Per una domanda sulla dimensione teologale della mia vita

Immagini di Dio


 
Il modo con cui si pone in me oggi la domanda su Dio ha sue specifiche radici nella mia storia personale. Nel senso che ciò che ho maturato come frutto della mia “dislocazione” in condizione operaia si colloca in un solco che “viene da prima”. Questo occorre ammetterlo per poter spiegare come mai la stessa dislocazione non ha fatto raggiungere a tutti noi le stesse deduzioni di massima.

Sono entrato in seminario a 11 anni, senza coazione esterna, ma per ammaliamento infantile e emulazione dei comportamenti eroici di cui ero nutrito (missionari). In seminario sono cresciuto autoeducandomi per “contrapposizione”. I momenti che ricordo come i più significativi sono stati quelli in cui mi sono opposto a ciò che mi veniva detto. Il polo interiore a cui facevo riferimento per sviluppare questa “resistenza” non ho mai capito bene a cosa fosse dovuto, ma presumo che sia la vita e i comportamenti dei miei genitori.
I disvalori umani, contrapponendomi ai quali mi sono autoeducato, mi venivano proposti in un contesto di forme e motivazioni “religiose”. Esse portano quindi esistenzialmente per me le tracce di quei disvalori. Non escludo quindi che questa esperienza possa aver lasciato qualche traccia nella radicalizzazione con cui tratto oggi le forme religiose. Nel senso che altri cammini possono aver lasciato “predisposizioni” diverse.
La crosta del religioso non è stato per me quindi il mezzo con cui mi è arrivato il dono della fede, ma l’ostacolo contrapponendomi al quale mi sono costruito i miei riferimenti. Il timore quindi di “buttar via il bambino con l’acqua sporca” (a proposito dei rapporto tra contenuti e forme dei religioso) non l’ho mai sentito come mio, perchè, anzi, è stato solo buttando via continuamente l’acqua sporca che ho imparato a vedere che c’era anche “il bambino”.

Come in tutti gli altri fronti, anche su quello “di fede”, sono relativamente poche le cose che ho fatto deducendole da qualche suggestione teorica. Ha sempre prevalso in me cercare di rispondere a qualche problema pratico. Da tempo non coltivo più organici riferimenti “culturali” di tipo religioso, e nutro qualche diffidenza (ormai congenita) nei loro confronti. Confesso però che mi conforta scoprire che alcune intuizioni o domande che emergono dalla mia pratica, trovano eco in qualche percorso teorico che vi arriva partendo da altre strade (bibliche, etiche, filosofiche, esistenziali) e che magari le esprime meglio di come so fare io. Quindi, quando io utilizzo questi riferimenti, constato che in genere lo faccio proprio perchè essi dicono cose che sono in sintonia con quanto io ho già scoperto. E se non lo sono non mi interessano.
 
Non ho mai sentito il sacerdozio (fin dall’inizio!) come una modificazione sostanziale dei mio essere o come una scelta esistenziale. Quanto piuttosto come una disponibilità a svolgere una funzione, una missione. E questo approccio l’ho sempre avuto non solo con il sacramento dell’Ordine” ma con tutti i “sacramenti”. Fino al sacramento “Chiesa”. Non costitutivi cioè di una realtà “ontologicamente” specifica e diversa, ma strumenti utili solo se capaci di riportare a galla, di nutrire, di rafforzare le dinamiche salvifiche di fondo di un umano universale. In questo ho da sempre sentito di essere poco “cattolico”.
Sembra storicamente suffragabile che l’eplicitazione di un qualsivoglia contenuto religioso “specifico” non può non sedimentare una qualche forma di “appartenenza” (circoncisione). Essa , nel peggiore dei casi, va a rafforzare le false appartenenze (es. quelle etniche oggi in voga), che dividono; e nel migliore dei casi non è in grado di contrastarle efficacemente. In ogni caso contribuisce a nascondere l’unica appartenenza veramente reale e che avrebbe in sé il progetto del superamento di ogni divisione: quella di classe (o quella tra “sopra” e “sotto” se si preferisce).
L’altro “vizio” che sembra congenito ad ogni storicizzazione della “forma” religiosa è quello di convogliare verso il “tempio” interessi, passioni, intelligenze, energie, lavoro, tempo… che nel superiore disegno di Dio dovrebbero essere destinate all’uomo (corban). È la constatazione che le “comunità cristiane” finiscono col produrre delle comunità “parallele”, che esonerano o comunque distraggono, dalla costruzione appassionata della comunità “umana”. Offrendo magari quel conforto di una buona coscienza che sull’altro fronte non ci si può permettere.
 
Un’altra sensazione che mi porto dietro è che l’inserimento di un cammino di fede dentro la struttura della Chiesa abbandona ogni tentativo di “fermentazione” nuova alla permanente eternità della vecchia botte (struttura). Due preti messicani mi hanno recentemente detto: “tutto il lavoro di uomini, donne, preti e vescovi attenti all’ascolto dei poveri viene “recuperato” dalla struttura ecclesiale semplicemente attraverso un’oculata azione di rimpiazzamento mirato di vescovi, operato per mezzo di una rete di “nunzi” apostolici espressamente preparati a questo lavoro”.
Qualcuno può tentare di dare un senso “evangelico” alla confessione, ad esempio, ma ciò che rimane, alla lunga e per i più, non sarà il nostro senso nuovo ma la dipendenza dalla confessione che altri potranno riutilizzare.
Il mio oggi è il punto di arrivo di un cammino che mi ha portato ad allontanarmi sempre più dalla “tribù”. Mi sono inoltrato “in territori stranieri” arrivando a non rientrare più nelle mura neanche per il fine settimana. Non concedendomi il conforto di una “comunità parallela” (un piede in due scarpe), mi sono esposto a quella tipica radicalizzazine delle domande che hanno i “lontani”. Chi vede le cose dal di dentro è più propenso a “comprendere” e a “mediare”. In ogni caso le due frasi “credo in Dio” e “non credo in Dio” hanno ormai per me la stessa assoluta mancanza di peso. Siccome non mi dicono niente di chi me le dice, non sento scattare in base ad esse, neanche inconsciamente, né fratellanze né lontananze. Altri sono i criteri in base ai quali identifico i miei fratelli e i miei lontani.
Questa assoluta mancanza di peso che hanno le frasi  “credo” o “non credo” la sento anche quando tento di dare una risposta a me stesso. So solo dire che continuo a cercare se c’è qualcosa nella mia vita e in quella del mondo che mi rimanda a Dio, o nella quale Dio mi si rivela. Senza avere la certezza scontata che la troverò.
Vivo il tempo (l’età) in cui uno si sente chiamato a misurarsi sull’ “ultimum” (“perchè non venga all’improvviso”). Penso ci sia un ultimum (giudizio, ventilabro, pigiatura) anche del credere. Di fronte ad esso tutte le cose penultime diventano in qualche modo “relative” (ho creduto, ho fatto miracoli, ti ho adorato … ). In questo ultimum i giudicanti non sono più le regole, le norme, i comandamenti, i confessori, le gerarchie, ma solo coloro che avevano fame, che avevano sete, che erano nudi, perseguitati, affamati di giustizia … L’ ultimum non è quindi il “dopo” della vita ma il suo punto di arrivo cosciente e responsabile, che relativizza tutto riconducendo le cose al loro nocciolo duro non mistificabile. Come se sentissi il bisogno di non chiedermi ormai più nient’altro che questo: se quello che faccio risponde o no alla domanda del tribunale della storia di oggi.
Se “solo l’uomo vivente è la gloria di Dio”, la fede non è data per la gloria di Dio ma per la gloria dell’uomo. La fede non dà gloria a Dio, ma solo l’uomo nella piena realizzazione del progetto per cui è stato creato. Ogni cammino di fede “sfocia” nell’uomo che esso contribuisce ( o no) a realizzare. L’unico interesse che ho ancora nel mantenere aperta una domanda sulla fede è dovuto al non risolto problema se essa sia indispensabile o almeno favorente la pienezza dell’uomo. Come di fronte ad ogni individuo che incontro non mi interessa più sapere che cosa crede, ma solo chi è, così agli altri o riesco a proporre un “chi sono io” che a loro interessa e dice qualcosa, o non ha senso per me rimediare a ciò “annunciando la fede”.
Io vedo l’incontro col Vangelo e con la figura di Cristo come un “accidente” storico che mi è capitato (non frutto di qualche mio merito) e quindi come il modo specifico con cui si è realizzata per me la sfida che ogni uomo ha davanti: camminare verso la pienezza del proprio essere. La fede che a me è stato chiesto di mettere in gioco in questo “incontro” non è salvezza per il mondo “se” o “quando” a tutti gli esseri umani saranno date le stesse favorevoli (e fortuite) circostanze che l’hanno resa in me dignitosamente possibile, ma solo se essa servirà a seminare nella pasta dell’umanità anche la mia presenza fatta sale, lievito e luce per il bene comune di tutti .
Se l’incarnazione viene vista dall’alto, è la “divinizzazione” di un singolo uomo, Gesù. A lui, e alla sua religione, devono necessariamente essere ricondotti tutti gli uomini. Se l’incarnazione è vista dal basso, allora è Dio che ha scelto di “relativizzarsi” in un singolo uomo. Gesù ha cercato disperatamente di far capire questa novità radicale dicendo che “era un bene per noi che lui se ne andasse”. Perchè solo così poteva ritornare come “Pneuma”. Una cristologia attenta metterebbe al centro della sua riflessione anche l’Ascensione dopo la resurrezione.
L’evoluzione di un cammino di fede mediato dall’incontro specifico con Cristo dovrebbe arrivare alle tappe mature del “non mi adorerete più su questo o quel monte ma in spirito e verità”. Ma i “maestri” e gli “evangelizzatori” bloccano il loro sviluppo personale perchè troppo preoccupati a far ripercorrere ad altri i cammini iniziali dell’incontro. I “catecumeni” a loro volta vengono quindi inseriti in un cammino che è “tappato” e sono costretti per sempre a girare dentro (magari anche dignitosamente ) nel contenitore “religioso” di partenza. Senza mai “essere messi al mondo”.
Non può esistere una “religione” o una comunità cristiana (Chiesa) che si accontenti di questo umile progetto, avendo di sé un’immagine caduca e relativa, perchè di ben altro che non di se stessa appassionata?
 
Le sfide più radicali che io provo sul permanere di una dimensione teologale nella mia vita si collocano
– o sul versante della sua inutilità (l’uomo ha in sé, se lo vuole, la capacità di evolvere all’infinito in forme sempre superiori del suo stare eretto e del suo organizzare il branco)
– o sul versante della sua inefficacia (è storicamente dimostrabile che essa non è in grado di opporsi all’incapacità di fondo dell’uomo di allontanarsi realmente dalla legge della giungla).
Ritengo che la domanda epocale di oggi sia diversa da quella del dopo Auschwitz. Mentre allora si poteva avere la speranza che raggiunto il punto più basso della storia umana si potesse cominciare a risalire la china, oggi ci stiamo rendendo conto che esso sarà la “costante” che ci accompagnerà e con cui dovremmo rassegnarci a convivere. Arriviamo alla fine del secondo millennio con l’estinzione dall’orizzonte della storia di ogni credibile ipotesi di un mondo libero, fraterno e uguale.
Lo sforzo prodotto lungo i secoli dalla cosiddetta “corrente calda” (o energia “amorizzante”) dell’umanità – il meglio dell’intelligenza, delle energie, del sudore e del sangue di milioni di esseri umani – è fallito. A differenza di altre epoche, oggi questo appare vero non più solo qui o là, ma il fallimento ha caratteristiche planetarie difficilmente riscontrabili, così, in altre epoche storiche.
L’arretramento su posizioni difensive o su posizioni “correttive” del sistema ormai dominante (capitalismo dal volto umano, capitalismo illuminato… ) si è dimostrato patetico. L’unica strada realisticamente lasciata aperta, per non soccombere psichicamente, sembra essere quella di rassegnarsi di fronte all’evidenza dei dati e ritirarsi a coltivare private virtù (singole, famigliari o di gruppo). Adattando la religione a giocarsi in questo spazio residuale lasciatole dall’impossibilità di salvezza per il mondo. Alla vigilia del terzo millennio una domanda sulla dimensione teologale della vita (la domanda cioè su Dio) non può per me essere posta correttamente fuori da questo contesto.
 
Le sorti di Dio non sono estranee a quelle del mondo. Quindi Dio non può più essere dato per scontato. Però
– se nell’umanità dovesse riaffiorare, in poche o tante vite, il “principio speranza” per cui vale ancora la pena, nonostante tutto, di spendere la vita (testa, sudore e sangue) per progettare un mondo “altro” da questo
– se questo principio speranza fosse capace di avanzare la pretesa di essere preso in considerazione anche quando la sua sconfitta dovesse apparire come l’ipotesi ragionevolmente più probabile,
allora sarebbe evidente che nella storia umana esiste un elemento irriducibile che la costringe continuamente a trascendere se stessa e i propri approdi. Anche quelli apparentemente ultimativi.
Per me questa è l’ultima chance che Dio ha. Fuori da questa “corrente calda” io non riesco più a respirarlo.
Il “dopo vita” non interessa più, perchè in questa sfida l’oggi di ogni vita trova già la memoria della sua pienezza e della sua dignità. Anche se il cuore, nel più profondo, mi sussurra che tanto sudato calore non sarà ingoiato dal freddo e dal vuoto. E se il cuore mi avesse ingannato, non avrei potuto piegarmi, in vita, a inganno più degno!

Sandro Artioli



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