Autorganizzazione: una sfida

Sguardi dalla stiva


 

Molti lavoratori hanno la consapevolezza che le conquiste di anni e anni di lotte e di sacrifici siano velocemente state cancellate in questi ultimi anni, e soprattutto in questi ultimi mesi. Sconforto, senso di inutilità (“alla fine vincono sempre loro”), rassegnazione e paura spingono molti all’abbandono della partecipazione e al ritiro nel privato…
Qualsiasi organizzazione, partito o sindacato, viene guardata con diffidenza: “chi poco, chi tanto, tutti ci hanno fregato”. Troppo lontani appaiono i professionisti della politica e del sindacato dalle condizioni concrete di vita dei lavoratori. Questo clima può contaminare anche ciascuno di noi, se non si coltiva vigilanza e ricerca .
Entrando in condizione operaia, noi pretioperai, portavamo con noi una accentuata attenzione al valore della “persona”: il singolo soggetto umano deve essere coinvolto sia nell’attività del pensiero (coscienza) sia nella responsabilità delle scelte (etica). Alle spalle di questa attenzione c’era la nostra formazione umanistica e una visione della dignità del singolo uomo mutuata dal vangelo.
Questo valore, immerso nella condizione di classe in movimento, è stato arricchito da altri valori provenienti da questa storia.
Abbiamo scoperto che le strutture (o sistemi) economiche e sociali sono gravide di pesanti conseguenze pro o contro la persona. Ogni azione per l’uomo non può quindi non contenere una sua indispensabile dimensione strutturale e non essere quindi “politica”. Questo dovrebbe averci definitivamente vaccinato contro il rischio di un ritorno ad una “bontà” privatistica e ad uso esclusivamente intimistico.
Abbiamo poi toccato con mano, in fabbrica, che più eguaglianza, più libertà, più rispetto alla dignità della persona si sono affermati solo là dove è riuscito ad attestarsi il movimento operaio organizzato. Ogni progetto politico deve quindi tradursi in una organizzazione che ne realizzi gli obiettivi. Questo dovrebbe averci definitivamente vaccinato contro il rischio di un ritorno puramente predicatorio ai “valori”, disinteressandoci della fatica di dover costruire gli strumenti organizzativi necessari perchè essi si affermino.
Per reagire al clima sopra descritto, io verifico che mi serve molto innescare continuamente la permanente polarità di questi valori. E ricercare un fare che li conservi entrambi.
Nel caso di sottovalutazione di uno di questi poli si possono infatti correre due rischi, opposti ma ugualmente pericolosi:

 
a) si possono accentuare a tal punto le scoperte esigenze dell’intervento politico e organizzativo, da perdere per strada la sensibilità necessaria per accorgersi che oggi c’è necessità di coinvolgere gli uomini ad un livello di maggior partecipazione cosciente e di maggior corresponsabilità. Che tutti conoscano sempre di più, che tutti deleghino sempre di meno. L’esposizione a questo rischio è in noi accentuata dai connotati genetici che ci provengono dalla nostra formazione clericale e dalla nostra acculturazione in un’organizzazione rigidamente gerarchica e bimillenaria (la Chiesa). Capita così di assistere a pretioperai che trasferiscono nei ruoli di partito o di sindacato che occupano alcune caratteristiche di staticità e di inamovibilità proprie dei monsignorati e delle prevosture.
 
b) al contrario, si può accentuare a tal punto la prioritaria importanza della dimensione etica e coscienziale individuale, da coltivare un senso di disgusto verso qualsiasi forma del politico organizzato. Il fallimento della politica viene infatti addebitato ad una sua intrinseca disumana necessità di dover sacrificare, invece che svegliare e mobilitare, le energie dei singoli uomini. Assistiamo così a pretioperai che, dopo anni di militanza organizzata, si ritraggono delusi e si ributtano sulle nuove piaghe sociali aperte (emarginazione, tossicodipendenza, immigrazione … ) vissute però, secondo la più vecchia tradizione della “carità” cattolica, come esonero (individuale o di gruppo, poco importa) dal dover fare i conti ineludibili con le forme economiche e sociali in cui si “strutturano” i progetti pro o contro l’uomo.
 
Il progetto dell’Autorganizzazione, almeno nei contenuti teorici del filone a cui io faccio riferimento, sembra avere le caratteristiche non solo per rispondere ad un bisogno storico del movimento operaio per andare avanti, ma anche per tradurre in pratica la ricerca di un che fare che tenga alta la tensione tra la necessità di un fare politico organizzato e l’uomo “ricco di bisogni” di oggi.
Tra le tante e concomitanti cause che hanno contribuito a determinare l’attuale assenza di “movimento” tra i lavoratori, l’Autorganizzazione punta il dito su quella “interna” al movimento stesso. Sembra infatti emergere come dato inoppugnabile che le strutture organizzative in cui si depositano le istanze di cambiamento (o rivoluzionarie) siano inesorabilmente destinate a corrompersi e a diventare da fattore propulsivo del movimento a fattore compressivo dello stesso. Una constatazione che copre un campo molto più vasto di quello strettamente sindacale che stiamo qui analizzando. Questo degrado dell’organizzazione è senz’altro dovuto in primo luogo all’enorme potere e all’immensa capacità di aggressione dell’avversario (causa esterna), ma, come in ogni azione, esso si appoggia anche su una causa interna favorente.
Ricondurre questa causa alla congenita corruttibilità degli esseri umani esposti alla sete di comando e disponibili quindi ad ogni tradimento pur di non perderlo, è un’ analisi moralistica che non offre alla classe nient’altro che sperare fiduciosamente che il cielo le doni, prima o poi, dei dirigenti incorruttibili e democratici.
Occorre invece puntare lo sguardo sul rapporto che deve intercorrere tra lavoratori e organizzazione sindacale, tra rappresentati e rappresentanti, per veder se non si annidi per caso lì il nodo che chiede di essere sciolto.
C’è chi è convinto che i lavoratori, come massa, non abbiano alcuna consistenza “in sé”, ma si esprimano solo nell’organizzazione che è capace di dirigerli. I singoli hanno solo la libertà di delegare all’organizzazione il compito di rappresentarli. Una volta ciò avvenuto, essi sono ridotti a nulla, avendo in essa alienato tutta la loro capacità di pensare e di volere.
Lo schema tipico di questa immagine è: ” avanguardie – organizzazione – massa.
Le avanguardie si costituiscono in organizzazione e vanno alla conquista della “dirigenza” delle masse. Per ottenere questo fine ogni mezzo diventa politicamente giustificabile.

In questo schema non esiste nessun ritorno “masse -organizzazione” proprio perché le avanguardie esauriscono il loro compito nel produrre organizzazione e nel convincere la massa ad affidarsi ad essa. La massa dei lavoratori, perdendo con le avanguardie di popolo il suo naturale lievito, diventa spenta e passiva. Avviene così che l’organizzazione non ha più nei lavoratori il suo normale polo dialettico, ma lava i suoi panni sporchi nel cerchio ristretto delle sterili diatribe tra i suoi quadri. Che si risolvono, ben che vada, nella rivolta del colonnello di turno che lascia ai lavoratori unicamente la possibilità di scegliere per chi fare il tifo.
Senza questo vitale rapporto con un polo dialettico di massa l’organizzazione, come un’arteria dove il sangue non fluisce più, lentamente si sclerotizza. Essa diventa sempre più un corpo separato e, come tutti i corpi, animata dal proprio istinto di sopravvivenza, essa divora e finalizza tutto alla salvaguardia di se stessa.
Di fronte all’offerta di “salvaguardia massima” che le viene offerta da parte dello Stato e del padronato (il riconoscimento istituzionale) in cambio dell’accettazione a muoversi all’interno delle regole di sistema, un’organizzazione così ridotta non sa rifiutarsi. Smette così di essere fattore di progresso e diventa fattore di conservazione.
Il pesante spessore acquisito dalla burocrazia, la sua costituzione in “ceto”, per cui essere sindacalisti diventa una professione o un modo di far carriera, l’interruzione di ogni rapporto decentemente democratico con i rappresentati anche attraverso interessate tutele legislative da parte dello Stato, l’isterica criminalizzazione di ogni dissenso, la lenta trasformazione in Agenzia di servizi o Compagnia di assicurazione sono tutti sintomi dell’ “impazzimento” dell’organizzazione sindacale.
L’Autorganizzazione ritiene che non inesorabilmente l’unica democrazia possibile tra le masse e l’organizzazione debba essere quella “controllata”.
Essa prova a modificare lo schema precedente in “avanguardie – massa – organizzazione” .

Le avanguardie si muovono all’interno delle masse ma l’Organizzazione è decisa liberamente e democraticamente dai lavoratori. Possono esistere tante tendenze politiche e sindacali, ma poi tutto il potere reale di rappresentanza e di contrattazione viene dato solo a coloro che i lavoratori liberamente si scelgono. Senza quote garantite per nessuno o cooptazioni estranee al canale democratico elettivo. Occorre inoltre definire regole certe che non consentano l’installazione definitiva e a tempo pieno dei rappresentanti nell’organizzazione e consegnino ai lavoratori una reale possibilità di controllo su di essa.
 
Questa pista contiene una sfida che attraversa epocalmente tutte le forme del “politico”. Essa ipotizza la possibilità di un lavoro politico diverso dalla becera acquisizione passiva del consenso, un lavoro che presume che la massa (dei lavoratori, dei cittadini, degli umani) possa essere soggetto coscienzialmente autonomo rispetto a chi lo “governa” e la “dirige”. In grado quindi di riconoscere chi lo riduce a niente, chi lo manipola e chi invece esprime i suoi reali bisogni.
Il vecchio modo di far sindacato è ormai arrivato alla resa dei conti.
Disaffezione, sfiducia e abbandono non possono essere sconfitte riproponendo tout court il vecchio armamentario organizzativo.
L’Autorganizzazione comincia ad apparire esattamente là dove emerge e si visibilizza la capacità dei lavoratori di riprendersi in mano la gestione organizzata dei propri bisogni e dei propri diritti, affrontando anche il loro incrociarsi solidale con quelli degli altri.
E portandosi dietro la voglia di non volerli più delegare a nessuno.

Sandro Artioli



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