Quale Dio?

Immagini di Dio


 
FEDE RICERCA

La mia fede, il mio rapporto con Dio, è sempre stato dialettico. Non Ho mai avuto davanti a me un Dio tranquillo.
Per cominciare, mi è sempre stato difficile vederlo solo nella Messa, nei sacramenti ma non sapevo come altrimenti. I miei modelli erano Abramo che doveva andare oltre verso l’ignoto, Giacobbe che lottava con Dio, Mosè che interpellava Dio “chi sono io perché vada dal faraone?”, Gesù e il Vangelo vissuto e predicato con convinzione. Le parrocchie erano l’unico orizzonte in cui Dio potesse manifestarsi. Ma le vedevo come impermeabilizzate all’attecchimento di qualsiasi germe di fede.

 
LA PAROLA DI DIO
Una sera, negli anni 60, partecipai ad una riflessione comunitaria su1 Vangelo tenuta da un missionario reduce dall’Africa. Letto un brano, non fece commenti ma ìnvitò tutti a riflettere, a pregare e a dire, ad esprimere ciò che Dio aveva fatto capire. In quel momento si spezzarono tutti i legacci dentro di me che tenevano legata e chiusa la Parola di Dio, gelosamente custodita dagli addetti ai lavori. Scoprii per la prima volta che lo Spirito poteva parlare a tutti, laici compresi.
Da allora la Parola mi si è rivelata nella sua potenza di germinazione, di cambiamento, di rimprovero, di crisi, di ricerca, dì coraggio, di timore. E Dio lo sentivo in me e nella gente come un torrente in piena che sconvolgeva i progetti, che spingeva me ed altri verso lidi nuovi. Ho visto in me ed in altre persone cambiamenti radicali (dall’indifferenza verso la Parola, a morire cantando inni al Signore).
Pregavo: “Dio prendi la mia vita, conducila dove ti pare, rendimi capace di gestirla, dammi la pace, dammi lo Spirito Santo. Per Cristo mio Signore. Amen. (29 gennaio’78).
 
DIO NELLA VITA
In un momento di difficoltà psico-fisica, di ricerca, mi trovai scaraventato in una fabbrica, preso per i capelli come Giona mandato a Ninive. Vi restai più o meno. Ma non ho mai preteso di portare Dio a nessuno. Dio non l’avevo io, ma lo trovavo lì dove ero stato mandato, era lì da tempo, quasi mi aspettasse. Era all’opera in quegli “inferi” in perenne attesa di resurrezione.
Anch’io ero chiamato a dargli una mano, anche se il mio impegno sindacale fu sempre proporzionato alle forze. Era il tempo del deserto nel senso positivo, della fede nuda, della speranza, della certezza che Dio salva e fa cose nuove anche attraverso la mia piccola opera.
Poi grandi novità non vennero, anche per mie incapacità, incostanza, compromessi. Mi trovai progressivamente in difficoltà sia sul piano della ricerca di un progetto che su quello della salute, fino all’attuale momento di Giobbe, di Bonhoeffer, di Isaia, di San Paolo.
Mi domando: “Possibile che debbano capitare proprio tutte a me?”. Che cosa ho fatto, se non desiderato di vivere con la gente, del mio lavoro? È il tempo della sopravvivenza, del silenzio, della croce, del Deus meus, Deus meus ut quid dereliquisti me?
Ma so che il Dio di Giobbe è anche il Dio della resurrezione. E sono sicuro che Dio mi darà ancora forza, mi indicherà la strada da percorrere, mi darà compagni di viaggio.
Forse ha fatto cadere i castelli di carta perché io di nuovo mi metta alla ricerca di Lui, il Dio Geloso. Ma è dura. È gratificante fare l’eroe, anche la vittima quando si è forti, ma quando si è deboli non si riesce più a fare niente, neanche la vittima. Non mi rimane che dire, e credere: “quando sono debole è allora che sono forte”.

Domenico Boniotti


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