Tavola rotonda tra pretioperai

“NON DOVRANNO PIÙ ISTRUIRSI GLI UNI GLI ALTRI!”
(Ger 31,34)

Mestre, 19 giugno 1993



Premessa del conduttore:
Mi trovo in un duplice imbarazzo a formulare qualche interrogativo a partire dai testi che mi sono stati forniti. Primo, perché non sempre sono in grado di controllare appieno la materia; secondo, perché mi sfugge il contesto in cui collocare le mie domande. Certo, dai cenni e dai fogli dattiloscritti, qualcosa di più ho capito… ma sono appunto sottolineature che mi pongono un imbarazzo in più. Ma entrerei in alcune domande provocatorie.

 

1. Come PO avete sulle spalle una targa posta dalle attese della storia, una catalogazione sociale a cui non potete sfuggire. Alla vostra partenza stava la prospettiva dell’Esodo verso la terra promessa: la riconciliazione tra classe operaia e Chiesa. Nel percorso la classe operaia si è molto ridimensionata e la Chiesa ha recuperato terreno senza aprire a voi alcuno spazio; ora sembra abbiate scoperto la mistica. In questo colgo un pericoloso corto circuito: non è che per caso cercate delle giustificazioni e delle evasioni per non mettervi di fronte alla mancanza di presa come PO nella debolezza della situazione storica mutata?

 
 
Roberto B.
L’ipotesi dei PO come forma missionaria verso un mondo operaio ‘lontano’ è insensata come sono insensate tutte le ipotesi di nuove evangelizzazioni che pensino ai ‘lontani’. In Italia tutti sono evangelizzatissimi e non ci sono lontani, tale è la pressione cattolica dall’infanzia, ai giornali, tv ecc.
La fede è costume, festa, valori più o meno normali anche se disattesi, servizi sociali delle parrocchie e del volontariato ecc. È altrettanto vero però (e questo è qualcosa di essenziale nell’esperienza dei PO ) che questi ‘fedeli’ sono insieme ‘atei’, in quanto essi accedono ai servizi sociali cattolici, ma non credono per niente a quello che sarebbe sotteso a questo ‘fare cristiano’. L’ateo – bigotto è l’abitante di queste zone che ci si ostina a chiamare “chiesa”. Quasi totale è infatti la disobbedienza di questi fedeli che sono però fedeli ‘totali’: sessualità, politica, costume… infinito è il campo della disobbedienza. Questa disobbedienza non è però attiva dato che non ha né i mezzi, né la voglia di comprendere la fede a partire da sé. Tutto sembra tenersi in questo processo: la professionalità dei testimoni li fa affamati di forme visibili del Regno, di ciò che il Regno produce di “cose utili”. Di queste “cose utili” si serve il cristiano che non può credere al resto perché la fede è queste “cose utili”. Tutto il messaggio fa di Dio un valore sociale per i progetti cristiani ecc.
Non intellettualismo o spirito snob ha spinto a leggere Bori, Eckhart e Junger, piuttosto la ricerca di strumenti per rompere questo cerchio che ha portato il cristianesimo italiano al fine corsa.
Le linee:
– da Eckhart necessità di un ateismo in politica. I suoi compiti tremendi di oggi indicano la bassezza delle religioni coinvolte nella violenza. Dio non è una parola politica. Etica e politica devono trovare sensi non assoluti. L’assoluto riguarda cifre dell’essere che non appartengono al vivere la politica.
Junger porta fuori di tutti quei “noi” fasulli o di controllo sociale tanto cari alle chiese e alle dittature. Richiama alla dignità dei figli di Dio.
Bori infine indica questo: il Testo non può essere trasformato in catechismo utile per qualche ‘roba’ cristiana. Cresce con la lettura del singolo e risponde unicamente all’unicità del singolo.
– Sulla ‘fame dei testimoni’ i PO possono dire questo: è meglio chiamare le cose con il loro nome e quindi avere un lavoro profano distaccato dalla fede e dalla testimonianza, altrimenti si contrabbanda per sacro quello che è il profano di tante persone. Il testimone che ha un luogo serio, suo di lavoro, famiglia, di responsabilità politiche vissute in proprio ecc. può capire cosa ‘sporge’ del Regno, che non è né sacro né profano. In questo senso l’esperienza dei PO indica che ben oltre bisogna andare, oltre tutti quei fossili come le coppie chiesa – mondo, sacro – profano ecc. ecc.
Sergio
Il clero ormai è motivato per il lavoro sociale che fa. Se è vera questa analisi, il prete operaio è proprio il prete in parrocchia, perchè fa l’operaio in quanto fa servizi sociali e in questo senso si caratterizza e si specializza sempre più: handicappati, drogati, terzomondiali, malati… Ma così facendo il prete non si qualifica come uno che cerca Dio, uno che ha fatto una scelta fino in fondo.
Allora, chi è il prete operaio oggi? Quello che va a lavorare in fabbrica o nei campi, o quello che va ad insegnare filosofia o matematica a scuola, o il prete che è in parrocchia? Il prete che ha scelto il campo fuori dalla professione clericale ha rotto con la propria vita l’antinomia tra sacro e profano, tra anima e corpo, tra naturale e soprannaturale, mentre nel senso comune il prete lavora nel sacro, nel soprannaturale, per le anime, pur lavorando a livello sociale.
Il prete invece che lavora nel campo politico, sociale, temporale, come scelta, si pone questi interrogativi: Dio, il sacro, cosa sono, dove si trovano? Le risposte sono diverse per me che lavoro sui campi e per don Bepi che lavora in oratorio: per lui è scontato che fa una missione di Dio facendo divertire i ragazzi, mentre io non lo do per scontato e ricerco in questo senso. Questo è entrare nel misticismo? Non credo! È porsi delle domande oggi, in questa società, per cercare in profondità il significato di questi termini.
 

2. Uno dei punti nodali posti dai PO è la differenza tra Evento e teologie, tra cristianesimo e fede, tanto da prefigurare un cristianesimo non religioso; forse esprimete troppe certezze anche non manifeste e radicali rifiuti. Di fatto c’è una trasmissione della fede da una generazione all’altra e da una persona all’altra. Il cristianesimo è anche fatto comunitario di confronto, aiuto e testimonianza. Sono inevitabili le mediazioni ed anche i catechismi, anche se non ci riduciamo a lettori di catechismi. Sono tutte inutili quelle mediazioni su cui si regge l’annuncio e la libera testimonianza di tanti credenti? Ha senso fermarsi ad una spiritualità dell’esodo e dell’esilio senza una concreta terra promessa?

 
 
Giancarlo R.
Mi è giunta da poco la proposta di fare il parroco, di tornare alla pastorale ordinaria, ai rapporti complessivi con la struttura organizzativa della Chiesa, con le scadenze onnicomprensive della parrocchia. Questa è stata l’occasione per ripensare la mia esperienza di PO e di misurarmi con un tipo di scadenza, che mi ha provocato una certa angoscia e uno strano timore. Verificare la strada fatta ha comportato anche una riscoperta del lungo cammino fatto dalle prime scelte di andare al lavoro. Ho l’impressione, io che non ho mai avuto un padre, di aver fatto in questi anni il processo della uccisione del padre, di ogni padre, verso una libertà e una presa di coscienza sia del mio essere soggetivo, sia del mio credere, che è molto di più di una scelta pastorale o di un cambiamento di tattica apostolica ed evangelizzatrice.
Essere oggi PO mi pare qualcosa di più di una questione di strategia o di organizzazione, magari per meglio convincere i lavoratori e i contadini a strutturarsi nella Chiesa o a far parte in modo attivo della parrocchia. Sulla scia dell’esperienza latino americana parlerei, nella mia vicenda di PO, di liberazione, di modo nuovo e diverso di vivere la fede e il rapporto con Gesù Cristo, fondato su un diverso modo di rapportarmi a me stesso e alla gente che incontro tutti i giorni.
Sento che non mi interessa molto se la figura del PO è o non è attuale, è o non è pastoralmente vincente ed efficace, mentre è importante per la mia vita e per la mia esperienza vissuta di liberazione e di gusto nuovo per la libertà, l’aver vissuto nei termini semplici e immediati, solidali e quotidiani, con la possibilità di gesti gratuiti e paritari con le persone con cui vivo e lavoro. Non so se andrò a fare il parroco, ma mi pare ormai che mi sarebbe difficile non avvertire la ribellione verso le forme di estraniamento, di difesa di privilegi, di ricorso al ruolo, per nascondere carenze di umanità e di solidarietà umana profonda. Non so bene, ma mi pare che è cambiato molto, che molte cose si sono relativizzate, semplificate, chiarite nella mia vita di prete e di credente, oltre che di cittadino e di uomo della strada, in condizione di dover lavorare per vivere e per poter fare alle volte dei servizi di culto, gratuiti e disinteressati.
Tuttavia mi sono anche accorto che mi ritrovo imbarazzato a parlare alle persone incaricate della struttura della Chiesa, a cui i miei argomenti non fanno molta impressione. Parlo anche sempre meno di fede e di catechesi, forse non riesco più a creare facili raccordi tra fede e vita vissuta, tra fede e storia, tra fede e politica, cerco con sempre maggiore fatica il senso di tutto ciò e le possibilità di fondo. Tuttavia ho imparato molto a relativizzare, a ridurre i facili concordismi, a uscire dalle tattiche, ma insieme a distaccarmi dalle mie stesse scelte. Ora più che mai non ho elementi per alternative efficaci e valide universalmente; e penso che, avendo ucciso il padre, forse è tempo di accettare la condizione di orfano, con la netta convinzione di dovermi costruire la vita di nuovo, di riscegliere, di ripartire.
Mi pare tuttavia giusto dirci che almeno insieme abbiamo tutti imparato che la politica e la fede hanno logiche diverse e domandano cammini diversi, da non confondere, anche se domandano tutte e due un continuo distacco, una ricerca sempre meno ancorata a certezze e a sicurezze assolute. Il trattato del ribelle, ha stimoli anche per vivere a fondo una esperienza dello Spirito nello spirito.


 

LA SOLITUDINE DEL CREDERE

Ma questa è la vita che la retorica finge all’uomo accanto alla vita d’una cosa che dicono intelletto – che se tale fosse non vivrebbe più. E questa vita è la più nobile, è la più alta, è l’unica virtuosa, è quella che ci leva dalle miserie umane insieme e dal dovere d’esser uomini in questo mondo mortale, poiché per questa vita noi già partecipiamo alla divinità. Tu t’informi ai concetti, ai modi, al sistema, entri nel metodo delle classificazioni, delle definizioni, o in quello più raffinato delle superazioni, e lavori; per questo tuo lavoro che t’è dato, nelle vie battute dagli altri, per questo tu sapendo e non sapendo saprai, o altri sapranno per la tua fatica.
Ma non fai niente, non sai niente, non dici niente, fosse anche la via dove credi di trovarti, la via del più saggio uomo sulla terra. Che se a lui t’affidi e lo incarichi di ciò che pesa a te, resti invalido sempre. Le sue parole in cui ti fingi un valore assoluto sono per te un arbitrio che tanto ne comprendi quanto ne puoi prendere.
Non c’è cosa fatta, non c’è via preparata, non c’è modo o lavoro finito pel quale tu possa giungere alla vita, non ci sono parole che ti possano dare la vita: perché la vita è proprio nel crear tutto da sé, nel non adattarsi a nessuna via: la lingua non c’è ma devi crearla, devi creare il modo, devi creare ogni cosa – per aver tua la tua vita.
I primi Cristiani facevano il segno del pesce e si credevano salvi, avessero fatto più pesci e sarebbero stati salvi davvero, ché in ciò avrebbero riconosciuto che Cristo ha salvato se stesso poiché dalla sua vita mortale ha saputo creare il dio: l’individuo; ma che nessuno è salvato da lui che non segua la sua vita: ma seguire non è imitare, mettersi col proprio qualunque valore nei modi nelle parole della via della persuasione con la speranza d’aver in quella la verità. Si duo idem faciunt non est idem.
Non quello che l’occhio vicino vede di ciò che uno ha fatto, è il senso della sua attività; ma la mente con cui l’ha fatto, che soltanto con ugual mente si può rivivere e riconoscere anche nel più piccolo segno. Ma per l’occhio miope quel segno non è che un segno che nasconde oscurità che lo trascendono. Egli sa dell’organismo vivo quello che una formica sa del corpo dell’uomo, quando per le ignote pianure e gli avvallamenti di questo corpo passeggia. Chi a quei segni s’accontenta, e del ripetere quella vicinanza che sa, si fa un lavoro sufficiente, non è salvato, ma perduto. Il suo lavoro gli è un oscuro tormento, una fatica bruta, che non ha per lui in sé la ragione nel punto che egli lo fa, ma è per aver fatto, è per la lontana speranza. «L’opera dello stolto lo stanca – che non sa la via della città» (Ecclesiaste).
La via della persuasione non è corsa da «omnibus», non ha segni, indicazioni che si possono comunicare, studiare, ripetere. Ma ognuno ha in sé il bisogno di trovarla e nel proprio dolore l’indice, ognuno deve nuovamente aprirsi da sé la via, poiché ognuno è solo e non può sperar aiuto che da sé: la via della persuasione non ha che questa indicazione: non adattarsi alla sufficienza di ciò che t’è dato. I pochi che l’hanno percorsa con onestà, si sono poi ritrovati allo stesso punto, e a chi li intende appaiono per diverse vie sulla stessa via luminosa. La via della salute non si vede che con gli occhi sani “fin dove l’animo giunga” (Parmenide).

(Carlo Michelstaedter, La persuasione e la retorica , ed. Adelphi, pag. 102)


Gianni M.

In uno dei racconti chassidici pubblicati da Buber si narra che uno zaddik, giunto alla vecchiaia, si rivolse più o meno così agli amici che lo circondavano: “Quando ero giovane pensavo di salvare il mondo intero poi, crescendo, mi sono accorto che si trattava di una impresa impossibile. Allora ho cercato di dedicare tutti i miei migliori sforzi per salvare il paese, ma anche ciò si è rivelato inutile. Ho deciso pertanto di impegnarmi almeno per salvare la mia famiglia: altro fallimento! In questi ultimi anni della mia vita sto semplicemente cercando di salvare me stesso; e, credetemi, neppure questa è cosa facile!”
Quando ho iniziato la mia vita operaia – e sono ormai passati 23 anni – una delle molle che mi aveva costretto a rifiutare la normale prassi pastorale di ogni prete era la sensazione di trovarmi a recitare il ruolo di sostituto di Dio, di Gesù Cristo, essenzialmente impotente di fronte alla richiesta di essere “salvatore”. Ben altro, pensavo, era l’apertura al dono dello Spirito: per me e per gli altri. Di fronte alla grazia che viene scadono tutti i maestri e ciascun uomo si trova sulla linea dell’attesa, terreno (a volte sassoso e arido, meno spesso fertile) privo di vita se “qualcuno” non semina la semente. E così ho cercato di occupare il mio posto tra la gente riconquistando il valore e il dovere della normalità. Si trattò forse di un eccesso di normalità, ma per un figlio di operai è più normale essere operaio che insegnante o impiegato.
Serpeggiava fra la gente “normale”, di cui pian piano ho imparato ad essere fratello e compagno di strada, il sogno del grande giorno, il giorno in cui i poveri avrebbero gestito il potere, in cui tutti avrebbero potuto decidere, in cui gli emarginati avrebbero acquistato parola e diritti, in cui i beni sarebbero stati ridistribuiti… Sembrava che anche il popolo dei credenti, sulla spinta del Concilio, avrebbe cercato il grande abbraccio con il mondo, abbattendo le storiche barriere che dividono i credenti dai laici. Per qualche momento ho sognato anch’io che il grande evento della salvezza fosse a portata di mano.
Oggi viviamo nel tempo del disincanto. Cadute le ideologie, caduto il grande sogno, nessuno di noi crede nella Terra Promessa. Essa non si realizzerà per il semplice fatto che la vorremmo o che ci affatichiamo a costruirla. Se penso al mondo del lavoro mi pare che si tocchi con mano il senso dello smarrimento, più ancora che della frammentazione, che in qualche misura mi sembra pure fenomeno positivo. Non esistono più né padrini né padroni, anzi, non vogliamo più né padrini né padroni. La “massa”, come è giusto, sparisce, e cresce il bisogno di riscoprire la soggettività.
Ma se, da un punto di vista politico, accade che non esiste più un partito (in senso forte), il sindacato, a cui delegare le tue sorti e le sorti della società, per paradosso lo stesso operaio, il cittadino comune, anche in questo periodo del disincanto, continuano a delegare al prete, alla chiesa, all’apparato cattolico, la risoluzione del loro problema religioso, problema che appartiene a quella sfera di realtà che solo al soggetto è dato di sperimentare, per grazia che viene misteriosamente e che nel mistero della vita rimane.
Positiva quindi questa riscoperta della soggettività: il vero compito di ciascuno è quello di salvare se stesso. Nella ricerca del senso del vivere e del morire abbiamo bisogno di essere liberati da ogni padrino e da ogni padrone. Mi pare si debbano relativizzare tutti gli strumenti storici che pretendevano, e pretendono, di “farci incontrare Dio”. Tutti strumenti, semplici e relativi strumenti. L’Altro è altra cosa, che solo nella sua libertà viene incontro alla nostra libertà che tende verso.
Diventiamo adulti quando capiamo che la Bibbia non è la parola di Dio, ma contiene la testimonianza di forti esperienze religiose di per sé irripetibili; che la Bibbia deve essere continuata da noi, dalla nostra esperienza. Diventiamo adulti quando capiamo che non esiste nessun luogo, nessun tempo, nessuno strumento capaci di indicare il luogo, il tempo, il modo dell’incontro con Dio. Spetta a ciascuno mettersi nell’atteggiamento della ricerca e dell’attesa: “il regno di Dio è simile ad un uomo che sparge il seme nel terreno; che dorma o che vegli, di notte e di giorno, il seme germoglia e cresce, ed egli non sa come” (Mc. 4,26-27).

 

3. Avete posto alla base delle vostre scelte un lusso che altri non hanno potuto avere: la possibilità di scegliere uno stato di vita, una compagnia qualificata ed una carica ideale. Resta anche in questa situazione però la domanda sull’Evento di salvezza per voi. Nel vostro cammino è possibile nominarlo? Come giocare le proprie carte nella storia d’oggi, dove sono prevalenti le categorie politiche e sociali anche a livello di Chiesa?Non è in crisi l’Evento stesso anche per voi?

 
 
Gianpietro Z.
Il senso della parabola della mia esistenza sta nel cercare di rompere una rigidità che non solo l’istituzione ecclesiale ma anche molti amici mi ponevano in termini alternativi: “se vuoi essere prete non puoi continuare ad essere operaio, se vuoi continuare ad essere operaio non puoi diventare prete”. In tempi più recenti mi son sentito dire: “se vuoi pregare, lascia il lavoro; se continui a lavorare come puoi pregare?”.
L’intuizione della mia vita è quella di coniugare questi poli, di miscelare, di ricercare una sintesi là dove alcuni vedono solo cortocircuito.
Molto mi ha stimolato e sostenuto un’espressione di don Sino Politi: “Ama il tuo sogno se pur ti tormenta”. Questo ‘sogno impossibile’ ha destato una molla potente in questa mia ricerca che continua ad alimentare di senso la mia esistenza.
Anche oggi gli elementi fondamentali all’interno di questa parabola continuano a restare due: la compagnia che ha significato e significa il superamento di ogni forma di estraneità con la vita degli altri; una compagnia che si fa condivisione di vita, di lavoro, di fatiche, di quotidianità come tutti. Dentro questa compagnia, la fede come fedeltà alla storia e alla ricerca di Dio dentro la storia.
Oggi il lavoro, il lavorare hanno assunto connotati diversi rispetto a venti anni fa: tutto ciò appartiene alla dinamica della vita e del suo divenire ed è positivo. Le motivazioni del lavorare, ricche dei temi della condivisione, della partecipazione, del farsi carico collettivamente dei problemi, non sono venute meno.
I contraccolpi della fine del “pensare in grande”, l’amarezza di vedere tutto subordinato all’economia, alla compatibilità del sistema, la crescente emarginazione del soggetto che lavora non mi distolgono da questo quotidiano che esige ancora di più capacità di analisi di ciò che avviene e di progettazione oltre ciò che avviene.
Proprio questo faticoso “restare dentro” fa emergere una consapevolezza e una fierezza nuove. Il vivere così consente una liberazione sul piano della ricerca, dello stare a questo mondo e della lettura degli eventi della storia e della vita personale.
Luigi F.
Penso che la storia degli uomini sia caratterizzata dai grandi sogni, dai tentativi di costruire grandi sistemi ed anche dalle macerie che restano alla fine del ciclo. La parabola dei PO non fa eccezione; eppure oltre l’efficienza resta il valore di un’esperienza e del senso.
Non siamo nati a tavolino su progetti di pastorale come i PO francesi, ma dal prorompere delle tensioni personali e storiche che ognuno di noi portava. Concordo con Roberto nel dire che all’inizio c’è stato un vomito di fronte alla struttura religiosa, ed anche una fuga per una liberazione che permettesse di trovare strade nuove, stili di vita, il rischio della fede…
E siamo di fronte a delle macerie nei riguardi dei sogni iniziali.
• Si è affievolita la nostra lettura storico mitica della classe operaia, ma sta salendo il grido di tutti i poveri del mondo.
• Le motivazioni di copertura teologica hanno lasciato il posto alla coscienza, alla razionalità ed alla laicità.
• Il sogno di una Chiesa dei poveri si scontra con la trasformazione ed il tentativo di rifarsi la faccia di fronte a tangentopoli…
È pur nostro il vissuto di tanta gente, militanti compresi:
• il senso di vuoto di analisi, di ideologia e di progetti
• la solitudine anche come scoperta della singolarità
• l’incomprensione e l’incomunicabilità (anche con la Chiesa)
• e, come credenti, il silenzio di Dio, del “nostro” Dio.
Ci è rimasta una sola cosa, il non voler ricadere nelle deleghe, ed il credere ancora nell’utopia di un mondo diverso pur conoscendo il peso dei grandi poteri.
C’è chi ci dice che siamo arrivati al capolinea, perché il capitalismo ha vinto, perché ci cacciano dalle fabbriche, perché il sindacato è allo sbando… anche la Chiesa tenta di recuperarci ai ruoli tradizionali.
Ma è possibile che su queste macerie risuoni la favola delle “ossa aride” di Ezechiele? Nella nostra parabola la Parola è stata liberata da progetti, ideologie, appartenenze… è restituita alla sua libertà. È in questo luogo che può accadere l’incontro.
La parabola dei PO mi ha restituito la dignità e la libertà umana; non ho più bisogno di sacre giustificazioni e non sono tenuto a giustificare Dio; e proprio perché non nomino Dio invano, Dio è libero nella sua azione.
Non è che siamo scappati nella mistica, visto il fallimento della politica. Mi rispecchio nel confronto con le letture di quest’anno. Lo smascheramento dei poteri e delle oppressioni occulte, l’invito allo svuotamento di Eckhart e la libertà della Parola secondo Gregorio Magno. Il vero capolinea è di essere arrivati al nocciolo della nostra parabola attraverso la doppia fedeltà storica.
Non è lo psicologo, il sociologo, il politico o l’ecclesiastico il termine, ma la possibilità del misterioso incontro che non è omologabile da alcun potere sacro.
 

4. La vostra visione non rischia di ridurre la prospettiva escatologica al dato storico determinato e politico nella proclamazione dell’eternità del presente? E poiché affermate che non c’è Testo, ma testi per cui anche i Vangeli sono interpretazione, è possibile una unità della vostra vita per farla diventare messaggio, testimonianza anche per altri? È possibile accendere il fuoco o non c’è futuro per il ritorno del Cristo?

 
 
Antonio U.
Nel mio caso il fatto di vivere come PO viene considerato dall’autorità ecclesiastica come una cosa che non serve a niente e a nessuno. Mi ritrovo attualmente a dover chiedere (quasi “per favore”) che mi sia concesso di vivere in questa condizione, che io d’altra parte considero fondamentale. Vivere come tutti, mantenermi, aver a che fare coi problemi quotidiani: ecco! Questo sono costretto a chiedere, di poter vivere “normalmente”! Già questo non è semplice né scontato, perché il tipo di preparazione ricevuta e la “cultura clericale” di cui sono imbevuto (quella malattia che ho dentro come prete di “dover” cambiare gli altri, di “dover” annunciare il Vangelo a tutti i costi, pena l’inutilità…) mi fanno rimanere sempre “diverso” dalla gente: è un cammino di purificazione difficile e lungo, ma sento che è l’unica cosa da fare.
Quando esercito la funzione di prete riconosciuto (dando una mano in parrocchia) e incontro delle persone, lì ho un mio peso, una mia autorevolezza, uso bene la Bibbia, sono ascoltato. Ci sono invece altri momenti e situazioni della vita, spesso drammatiche, nelle quali sperimento un vuoto, un sentirmi di non contare niente come prete, di non aver niente da dire. Solo il silenzio, l’ascolto, il rispetto mi sembrano adeguati in questi momenti. Per questo faccio fatica a dare delle risposte precise su che cosa sia fondamentale nella vita dei PO, su quali siano i criteri stabili che contano, perché quando si vive quasi travolti dentro la vita e le situazioni reali non ci si preoccupa di dare delle risposte, ma di vivere e basta, di “essere là”, solamente!
Roberto B.
I PO stanno, come migliaia di compagni di lavoro in una condizione operaia così difficile: lavoro scarso, attacchi dei padroni, del governo, sindacato lacerato, scarse le forze politiche alleate… In questa condizione operaia la condizione cristiana sembra sparire, resa deserta dalla condizione clericale che tutto attira a sé del sacro nei suoi problemi di classe dirigente coinvolta nella catastrofe della classe politica italiana, sua figlia di diritto. Incapace di ogni autocritica è diventata subito vergine e pura per poter ancora essere la morale di nuovi poteri.
Per i PO, che non vivono materialmente della fede, c’è una necessità in questo: se i preti “non hanno niente da fare”, la loro fame, la fame dei testimoni, li porterà sempre lì dove siano visibili le forme del Regno di Dio, siano calcolabili le ‘mercedi’ che se ne ricavano: concordato, otto per mille, preti come professionisti, sacramenti come servizi sociali, unità politica dei cattolici ecc., sono tutte forme materiali del Regno che sono necessarie “se non si ha altro da fare”. La fame del testimone necessariamente materializza il messaggio (così Dio diventa il patrono del villaggio, motore di tutti gli ideali e le ‘robe’ cristiane..) ed espropria il cristiano di scelte autonome. Si osservi il grottesco per cui i testimoni vivono la materialità delle loro vite pretendendo di essere ‘lo spirituale’ delle vite materiali dei fedeli. La condizione clericale pretende di essere la condizione cristiana per tutti.
Per i PO è attuale in Italia il compito di conquistare palmo a palmo la condizione cristiana contro la pressione totalitaria che la condizione clericale esercita molto profondamente nelle coscienze e nelle vite. Intere zone profonde (il senso della nascita, della morte…) del pensiero laico e cosiddetto non credente, sono occupate.


QUANDO I PADRI FANNO DEI FIGLI DEGLI SCHIAVI, È MEGLIO ESSERE ORFANI…

 

Scorri le vite degli uomini illustri, e se guarderai a quelli che sono tali, non per scrivere, ma per fare, troverai a gran fatica pochissimi veramente grandi, ai quali non sia mancato il padre nella prima età. Lascio stare che, parlando di quelli che vivono di entrata, colui che ha il padre vivo, comunemente è un uomo senza facoltà; e per conseguenza non può nulla nel mondo: tanto più che nel tempo stesso è facoltoso in aspettativa, onde non si dà pensiero di procacciarsi roba con l’opera propria; il che potrebbe essere occasione a grandi fatti; caso non ordinario però, poiché generalmente quelli che hanno fatto cose grandi, sono stati o copiosi o certo abbastanza forniti dei beni della Fortuna sin dal principio. Ma lasciando tutto questo, la potestà paterna presso tutte le nazioni che hanno leggi, porta seco una specie di schiavitù de’ figliuoli; che, per essere domestica, è più stringente e più sensibile della civile; e che, comunque possa essere temperata o dalle leggi stesse, o dai costumi pubblici, o dalle qualità particolari delle persone, un effetto dannosissimo non manca mai di produrre: e questo è un sentimento che l’uomo, finché ha il padre vivo, porta perpetuamente nell’animo, confermatogli dall’opinione che visibilmente ed inevitabilmente ha di lui la moltitudine. Dico un sentimento di soggezione e di dipendenza, e di non essere libero signore di se medesimo, anzi di non essere, per dir così, una persona intera, ma una parte e un membro solamente, e di appartenere il suo nome ad altri più che a sé. Il qual sentimento – più profondo in coloro che sarebbero più atti alle cose, perché avendo lo spirito più svegliato, sono più capaci di sentire, e più oculati ad accorgersi della verità della propria condizione – è quasi impossibile che vada insieme, non dirò col fare, ma col disegnare checchessia di grande. E passata in tal modo la gioventù, l’uomo che in età di quaranta o di cinquant’anni sente per la prima volta di essere nella potestà propria, è soverchio il dire che non prova stimolo, e che, se ne provasse, non avrebbe più impeto né forze né tempo sufficienti ad azioni grandi. Così anche in questa parte si verifica che nessun bene si può avere al mondo, che non sia accompagnato da mali della stessa misura: poiché l’utilità inestimabile del trovarsi innanzi nella giovinezza una guida esperta ed amorosa, quale non può essere alcuno così come il proprio padre, è compensata da una sorte di nullità e della giovinezza e generalmente della vita».

(G. Leopardi: Pensieri, ed. Adelphi, pag. 14-15)


Gianpietro Z.
Sono partito dalla tematica dell’evangelizzazione e dall’esigenza conciliare di favorire il superamento della frattura tra fede e vita, tra chiesa e mondo, tra comunità credente e società. Cammin facendo prevale, soprattutto in questo momento, la tematica del come stare davanti all’evento di salvezza, del come stare davanti a Dio e quale Dio.
Anche in questo, avverto un senso di continuità: leggo la mia vita come un rifiuto continuo di alternative – aut/aut – e invece come una ricerca di possibili coniugazioni – et/et – e questo mi dà il senso di uno sviluppo.
L’etichetta preteoperaio fa parte di un’identità e problematica ormai molto esterna: altri hanno bisogno di darti un’etichetta, ma fondamentalmente tu sei quello che sei.
Anche oggi io continuo a lavorare perché è fondamentale al mio essere uomo e credente vivere nella compagnia di tutti, vivere senza privilegi, vivere con il lavoro delle mani.
Avverto che questa condizione che agli occhi di molti ruba tempo ad altre attività che potrebbero essere più gratificanti, che è quasi uno spreco di risorse e di capacità, che continua ad essere un investimento mal speso… questa condizione in realtà esalta, favorisce, consente libertà di ricerca, di ascolto, di sintonia…: è quindi l’humus necessario per la possibilità di restare aperto all’incontro con Dio all’interno del contesto di questa società e di questa vita.
Quindi non fughe, non isolamenti, non privilegi ma sviluppo pieno della verità con se stessi. Io prete operaio vivo in una condizione di vita particolarmente significativa rispetto ad alcuni nodi: senso del vivere, la vita come ricerca, lo stare davanti a Dio come possibilità di incontro, di evento, di irruzione…
“Ciò che tarda avverrà”. Come uomo che condivide attraverso il lavoro tutta la fatica del tempo presente, riscopro l’evangelo come evento, come grazia, come dono oggi nella mia vita, come iniziativa che esige spazio accogliente.
Sullo sfondo rimane l’evangelizzazione: non come tecnica rivolta ad altri ma come risposta all’evento, come un lasciarmi cogliere e sorprendere, come un creare le premesse perché possa agire e compiersi secondo la forza che contiene in sé.
Questo passaggio dall’evangelizzazione all’evangelo, mai separabili l’uno dall’altro, è un passaggio scarnificante; non viene tolta la forza profetica dell’annuncio e la sua incidenza sulla storia e sul farsi dell’uomo e della donna; cadono invece i ruoli, si ripresentano il soggetto e la comunità, ma resi poveri, senza impeti di egemonia e preoccupazioni di organizzazione.
È un passaggio che ripropone l’ et/et del salmo:
“Abita la terra e vivi con fede” (Sal. 37).
Una vita ha pur sempre un sogno.

Gastone P.
Dico le due cose che in questo momento sento abbastanza vive e sono come l’humus che tiene vivo il senso del gusto del vivere e dell’essere quello che sono. La prima è la consapevolezza che il lavorare in se stesso, da 23 anni nella stessa fabbrica, con una storia molto lunga dunque, è secondario, è molto secondario. Il lavorare mette addirittura in evidenza le contraddizioni del mio essere, del mio io: mio fratello mi ricordava di recente: “proprio tu, che non hai mai avuto voglia di lavorare da ragazzo, che preferivi ascoltare Mozart invece di fare il fieno, nella nostra miseria, proprio tu, io mi chiedo, come abbia potuto fare questa scelta!”
Questo mi fa pensare che la molla non è tanto il lavorare manualmente, ma qualcosa di più profondo che c’è dentro. E consentitemi di darle un nome: è un’attitudine alla compassione, alla pietà, alla tenerezza, un atto di amore, qualcosa di questo tipo, forse anche un atto riparatorio, perché ho visto mio padre piangere per non farcela, avevo coscienza di una miseria. Comunque sento che alla base c’è un atto di amore, di umanità profonda.
Del resto il nostro evocare e riferirci alla parabola, al percorso, alla vita di Simone Weil (che da ricca si è fatta povera, da sindacalista si è fatta operaia, ecc…) esprime in qualche modo qualcosa che ci fa sentire in compagnia. Questo mi porta a dire che il nostro essere pretioperai come lo sento io, è occupare un segmento della vita e della storia “debole”, ma proprio ontologicamente, intrinsecamente debole; è un atto debole, perché è controcorrente.
La seconda cosa: io non brucerei con un colpo di spugna una parola a noi cara e che io sento ancora viva e che appartiene alla grazia e non ai programmi delle macchine infernali della chiesa o del sindacato, ed è la parola “annuncio”: io sento che semplicemente dall’esserci con questa attitudine alla compassione, avviene qualcosa che va oltre il mio io, oltre la nostra fedeltà o infedeltà e che è un annuncio di altissimo profilo etico, proprio perché è frutto di quell’esserci e di quell’atto debole. I miei compagni di lavoro mi considerano come un “ména”, ma hanno anche la sensazione che non lo sono: c’è qualcosa che la debolezza evoca; non è forse che c’è un tipo di debolezza che diventa forza in certi momenti? un tipo di sconfitta che diventa liberazione e risurrezione? Ecco: in questo sento uno spazio per l’annuncio di cui riappropriarci rispetto alle macchine infernali dei catechismi.
Queste due cose sono molto grandi e molto preziose: è una grazia, cioè, essere in situazione di debolezza (ma anche l’atto creativo di Dio è un atto debole) ed è una possibilità di annuncio.

Tavola rotonda condotta da
Giovanni Benzoni


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