un compito fondamentale perché le donne hanno iniziato a parlare di se stesse, della loro condizione. Mi ha insegnato a integrare la mia professione, il mio ruolo come parte di me. Un ruolo, anche il più nobile, che pretenda di essere il soggetto, divide, spezza l’essere umano. Essere madri, insegnanti, sposate, nubili etc. sono parti dell’essere se stesse, che si possono scegliere e vivere senza una identificazione totalizzante con la maternità, la professione…. Il vissuto concreto viene prima dell’astratto, il quale ha sempre una valenza totalizzante, allora si passa dalla maternità al ruolo di madre; ciò non per ridurla, ma perché va resa compatibile con le altre parti del sé. Ciò rende libere all’accadere. Possiede inoltre una valenza produttiva sia rispetto al politico che alla libertà.

Lucia: La differenza sessuale fonda un pensiero differente. Il disconoscere tale differenza ha portato nell’ambito della fede ad una concezione di Dio appiattita sull’immagine solo maschile, precludendosi concretamente il darsi dell’alterità e la vocazione alla trascendenza. È necessario leggere in modo differente e parziale il rapporto con Dio e la Bibbia. La chiesa ha commesso e continua a commettere l’errore di disconoscere la parzialità, scambiandola con il tutto, della propria visuale. Invece bisogna partire da sé, dalla propria parzialità per ripensare in modo incompleto, ma peculiare, la religione. Sotto questo aspetto vi è un cristianesimo tutto da reinventare. Non trovo nella chiesa questo spazio di accoglienza e ascolto ed allora devo trovare fuori di essa le piste di ricerca per la mia fede.

Gianni: Il problema da noi affrontato è solo agli inizi. Il prete quando predica non pensa alla differenza di ‘genere’, ma alla persona. Cercando di essere attento colgo dal mondo femminile queste provocazioni:
– partire da se stessi e non da un sistema precostituito. Siamo scatole chiuse perfino a noi stessi. Siamo stati educati così da maschi, meglio, da preti maschi;
– confrontarsi con la singolarità, concretezza, storicità, uscendo dalla generalità e genericità. Sento vicino l’approccio delle donne e dei PO rispetto al monolite dell’unità che distrugge le differenze e perciò non è vitale. Occorre ripensare nella chiesa, nella teologia, nella morale una sintesi rispettosa della differenza.
– I nostri dogmi siano pensati come ‘congetture’ rispetto al divino che non è mai ingabbiabile.

Luigi: Il libro della Muraro mi ha acceso alcune luci. Margherita Porete restituisce la persona alla sua libertà e solitudine affermando che la “chiesa piccola” non può controllare quanto avviene tra anima e Dio. Accade la rottura della “summa” monolitica. La persona è restituita alla sua solitudine. “Alla natura va dato tutto ciò che le compete”. È importante riscoprire continuamente il rapporto tra ruolo e identità. Queste intuizioni non solo scalfiscono il sistema, ma entrano anche nei percorsi individuali maschili. Il rapporto con le donne fa riflettere il PO. Egli ha unito due ruoli, prete e operaio, ma non so quanto abbiamo liberato della singolarità, della libertà, del maschile dentro di noi.

Roberto: Come pensare donne e uomini fuori dalle categorie di complementarietà, unità, opposizione, fusione, estraneità? L’identità è data dalla differenza. Ci vuole pace tra uomini e donne. Il parlarsi non è l’unico strumento. Forse è il corpo, ma non corpo contrapposto a mente.

Norma: Il conflitto nasce quando a donna unisci un’attesa. Sono assolute le categorie di donna e uomo? Discutiamo e nominiamo i nostri concreti atteggiamenti per poter dialogare. In questo senso ‘essere donna’ deve essere portato nel parlato.

Mario: Vi sono vari livelli di linguaggi. Possiamo parlare tra donne e uomini concreti. Questo è linguaggio politico e la politica è differenza. Invece il religioso, il filosofico sono realtà da esprimere con soli linguaggi simbolici nei quali non si dà differenza fondata sulla sessualità.

Gastone: La conoscenza di una vicina di casa con handicap e lesbica e che convive con un gay mi fa compiere una verifica e un bilancio della mia vita. Ho in me la misoginia? Il confronto diventa serrato quando vedo che un prete costretto dai limiti di età a lasciare il ruolo di parroco è costretto al ricovero in psichiatria.

Franca: La differenza sessuale è una categoria, una chiave di lettura. È necessario esserne consapevoli. Essa è una differenza fondante, originaria, la prima. Non è solo biologica, corporea con l’accezione negativa data al corpo dall’occidente.

Norma: Desidero e voglio vivere la differenza sessuale come strumento non totalizzante. Dobbiamo restare parlanti di noi stesse/i e così diverremo produttive/i in continuazione, pronte/i a cogliere la complessità dell’identità e aperte/i se un domani le categorie di femminile e maschile saranno ritenute vecchie.

Lidio: Tra femminile e maschile c’è complementarietà, unione? Nel dormitorio dove lavoro gli uomini sostituiscono le donne con il vino, e sono soli. Gli uomini e le donne non si comprendono se non stanno l’uno di fronte all’altra. Il problema uomo/donna va colto storicamente, politicamente e sociologicamente senza prevaricazioni. Il confronto rimane l’unica strada perché è la diversità che mi fa crescere.

Riccardo: La “differenza” è opportuna per spingermi nella realtà. Ho identità in Dio se mi metto nella creatività, ho sete di verità, di capire. Parlare è diverso da amare, e l’amore include l’insieme di me. La donna ha un fascino perché ha un rapporto con la natura e con il linguaggio che è continuamente da riscoprire.



Bibliografia

• M. Caterina Jacobelli, Onestà verso Maria, Queriniana.
• L. Muraro, Lingua materna e scienza divina, ed. D’Auria (su ‘Lo Specchio delle anime semplici’, di Margherita Porete, ed. Paoline)
Donne e divino (a cura di I. Ceresa). Scuola di cultura contemporanea. Assessorato Cultura di Mantova.
• Il Femminismo, ed. Stampa alternativa.
Noi Donne, maggio 1996 (con inserto librario).
• Ida Magli, Storia delle donne religiose, Longanesi.
• Cettina Militello, Donna in questione, Cittadella.
• M. Daly, Al di là di Dio Padre, verso una filosofia della liberazione della donna; Editori Riuniti.
• Adriana Valerio, Cristianesimo al femminile, ed. D’Auria.
• V. Woolf, Una stanza tutta per sé, Tre ghinee (varie case editrici: Einaudi, Feltrinelli ecc.).
• I. Bachmann, Trentesimo anno, ed. Adelphi.
• Clarice Lispector, La passione di H. G., ed. Feltrinelli.
• Christa Wolf, Cassandra, ed. E/O
• Emily Dickinson, Poesie, varie edizioni.
• Maria Zambrano, Chiari del bosco, ed. Feltrinelli.
• Maria Zambrano, I Beati
• Maria Zambrano, La tomba di Antigone, La Tartaruga Edizioni
• L. Irisaray, Amo a te, Ed. Bollati Boringhieri.

 

Filmografia

• Thérèse, regia di Cavalier (su S. Teresa del Bambin Gesù).
• Lanterne rosse e Ju Du (films cinesi sulla condizione femminile) del regista Zhang Ymou.
• La settima stanza, regia di Marta Meszaros (su Edith Stein).



ELOISA ED ESHUN

«Io, come è chiaro a tutti, sono sempre stata legata a te da un amore senza limiti (immoderato amore complexa sum)… Non ho mai cercato nullo in te, Dio lo sa, se non te; desideravo semplicemente te, nulla di tuo. Non volevo il vincolo del matrimonio, né una dote. Mi sforzavo di soddisfare non la mia voluttà o la mia volontà, ma le tue, come sai. E se il nome di moglie sembra più santo e più importante, per me è sempre stato più dolce quello di amica o, se non ti scandalizzi, di concubina persino di prostituta (concubinae vel scorti)… io preferivo la libertà dell’amore al vincolo coniugale. Invoco Dio come mio testimone: se Augusto, signore di tutto il mondo, si fosse degnato di offrirmi l’onore del matrimonio e mi avesse donato, per l’eternità, l’intera terra, anche allora mi sarebbe sembrato più dolce e degno essere chiamata la tua meretrice piuttosto che la sua imperatrice».

Abelardo ed Eloisa. Lettere, ed. Bur.


Venti monaci e una monaca, che si chiamava Eshun, facevano esercizio di meditazione con un certo maestro Zen.
Nonostante la sua testa rapata e il suo abito dimesso, Eshun era molto carina. Diversi si innamorarono segretamente di lei. Uno di questi gli scrisse una lettera d’amore, insistendo per vederla da sola. Eshun non rispose. Il giorno dopo il maestro fece lezione ai suoi discepoli, e alla fine della conferenza Eshun si alzò. Rivolgendosi a quello che le aveva scritto, disse: «Se veramente mi ami tanto, vieni qui e prendimi subito tra le tue braccia».

101 storie zen, ed. Adelphi



MORTE DI MADONNA GIROLAMA

Adì 9 di febraro 1572
Essendo costituita nella sudetta carcere di Torre de Nona il deto giorno et condennata in simil modo a morte per l’ofitio della santa Inquisizione, madonna Geronima pelegrina Guanziana De Valentia, qual similmente volendo morire da bona cristiana, si confessò et comunicò et domandò perdono a Dio delli sua pechati, perdonando a tutti quelli l’havessimo offesa et domandando perdono a tutti quelli che fussino stati offesi da lei; non volse far testamento, né lassar memoria alcuna, si non che dette in mano del nostro Proveditore quatro scudi in oro et baiochi 7, quali vole se ne facci tanto bene per l’anima sua. Et questo fu quanto disse presenti li sottoscritti testimonii.

Confortatori: Messer Amerigo Strozzi, Messer Andrea Sacchetti, Antonio Strambi, Francesco da Carmignano.
Poi fu menata in Ponte dove fu appichata e poi abruciata.

Per Matteo Galigai proveditore – Antonio Strambi scrivano.

Il Santo rogo e le sue vittime, ed. Stampa Alternativa



GUERRA CIVILE

Sono spezzata in due
ma io conquisterò me stessa.
io riesumerò l’orgoglio.
Io prenderò le forbici
e amputerò la mendica.
Io prenderò il pie’ di porco
e in me scassinerò
i pezzi di Dio scassati.
Come un enorme puzzle
lo ricomporrò
con la pazienza del giocatore di scacchi.

Quanti pezzi?

Paiono migliaia.
Dio travestito da puttana
di un viscido verde alga,
Dio travestito da vecchietto
che barcolla ciabattando,
Dio travestito da bambino
tutto nudo
senza pelle,
molliccio come un avocado sbucciato.
E altri, altri, altri.

Ma io tutti li conquisterò
e una nazione di Dio costituirò
— infine in me unificata —
un’anima nuova costruirò
vestita di pelle.
Poi mi metterò una camicia
e canterò l’inno:
Canto di me stessa.

Il tremendo remare verso Dio, di Anne Sexton
in “Poesia”, dicembre 1995



A VOI, PAROLE

Per Nelly Sachs, l’amica, la poetessa, con venerazione

A voi parole, orsù, seguitemi!
Anche se già ci siamo spinti avanti,
fin troppo avanti, ancora si va
più avanti, si va senza fine.
Non vi è schiarita.
La parola
non farà
che tirarsi dietro altre parole,
la frase altre frasi.
Così il mondo intende
definitivamente
imporsi,
esser già detto.
Non lo dite.
Seguitemi, parole,
che non diventi definitiva
— questa ingordigia di parole
e detti e contraddetti!
Lasciate adesso per un poco
ammutolire ogni sentimento:
che il muscolo cuore
si eserciti altrimenti.
Lasciate, vi dico, lasciate.
Non sussurrate nulla,
nulla, dico, all’orecchio supremo,
che per la morte nulla
ti venga in mente:
lascia stare, seguimi,
nè mite né amara,
non consolatrice
né significativamente
sconsolante,
ma nemmeno priva di significato —.
E soprattutto non immagini
tessute nella polvere, vuoto rotolare
di sillabe, parole di morte.
Nemmeno una,
o parole!

Ingeborg Bachmann, scrittrice austriaca, Poesie, ed. Guanda



Nota della redazione:
«Le donne hanno le palle che gli uomini non hanno»

(scritta sul muro da uno spezzone di film a ‘Fuori orario’, RAI3, sett. ‘96)