L'Apocalisse in Simone Weil

“NON DOVRANNO PIÙ ISTRUIRSI GLI UNI GLI ALTRI!”
(Ger 31,34)

Testo registrato il 22 genn. 1993
da “Fine secolo” / Radio 3



Marino Sinibaldi (conduttore):
Concludiamo la nostra esplorazione intorno a una parola, “Apocalisse”, di cui abbiamo cercato di indagare lo spessore storico, antropologico, ma ancor più la presenza anche nel nostro secolarizzato e disincantato mondo di fine secolo. Il viaggio apocalittico ci appare come un modello di relazione con la realtà ancora attivo, carico com’è di ansie e di paure, ma anche di radicali speranze. Vorremmo riaffrontare questi nodi, osservando da vicino un’esperienza particolare, quella di Simone Weil, una figura del nostro secolo la cui importanza etica, filosofica e culturale in senso lato è spesso rimossa. Ci pare invece che meriti maggiori attenzioni, anche perché la sua riflessione incrocia in modo molto personale discipline e terreni diversi, tra loro anche molto lontani, l’etica, la religione, la politica, ma anche il diritto, la letteratura, l’epistemologia e ci sembra che proprio questo tipo di approccio e di apertura sia quello che consenta anche in questi anni di capire la realtà. Se in questa intensa e sofferta riflessione si esprime anche una tensione apocalittica è quanto cercheremo di capire con gli ospiti di oggi, che sono: Massimo Cacciari, Giancarlo Gaeta e Franca Alessio. Chiedo a Franca Alessio una sorta di scheda, di rapido ritratto del personaggio, i motivi di interesse per noi.

Franca Alessio:
La vita di Simone Weil è una trama di contraddizioni apparenti, con una coerenza di vita, di azione e di pensiero abbastanza rara nella storia della filosofia e anche nella storia in genere. La coerenza è questo bisogno di trovare la verità, di trovare la giustizia sociale. Simone Weil ha percorso delle vie, direi, del tutto inesplorate e anche la traiettoria della sua vita è un po’ il contrario di quella che normalmente è la vita di tutti i giorni. Cioè lei nasce nel 1909 a Parigi da una famiglia ricca e colta e diventa povera, si fa povera, per cercare le ragioni dell’ingiustizia sociale andando a lavorare in fabbrica. Prima aveva avuto una breve esperienza di sindacalista e, anche qui, al contrario delle consuete esperienze, da sindacalista diventò operaia. Da questa esperienza esce quel meraviglioso diario di fabbrica che poi fu pubblicato col nome “La condizione operaia”, che è stato un po’ una Bibbia degli anni ‘50.
Poi, altra cosa particolare di Simone Weil è il fatto che partendo da basi marxiste critica il marxismo, partendo da basi pacifiste va in guerra di Spagna, da cui tra l’altro ritorna più pacifista di prima e, partendo da una famiglia ebrea sia pure agnostica si avvicina al cattolicesimo; si avvicina, nel senso che oggi è considerata una delle scrittrici mistiche più importanti, eppure lei non ha mai voluto entrare pienamente all’interno della Chiesa.
Il fatto del pacifismo nell’ultima parte della sua vita, con l’avanzare di Hitler e del nazismo, di nuovo ha una contraddizione in termini, perchè lei cerca di andare a lavorare a Londra e ci va; lì poi morirà nel ‘43 con questo sfinimento che poi da alcuni è stato interpretato come anoressia (io sono piuttosto contraria: lei è anche malata di tubercolosi); in ogni caso c’è questa morte sacrificale, per cui infatti ho chiamato il mio lavoro “Olocausto privato”.
Sinibaldi:
All’interno di questo cammino tormentato e contraddittorio si inserisce la pubblicazione dei quaderni, curata da Giancarlo Gaeta, in particolare del quarto di questi quaderni, dove ci sono molte pagine dedicate al nostro tema dell’Apocalisse.
Giancarlo Gaeta:
Sì, è una cosa abbastanza sorprendente, perchè per pagine e pagine assistiamo a una sorta di parafrasi – commento dell’intero testo dell’Apocalisse. La cosa è abbastanza sorprendente perchè non rientra nella concezione religiosa di Simone Weil l’idea escatologica – apocalittica così come è stata proposta dal Cristianesimo delle origini; anzi lei di questa credenza dà un’interpretazione riduttiva, cioè la ritiene una risposta contingente del primo cristianesimo, una risposta alla crisi angosciosa dei popoli soggetti all’impero romano. Non c’è in Simone Weil una riflessione apocalittica secondo i canoni tradizionali. Colpisce invece il carattere fortemente simbolico: lei vede fondamentalmente in questo testo la lotta, lo scontro tra coloro che posseggono l’amore di Dio, che sono una cosa sola con Dio e con il Cristo per un verso, e d’altra parte la bestia sociale, che nel testo dell’Apocalisse, lei ritiene, è rappresentata dall’impero romano. Inoltre, e questo è l’altro aspetto forte di questa sua riflessione, nel testo lei trova l’immagine dell’Agnello sgozzato fin dalla costituzione del mondo, fin dall’atto primordiale; immagine questa che la conferma nella sua convinzione secondo la quale la creazione e la passione non sono due momenti disposti nel tempo, in successione, ma sono inscindibilmente legati tra di loro, si danno contemporaneamente sin dall’inizio. Questo è legato al suo rifiuto, alla sua opposizione decisa verso una concezione storico salvifica, cioè l’idea che si diano dei momenti di intervento di Dio nel mondo. Al contrario lei pensa appunto che creazione e passione di Dio siano una cosa sola.
Sinibaldi:
La Weil mette dunque l’accento più sul presente che su un rinvio escatologico utopico, più sulla possibilità di salvarsi qui e ora che non nel rinvio a una dimensione che può essere poi storicizzata o non storicizzata. Secondo lei, Cacciari, come può convivere nella Weil, ma anche al di là, ora, della figura di Simone Weil, questa tensione apocalittica e una tensione invece al presente, all’oggi, a quello che è possibile oggi?
Massimo Cacciari:
La confusione deriva soltanto da un uso improprio dei termini, perchè nel termine “apocalisse” non c’è nessuna tensione utopica. Tradiamo completamente il senso dell’apocalisse, per Simone Weil e per tutti coloro che hanno ragionato davvero su questo termine, se la trasformiamo in un “ultimo”, che “attendiamo” secondo una disposizione cronologica dei tempi. L’apocalisse ha un senso anche escatologico se l’apocalisse c’è stata; quando Simone Weil parla di apocalisse sulla base appunto della figura dell’Agnello sgozzato fin dall’inizio, parla per l’appunto di apocalisse, perché qualsiasi dimensione escatologica ha un senso in termini apocalittici soltanto se una rivelazione originaria è avvenuta. Quindi l’idea di una apocalisse come un tempo ultimo, che noi “attendiamo”, cui noi “perveniamo” e che ha una dimensione appunto propriamente cronologica, è l’idea dell’apocalisse propria di un mondo come il nostro, è un’idea del tutto “storicistica” dell’apocalisse, che non ritroviamo in nessun modo nemmeno nella tradizione teologica cristiana.
Sinibaldi:
Lei sa però che nel pensiero del novecento (ad esempio, Bloch) si è parlato di utopia…
Cacciari:
Il pensiero del novecento non ha capito nulla dell’apocalisse. Ernst Bloch appunto, nella riduzione di apocalisse al puro principio “speranza” ha tradito la grande tensione dell’apocalisse, che nella figura, nel simbolo apocalittico tiene indissolubilmente connessi un “inizio sempre presente” e il “tò mellon” , cioè il futuro, l’ adveniens . Quando noi separiamo le due dimensioni e riduciamo l’apocalisse ad “adveniens” o, viceversa, come fa Corsini, la riduciamo ad “Adventus”, noi siamo totalmente fuori dal “dramma” apocalittico, dall’ ”agòn” apocalittico e siamo, di volta in volta, o di fronte ad una apocalisse tutta risolta nella “doxa theoù” così come è apparsa anche in Cristo, cioè nel presente, oppure nell’apocalisse risolta nell’Agnello sgozzato fin dalle origini, oppure, come nel mondo contemporaneo, nell’apocalisse risolta nel “Deus adveniens” , che è la grande figura del Dio, sia in Nietzsche, sia in Heidegger, cioè il Dio soltanto “avvenire”, ma che non c’entra nulla con l’apocalisse.
Sinibaldi:
Quindi, secondo lei, l’importanza anche di una tensione apocalittica sta in questa continuità?
Cacciari:
No! non c’è niente di continuità; è un simbolo l’apocalisse, “symbàllein”, porre insieme. Cos’è che si pone insieme nel simbolo apocalittico? Per l’appunto: l’eterno passato, il presente e l’eterno futuro. Se noi separiamo questi tre termini e crediamo che l’apocalisse sia riducibile al futuro o al passato o al presente, siamo totalmente fuori dalla simbolicità propria dell’apocalittica. Questo è il discorso forte sull’apocalisse. E la Weil così ha riflettuto su questo tema.
Gaeta:
Sono perfettamente d’accordo! Vorrei soltanto rilevare questo: nella riflessione religiosa della Weil è costantemente presente in forma polemica la concezione cristiano – cattolica della storia e della salvezza nella storia a cui lei si oppone, recuperando (ha ragione Cacciari) il senso forte dell’esperienza apocalittica, sottolineando con forza che la visione della pedagogia divina, degli interventi successivi nel tempo, quindi l’idea della storia guidata dalla Provvidenza divina, da interventi di Dio nella storia è una concezione falsa.
Sinibaldi:
Questo non conduce un po’ a una forma di disperazione, di pessimismo assoluto?
Gaeta:
Disperazione e pessimismo non mi sembrano termini che si possono usare a proposito di Simone Weil. C’è, mi sembra invece, in lei un grosso sforzo particolare e originale di ripensare il significato profondo dell’essere cristiano; la sua riflessione sui testi neotestamentari va in questa direzione, cioè lei ha la coscienza, data anche la tragicità del momento, che al cristianesimo deve essere chiesto un nuovo inizio, perché il compito storico è talmente arduo, che, soltanto se il cristianesimo è capace di ripensare se stesso e quindi di riproporsi come realmente in grado di ispirare l’intera società, interi popoli, soltanto a queste condizioni è immaginabile la possibilità di uscire dalla crisi in senso positivo, altrimenti ci sarà una caduta interiore. In questo mi sembra abbia avuto ragione.
Cacciari:
Io vi inviterei a riflettere su questa idea: fermo restando che Simone Weil tenta di spiegare quella simultaneità dei tre evi o dei tre tempi nel simbolo apocalittico, ciò che intende sottolineare con forza è la distinzione dei tre momenti nell’unicità del simbolo, soprattutto la distinzione della dimensione del simbolo che riguarda (da ciò il suo respingere ogni pedagogia divina, ogni teodicea, ogni idea di salvezza nella storia), sulla base del testo paolino della lettera ai Romani 8,19, l’attesa dell’apocalisse non del Figlio che è avvenuta, ma dei figli. Qui il discorso di Simone Weil si carica davvero della sua massima tensione tragico – escatologica. Direi appunto che il pensiero della Weil ha una curvatura tragica qui, più che pessimistica, più che disperata: cioè siamo davvero noi gli eredi, tutto è stato davvero posto nelle nostre mani; siamo totalmente responsabili dell’apocalisse nostra, l’apocalisse dei figli.
È questa l’apocalisse che tutto il creato attende e qui vi sono le domande più drammatiche di Simone Weil, in perfetta linea con le domande più drammatiche del testo evangelico. Cosa avverrà se perderanno fede e libertà? Perchè non avete fede? Troverà ancora fede il Figlio nella dimensione della sua parusìa; cioè di fronte al Figlio avranno ancora fede, cioè vita, i figli? Qui è tutto imprevedibile, qui non vale nessuna provvidenzialità, nessuna pedagogia divina, nessuna teodicea. Qui è tutto assolutamente imprevedibile. Soltanto lo Spirito sa spiare in questi abissi divini. Soltanto lo Spirito potrebbe rispondere a: “troverà fede sulla terra al suo ritorno?” È qui che il discorso apocalittico – escatologico della Weil si carica della massima tragicità e drammaticità.
Sinibaldi:
Dentro la tensione apocalittica c’è dunque un senso forte di libertà e di responsabilità, se ho capito bene. Quindi una concezione apocalittica della storia convive non con la resa o l’affidamento ai tempi, ma con un’esaltazione della responsabilità e della libertà individuale.
Gaeta:
Certamente è così! È così a partire dall’atto della creazione, che per Simone Weil è un dono, un atto d’amore da parte di Dio, che in qualche modo consente alle creature di esistere separate da lui e da quel momento si proibisce di intervenire nella necessità che regola il mondo e nella libertà della creatura che è libera di esistere o di rinunciare all’esistenza per ricongiungersi a Dio. Il discorso, a questo punto, si sposta a livello antropologico. Simone Weil arriva a cogliere questa idea della creazione come abdicazione, come distacco, come non ingerenza di Dio nel creato, a partire da una constatazione esistenziale; cioè quella particolarissima situazione (che potremmo chiamare di gratuità) in cui chi è più forte è capace di trattare l’inferiore come suo pari, di sollevarlo.

Sinibaldi:
Questa è la “compassione” della Weil.


CHE COS’È L’INTERO CORPO DELLE SCRITTURE?


Sono dei semplici commenti alla speculazione individuale… Questo paradosso è offerto agli adoratori di idoli, tra i quali per noi, la Bibbia non è il più piccolo. Con gli idoli ci si scalda… Tutto questo in: Okakura Kakuzo, Il libro del tè, ed. Sugarco, pag. 45.

Nell’insegnamento trascendentale dello Zen le parole non sono che un peso per il pensiero, l’intero corpo delle Scritture Buddiste viene considerato niente di più che un commento alla speculazione individuale. I seguaci dello Zen cercano una comunicazione diretta con la natura interiore delle cose e considerano i loro accessori esteriori degli ostacoli alla chiara comprensione della Verità. È l’amore per l’Astratto che spinge lo Zen a preferire semplici disegni in bianco e nero alle pitture colorate e infinitamente più complesse della Scuola Buddista tradizionale. Per aver cercato di trovare il Budda al loro interno piuttosto che nelle immagini e nei simboli, alcuni maestri Zen divennero degli iconoclasti.

Tanka Osho (Tan Hsia), in una fredda mattina d’inverno, ruppe una statua di legno del Budda, per accendere un fuoco.
«Questo è un atto sacrilego!», esclamò un uomo che assisteva alla scena.
«Trarrò da questa cenere, le Shali che essa contiene», rispose tranquillo il maestro Tanka Osho.
«Ma non troverai di certo le Shali in questa statua», disse sconcertato l’altro.
«Dunque», replicò il maestro, «questo non è un vero Budda ed io non commetto alcun sacrilegio!», e si avvicinò tranquillamente al fuoco per scaldarsi.

[Shali: le pietre preziose che si formano nel corpo del Budda dopo la cremazione]


Gaeta:
Da questa constatazione Simone Weil trae la sua concezione di Dio impotente. A questo punto tutto si gioca sul piano della libertà e della responsabilità dell’individuo. Trovo una forte prossimità del pensiero della Weil con il pensiero del Vangelo di Giovanni, oltre che con l’Apocalisse. Il vangelo di Giovanni è l’altro grande testo che Simone Weil ha continuamente commentato. In esso si ritrova quella separazione e lotta tra verità e menzogna, tra luce e tenebra, lotta che è affidata a ciascuno.

Sinibaldi:
Facciamo una breve pausa in questo intenso confronto. Anche gli ascolti musicali sono stati su questo tema, questa settimana. C’è un LP di Leonard Cohen (The Future), che è tutto intriso di liguaggio apocalittico. La canzone che ascoltiamo oggi è ‘Anthem’, ‘Inno’:

«Gli uccelli che cantavano all’inizio del giorno
ricominciano ancora.
Li ho sentiti dire – non soffermarti troppo
su quello che è stato o su quello che accadrà –
Le guerre saranno ancora combattute
la sacra colomba sarà catturata di nuovo,
comprata, venduta, ricomprata, la colomba non è mai libera.
– Suona le campane che ancora possono suonare,
dimentica il tuo sacrificio perfetto,
in tutto c’è un crollo, è così che entra la luce.
Abbiamo chiesto dei segni e i segni ci furono mandati,
la nascita tradita, le nozze spente,
la mancanza di ogni ordine, segni che tutti possono vedere.
– Suona le campane…
Non posso più correre con la folla senza legge
mentre gli assassini di alto rango
dicono ad alta voce le loro preghiere.
Ma essi hanno scatenato una tempesta
e mi sentiranno presto parlare.
– Suona le campane…
Puoi aggiungere le parti
ma non avrai la somma,
puoi incominciare a suonare la marcia
ma non c’è il tamburo,
ogni cuore da amare arriverà
ma come un rifugiato”
– Suona le campane…».
 

Sinibaldi:
Cosa pensa, Cacciari, di questo circolare del linguaggio apocalittico anche nella cultura di massa, le sembra una degenerazione?… lei è molto critico sulle nostre scelte musicali…

Cacciari:
La presenza di temi, di motivi estratti dal linguaggio apocalittico non caratterizza in nessun modo quest’epoca in particolare più di altre. La presenza dell’apocalisse è essenziale nella nostra cultura per un semplicissimo motivo: cioè non solo la nostra storia, ma la nostra stessa concezione della storia non è concepibile senza la tradizione apocalittica giudaico – cristiana originaria. La nostra storia è apocalittica, nel senso che la nostra storia sussiste nella misura in cui è tutta orientata ad un “telos” , ad un fine; e questo fine lo si concepisce come perfetta rappresentazione; ogni motivo apocalittico – messianico della nostra cultura, secolarizzato o no, mostra questa forma: la storia è un “rectum iter” , più o meno discontinuo, ma che sostanzialmente tiene una direzione, un senso; e il suo senso si rappresenterà pienamente e perfettamente nell’“ultimo” e quindi l’“ultimo” sarà atto pieno, “enèrgheia”. Se questo è il significato corrente, è perduto il significato autentico dell’apocalisse.
Sinibaldi:
Non le sembra che sia questo senso della storia, come ‘rectum iter’ , cammino rettilineo, che sia andato perso in questo pezzo di secolo?
Cacciari:
Non mi pare affatto, purtroppo. Non bisogna confondere il senso complesso di questo rectum iter con l’euforia che certamente caratterizza questo nostro tempo, sulle rotture, sulle discontinuità, sulle tragedie di questo rectum iter. Il ‘900 ha enfatizzato molto queste tragedie ma non ha messo in nessun modo in discussione questa idea complessiva. Ci muoviamo sempre in questa idea che invece bisogna abbandonare per iniziare un nuovo discorso, una nuova concezione dell’apocalisse. Questa concezione della storia falsamente apocalittica, che tradisce l’apocalisse nel suo significato “simbolico” è probabilmente uno dei fattori culturali, antropologici fondamentali che stanno portando al disastro. È la resistenza di una concezione apocalittica deteriore. Essa riduce l’apocalisse al senso dell’ultimo e gli dà un senso non solo cronologico ma tutto attuoso. L’ultimo è pura enérgheia, atto, pura presenza. Cioè nell’ultimo tutto sarà perfettamente disvelato. C’è un’idea di una verità come perfetta disvelatezza… Qui ci sarebbe molto da dire sulle aporie e sulle insormontabili contraddizioni che questa concezione della verità e della storia porta con sè.
Sinibaldi:
Abbiamo scoperto comunque alla fine di questo percorso che da una diversa idea di apocalisse dipendono dei nodi fondamentali, l’idea della storia, il ruolo dell’uomo nel mondo. In questa settimana abbiamo parlato poco di simboli dell’apocalisse. È sempre importante l’iconologia, la simbologia dell’apocalisse. In essa c’è sempre qualcosa di profondo. Prima Gaeta faceva un accenno a quella serie di simboli, per es. alla Bestia, al Grosso Animale di S.Weil. Simone Weil identificava la Bestia dell’Apocalisse con il Grosso Animale che per Platone, nella Repubblica, impedisce agli uomini di elevarsi fino a dio e che è la società. Cosa vuol dire, Gaeta, che la società, la collettività è una minaccia per la Weil? Non il luogo della realizzazione dell’uomo, come ci ha abituato a pensare il pensiero moderno, ma la minaccia alla sua integrità, questa è la società…
Gaeta:
Più che minaccia, il problema per la Weil è intanto affermare con chiarezza che ciò che conta è l’individuo. Tutto si gioca, anche socialmente a livello di individuo, rispetto alla possibilità o meno per l’individuo di svolgere nella società un ruolo cosciente di sé, delle sue possibilità, dei suoi rapporti con gli altri, cosciente dei processi economici, scientifici, tecnologici. Le esperienze della società moderna, per la Weil, vanno esattamente nel senso contrario, verso la massificazione dell’individuo, non solo dell’individuo comune, ma anche delle persone privilegiate, come gli scienziati. Perché tutto, anche il sapere, è parcellizzato. Non c’è più una visione complessiva, non ce la possibilità per l’individuo di controllare i processi; questo è il vero problema. La società diventa Bestia nel momento in cui impedisce di fatto all’individuo di essere cosciente. Si sostituisce ad essa oppure l’individuo accetta di immergersi all’interno di questa nebulosa. Questo lo priva di fatto della consapevolezza, della libertà e quindi anche della possibilità di pervenire alla coscienza della propria condizione umana. La Bestia è colei che ha la capacità di emettere continui segnali che distraggono l’individuo, il pensiero personale dalla possibilità di entrare in rapporto con se stesso e con gli altri. È la sconfitta della possibilità della relazione.


CONTRO I CATECHISMI

Il cristianesimo, io credo, non è una dottrina, non è una teoria di ciò che è stato e sarà dell’anima umana, ma una descrizione di un evento reale nella vita dell’uomo. Infatti, il «riconoscimento del peccato» è un evento reale, e la disperazione pure, e così anche la redenzione mediante la fede. Chi parla di queste cose si limita a descrivere ciò che è accaduto a lui, qualsiasi cosa si possa dire in merito.

Predestinazione: si può scrivere uno tale parola solo in mezzo alle più terribili sofferenze – e allora ha un tutt’altro significato. Ma proprio perciò nessuno deve citare questo come verità, a meno che egli stesso lo dica nel tormento. – Per l’appunto non è una teoria. Oppure: se è una verità, non è quello che a prima vista essa sembra esprimere.
Ben più che una teoria, è un gemito, oppure un grido.

1937 – Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, Adelphi (pag. 59, 62-63)



Sinibaldi:

Questa intuizione sul carattere tragico della storia, mi richiama una frase che prima ho colto in Cacciari, quando diceva della necessità di respingere ogni idea di salvezza nella storia…

Gaeta:
È importante. La grossa difficoltà per capire Simone Weil, oppure questa ambiguità con la quale è stato recepito il suo pensiero, è perché in lei, come dice Cacciari, è chiarissimo il rifiuto del senso della storia, del finalismo, di qualsiasi tipo di finalismo. C’è anzi un accento fortissimo sul non senso. Non c’è nessun senso. Siamo nel non senso. Questo viene vissuto, pensato come un elemento di pessimismo di tragicità irrisolta. Non è vero, è esattamente il contrario. È un momento, è un atto di liberazione da questa grande illusione che si vada da qualche parte, che l’esistenza abbia un senso, che si possa costruire qualcosa non di relativo, che va dato, ma di assoluto.
Sinibaldi:
Cacciari, in che senso è una liberazione, ammettere che non ha senso e quindi respingere l’idea di salvezza. Dov’è la salvezza?
Cacciari:
È una liberazione dall’idolatria, è molto semplice, come si fa a non capirlo? Fino a quando non lo capiremo saremo servi, schiavi di tutto ciò che si presenta come idolo nella storia. Che cosa è l’idolo? È ciò che ritiene di dare, nella sua immanenza, un senso risolutivo al nostro dramma, al nostro agòn, anche a quell’ agòn, a quella lotta che è la fede del credente. Questa è l’idolatria. Noi non ci libereremo mai dall’idolatria, saremo sempre attorno al vitello d’oro, che sarebbe la storia o la società, ma non la storia in quanto storia ma in quanto storia idolatrata. Non il nostro essere finito in quanto essere finito, non il nostro esserci, ma il nostro esserci e le nostre opere in quanto ritenute salvifiche, in quanto ritenute dotate di un senso che rappresenta, che disvela appunto apocalitticamente, qui e ora, la verità. Mentre il senso pieno dell’apocalisse, nella ‘simbolicità’ dei suoi tempi, non disvela niente ma, se mai, rivela continuamente e invita e chiama l’uomo ad una apertura costante, a rivelare continuamente.
Questo è il senso liberatorio di una concezione vera, autentica dell’apocalisse. Il nostro invece è il senso servile, che ci rende servi di una concezione dell’apocalisse che si riduce al senso del conflitto storico, così come di volta in volta si configura tra i ‘gelidi mostri’ (come dice Nietzsche), cioè i vari stati. ‘Stato’: tremendo questo termine. Noi non riflettiamo mai abbastanza sulle parole che usiamo. Non ci sembra tremendo che tutte le lingue europee che dominano questo pianeta usino, per dire il modo in cui noi stiamo insieme, i termini e le regole della nostra convivenza civile, invece di un termine di apertura, di libertà, un participio passato, lo stato? Ecco l’idolo. E i grandi filosofi della politica (S. Weil in parte li conosceva in parte non li conosceva, le sue letture sono disparate e confuse) hanno sempre detto realisticamente questo carattere. Noi invece, nel ‘900, abbiamo continuato ideologicamente a coprirlo. Noi che siamo progressisti, democratici, illuminati…
Sinibaldi:
Torniamo a Franca Alessio per ascoltare con lei un breve frammento del suo sceneggiato. È un modo per ascoltare una voce che non esiste ma che parla con le parole di Simone Weil: “Ve lo predìco e possiamo stabilire una data. Stiamo entrando in un’epoca nella quale si vedranno in tutti i paesi delle incredibili follie e sembreranno naturali. Germania e Russia sono simili, la loro è la lotta cieca tra ciechi, tra innovatori che non sanno cosa innovare e conservatori che non sanno cosa conservare. Fascismo e Comunismo e disordine sono espressioni equivalenti, appena distinte di un unico male. Temo lo sviluppo del nazionalismo arabo ma temo anche quello ebraico. Tra cinquant’anni potrebbero essere una minaccia per il Medioriente, e per il mondo”.
Qui abbiamo privilegiato una dimensione profetica. Ciascuno può misurarla in modi diversi ma anche così se ne rispetta la pienezza.
Alessio:
È la voce di Antonella Monetti, che è stata protagonista di questo lavoro. “Ve lo predico…” una lettera all’amico sindacalista Bellin all’inizio del ‘37. La parte, tragicamente profetica, sullo sviluppo del nazionalismo è del ‘38. È un dibattito sulla emigrazione israelita in Palestina, al quale la Weil aveva partecipato.
Sinibaldi:
Dobbiamo chiudere, consigliando dei libri. La sterminata produzione della Weil, il suo carattere frammentario non rende facile indicare un piccolo gruppo di testi, a parte i Quaderni (ed. Adelphi, quattro volumi). Allora ciascuno di voi indichi quale libro a suo parere consente di avvicinarsi meglio a Simone Weil.
Gaeta:
Considerato che si è parlato di responsabilità individuale (Simone Weil dice che il Dio che dobbiamo amare è assente, non possiamo sperare nella salvezza della storia in questo senso) direi che bisognerebbe leggere ‘La prima radice’ (ed. SE), che io stesso ho curato. Libro stupendo, l’ultimo. È il suo testamento spirituale, con un messaggio di etica globale proprio sulla responsabilità di ciascuno di noi nei confronti degli altri.
Cacciari:
Da Venezia non posso che indicare V enezia salva (ed. Adelphi).
Sinibaldi:
Ricordo che c’è una biografia della Weil, di G. Fiori, ed. Garzanti, discussa come tutte, perché nessuno è contento delle pubblicazioni su Simone Weil. Lei, Gaeta, cosa consiglia oltre ai Quaderni?
Gaeta:
Tutti i suoi libri vanno letti. Su Simone Weil, oltre a quelli di G. Fiori, c’è il grande lavoro della Pétrement, tradotto da Adelphi.

Sinibaldi:
Chiudiamo la nostra trasmissione con una poesia di J. R. Jimenez:

“AD UN POETA
PER UN LIBRO NON SCRITTO”

Creiamo i nomi,
poi verranno gli uomini
poi verranno le cose
e solo resterà il mondo dei nomi,
alfabeto dell’amore degli uomini
dell’odor delle rose,
dell’amore e delle rose
non resteranno che i nomi,
creiamo i nomi.


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