Chi te lo fa fare?

Preti in condizione operaia


Bisogna innanzitutto osservare che ciascun PO è arrivato alla scelta operaia per tutta una serie di motivazioni di carattere esistenziale, socio-politico, spirituale, biblico, ecclesiale concatenate tra di loro, per cui è facile distinguere e sezionare questi diversi filoni senza rischiare di perdere il significato di un’esperienza.
Occorre anche tener presente che, pur riferendoci ad un gruppo di PO abbastanza omogeneo (quello lombardo), ciascuno di loro ha una storia personale legata all’ambiente dove ha vissuto, alle persone che ha frequentato, alle sensibilità che ha maturato, e quindi anche le motivazioni che hanno determinato una scelta che è comune al gruppo presentano però connotazioni, accentuazioni e sfumature specifiche, caratteristiche di ciascuno.
Infine bisogna notare che non tutte le motivazioni erano chiare ed esplicite fin dall’inizio. Nel corso degli anni, stando in condizione operaia, molti PO hanno scoperto valori nuovi, hanno acquisito nuove sensibilità e nuove convinzioni.

 

Identità



All’origine della scelta di condividere la condizione operaia vi è la messa in discussione (interiore prima che esteriore) della formazione ricevuta, il rifiuto di vivere dipendente dalla struttura ecclesiastica, ed il rifiuto di un ruolo in gran parte ridotto a professione. Tutto ciò perché vissuti come alienanti e come protesi a garantire l’appartenenza ad una organizzazione più che al formarsi dell’identità.
Per i PO la scelta di un lavoro dipendente, intesa come scelta definitiva e non solo come esperienza, è stato lo strumento con cui porsi in una diversa situazione in maniera laica e storicamente data, dalla parte degli sfruttati, senza alcun ruolo e privilegio ricevuti da fuori, con i vincoli di spazio e di tempo che questa condizione impone.
Per i PO quindi la condizione lavorativa rappresenta una condizione di partenza per la ristrutturazione della propria identità e del proprio equilibrio personale. Per questo le motivazioni esistenziali di partenza sono state per molti l’esigenza di uscire da una condizione di privilegio (quella del prete tradizionale) e il bisogno di mantenersi con un lavoro “laico” come radice di libertà e di autonomia nei confronti dell’istituzione ecclesiastica.
 

Condivisione



Naturalmente i PO hanno compiuto questo cammino anche in seguito a stimoli assorbiti all’esterno e diversamente rivissuti nella propria esperienza personale:
– una maggiore attenzione alle condizioni di vita della gente povera, operai, immigrati, tra i quali vivevano;
– il desiderio di uscire da una condizione di estraneità di fronte ai problemi ed alle lotte di quella gente;
– la necessità di schierarsi concretamente per la giustizia e non solo a parole: stare cioè dalla parte dei trattati ingiustamente;
– l’esigenza di essere come loro, “dentro” la loro condizione, per condividere e giocare la propria vita come loro, senza privilegi e coperture.
 

Lavoro manuale

 
 
Quasi tutti i PO hanno scelto la condizione operaia, cioè un lavoro manuale dipendente, e questo per delle ragioni ben precise.
Anzitutto per denunciare una realtà di divisione sociale del lavoro per cui il lavoro intellettuale è privilegiato, ben remunerato, socialmente qualificato, mentre il lavoro manuale è un lavoro di serie B: oltre che faticoso, nocivo e rischioso è anche meno riconosciuto socialmente e meno remunerato. Quindi si voleva affermare la dignità umana del lavoro dell’operaio e denunciare l’ingiustizia di questa divisione sociale del lavoro.
Nello stesso tempo si pone l’esigenza, per delle persone di formazione intellettuale e che avevano svolto per anni un ruolo prevalentemente intellettuale, di temperare le inevitabili deviazioni intellettualistiche.
 

Dimensione politica della carità



C’è stato poi un fatto molto importante per tutti i PO (per alcuni avvenuto prima della scelta operaia, per altri dopo di essa) ed è stata la scoperta della politica: il bisogno di amare anche con la testa, la politica come dimensione della carità. La povertà che si andava a condividere in fabbrica e nei quartieri non è un fatto casuale, piovuto dal cielo, ma ha delle cause ben precise che vanno analizzate per poterne progettare il superamento. Questo è avvenuto nel momento in cui i PO hanno cominciato a partecipare attivamente alle lotte degli operai e della gente dei quartieri.
È venuta quindi maturando in ciascun PO una scelta politica di appartenenza alla classe operaia ed un’adesione ai suoi obiettivi, alle sue lotte ed alle sue organizzazioni.
«L’impatto con la realtà operaia scuote profondamente i PO che hanno deciso di farne esperienza non superficiale e non provvisoria. Nel lavoro quotidiano si fa una dura esperienza di sfruttamento, unita ad una scoperta talvolta esaltante. Si sperimenta sulla propria pelle (e in modo più acuto degli altri, vista la nostra provenienza culturale) lo sfruttamento (la catena di montaggio, l’operaio ridotto a numero, il lavoro considerato come merce) e l’alienazione (i lavoratori privati della loro dignità, attaccati al mito del benessere, della carriera, del consumo). Si percepisce personalmente il bisogno della rivolta, della lotta» (Bollettino di Collegamento PO, 4/82).
 

Concludendo

 
 
Questa esperienza così forte e drammatica è stata vissuta da ciascun PO con la percezione (inizialmente vaga e confusa) del significato strutturale dell’essere in condizione operaia.
«Un’esistenza di moralità della nostra vita ci imponeva di ricercare con tutte le nostre forze (e quindi anche con la ragione) quali fossero i bisogni di salvezza dell’uomo di oggi e quali le possibilità storiche di rispondervi. Il giudizio di ragione che il capitalismo si oppone strutturalmente ai bisogni di salvezza dell’uomo d’oggi e che la classe operaia è oggettivamente nelle condizioni di operare dei cambiamenti strutturali è il fondamento di ragione su cui radichiamo oggi la moralità del compito storico che questa classe può svolgere.
Per questo ogni passione per la salvezza dell’uomo che dimenticasse questo giudizio di ragione ci sembra ambigua e mistificante.
Conseguentemente il prezzo che ci costa il rimanere in condizione operaia per noi può essere sostenuto soltanto dalla continua convinzione che il rimanerci dentro ci colloca in una condizione oggettivamente di classe e quindi è funzionale (e forse indispensabile) al permanere in noi di quel giudizio di ragione e delle scelte morali che ne conseguono» (PO di Milano, Fontanella, 26/9/80).

Piero Montecucco


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