Teologia della dislocazione

Immagini di Dio


 

Grazie alla dislocazione in condizione operaia ho scoperto da anni che vale di più l’atto primo della teologia anche perché l’atto secondo (il parlare di Dio) non ha senso senza l’atto primo.
Perché credere non è conoscere… “anche i demoni credono” (Giacomo 2,19). Credere è amare, è parlare “con”. Nel dialetto bergamasco i fidanzati vengono definiti come coloro che parlano insieme “i parla ‘nsèma”.
Innanzitutto quindi parlo con Dio e mi capita spesso di ritrovarmi in questo atteggiamento anche quando leggo qualcosa di teologia: mi viene spontaneo, per esempio, confrontare la mia situazione di dislocato con quanto sto leggendo e meditando. E confrontare è un momento di preghiera, è teologia…
Parlo con un Dio che sento vicino, che è storico (il regno di Dio è vicino… è dentro di voi) , che risponde alle mie attese anche quando mette in discussione le mie attese e ne suscita altre, che promette dei beni messianici che si realizzano già ora solo se “funziona” l’alleanza.
Soprattutto con l’aiuto degli scritti di A. Rizzi e di Carmine di Sante e grazie agli anni vissuti nel periodo della cosiddetta secolarizzazione mi sono accostato alla Parola con la concezione di un Dio più biblica che filosofico/teologica. Non quindi la concezione di un essere perfettissimo descritto con meravigliose e altissime immagini, ma la percezione della vicinanza a un essere vivente, storico, che non vuole che si facciano immagini di Lui (Deut.4,12) non tanto perché queste sono materiali mentre Lui è spirituale, ma perché le immagini sono ferme e statiche, diversamente da Lui che è vivente e parla nell’uomo, sua vera immagine.
È il Dio dell’Alleanza quello con cui parlo. Un Dio che con la Sua promessa rende possibile l’utopia che si realizza nella misura in cui noi uomini viviamo la logica dell’alleanza. “Se osserverete i miei comandi, vi darò la pioggia, la terra darà prodotti… e la spada non passerà per il paese”. E questo non nel senso del “do ut des”, ma nel senso che una cosa, l’obbedienza, fa realizzare l’altra, il dono di Dio.
“Benedetto sei tu, Signore… abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del nostro lavoro”. Secondo questa preghiera che è propria della tradizione biblica, Dio e l’uomo sono due “princìpi co-necessari”, non potendo l’uno fare a meno dell’altro.
Nella visione che del reale ha Israele Dio non è “onnipotente” (anche se lo è a certi livelli) e Israele non è impotente di fronte a Dio. Dio ha bisogno dell’umanità allo stesso modo che questa ha bisogno di Dio.

 
C’è un compito che è di Dio: ha creato il mondo sette volte buono e felice non per esprimersi come farebbe un artista ma per colmare il bisogno dell’uomo e renderlo felice.
Ma la modalità scelta da Dio è quella dell’alterità, cioè Dio ha scelto di destinare il mondo al bisogno dell’uomo costituendolo come “altro” da sé, capace di dirgli sì o no, affidando cioè al cuore e alle mani dell’uomo la realizzazione e lo sviluppo della logica del dono insita in questo mondo, creato appunto come dono per l’umanità. Ne deriva la conseguenza paradossale che la creazione è esposta al rischio del fallimento: l’amore di Dio all’umanità può occultarsi o cancellarsi.
 
C’è il compito che è dell’uomo: è chiamato da Dio a fruire del mondo, ma la fruizione è completa e vera se contemporaneamente l’uomo, scoprendo la logica interna al dono che sta fruendo, sente la responsabilità di moltiplicare quanto ha ricevuto, così che un altro scopra la stessa gioia di essere gratuitamente amato. Se l’altro nella mano che gli offre il pane o il lavoro o la casa coglie uno sguardo che lo ama non perché padre o madre o fratello o amico, ma semplicemente perché “altro”, farà esperienza dell’Amore originario che è gratuità generante ulteriore gratuità.
Fare teologia diventa allora credere in un Dio che “passa” ed entra nella storia attraverso la mia libertà, una libertà chiamata a farsi “buona”, a diventare responsabile nei confronti di Dio, con il quale sono chiamato a costruire un mondo felice e ordinato, sempre come dono per l’uomo.
Se il disegno di Dio che è la felicità dell’uomo entra nella storia solo attraverso la responsabilità di ciascuno di noi, allora Dio non abita la casa del “futuro” cioè dell’al di là, ma la casa della mia esistenza, per quanto povera o “dislocata” essa sia.
Il mio “quotidiano” è l’unica porta alla quale Dio bussa per chiamarmi e affidarmi la felicità del fratello. Ma un “quotidiano” nel quale c’è l’appello di Dio non è più quotidiano, perché illuminato dall’”eterno”.

Giacomo Cumini


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