Passare al bosco, escursione perigliosa…

“NON DOVRANNO PIÙ ISTRUIRSI GLI UNI GLI ALTRI!”
(Ger 31,34)

Scheda di riflessione
sul “Trattato del ribelle”
di Ernest Junger


… perigliosa non solo fuori dei sentieri tracciati,
ma oltre gli stessi confini della meditazione


“Tratteremo qui di una questione cruciale del nostro tempo…
che comporta comunque dei rischi…”

Domande più semplici e drastiche

 
Quasi ancora non si è conclusa l’epoca in cui si affrontavano questioni di questo genere come grandi enigmi, enigmi universali, con l’ottimismo di chi confidava nella propria capacità di risolverli. Mentre altre questioni erano viste come problemi pratici (questione femminile, questione sociale in genere) che si sarebbero risolti con l’evolversi della società verso nuovi assetti.
Ora la natura della interrogazione è cambiata. Nell’epoca dei consensi, che viviamo, gli organi del potere ci interrogano senza posa, ma non cercano il nostro contributo alla verità oggettiva, né tanto meno alla soluzione di questo o quel problema particolare, bensì una qualsiasi risposta, un consenso. Viene assimilata l’interrogazione all’interrogatorio (basta seguire l’evoluzione che dalla scheda elettorale porta al questionario). Scopo della scheda è l’accertamento di semplici rapporti numerici e la loro utilizzazione: dice la volontà dell’elettore senza intromissioni esterne e si accompagna a una sensazione di sicurezza, di potenza.
Il questionario toglie tale sicurezza: le risposte sono gravide di conseguenze, spesso decidono il destino di chi risponde e mutano la natura dell’interrogazione: scompare l’antica sicurezza e il pensiero deve tenerne conto. Si preannuncia un ordine diverso, mentre le domande incalzano e si fanno più assillanti, cariche di conseguenze. Anche il silenzio può essere una risposta. Tutto è risposta e materia di responsabilità. A tutt’oggi ancora non è chiaro a tutti fino a che punto la scheda si è trasformata in questionario. Solo la meditazione ci può restituire una nuova sicurezza.
 

Elezioni e consenso: minoranze funzionali

 
 
Restando all’esempio dell’elettore: egli forse vorrebbe restare lontano dall’urna, ma proprio questo atto rappresenterebbe una risposta inequivocabile; ma neppure se partecipa è esente da rischi: a che pro scegliere se la situazione non consente la scelta?. Egli partecipa a un gesto di plauso. Le dittature, man mano che acquistano forza fanno in modo che il plebiscito prenda il posto delle libere elezioni e queste si trasformano in realtà in una delle forme del plebiscito.
Lo spettacolo di grandi masse in preda al delirio della passione è tra i segni più importanti del nostro ingresso in un’epoca nuova. Qui è facile che nasca se non l’unanimità almeno la consonanza: un turbine si leverebbe subito a provocare lo sterminio di chiunque osasse esprimere una voce discordante (logica del meccanismo di tangentopoli, logica degli attentati: il risultato è lo stesso; eliminare avversari e non accettare critiche). L’arte del comando non consiste semplicemente nel porre la domanda nel modo giusto, ma anche nella regia, nella messa in scena: l’evento va presentato come un coro assordante, che suscita insieme terrore e ammirazione, mantenendo l’illusione della libertà.
 

Meccanismi del consenso

 
 
Restando nell’esempio, cento per cento dei consensi resta l’ideale, che rimane irraggiungibile come tutti gli ideali. Nei luoghi in cui la dittatura ha ormai consolidato la propria posizione, il novanta per cento sembrerebbe un dato troppo modesto. Un uomo su dieci sarebbe in cuor suo un nemico: non si può pretendere che le masse accettino una cosa simile. E invece un totale di schede nulle o di voti contrari, che si aggiri attorno al 2% sembra non solo tollerabile, ma addirittura vantaggioso. Questa percentuale non solo conferisce attendibilità agli altri novantotto, in quanto attesta che tutti avrebbero potuto esprimersi per il no e quindi non è venuta meno la libertà, ma anche tiene vivo quel movimento incessante di cui le dittature hanno bisogno. Possono presentarsi come “partito” anche quando ciò è totalmente privo di senso.
La propaganda ha bisogno di una situazione nella quale il nemico dello Stato, il nemico di classe, il nemico del popolo sia già stato messo fuori combattimento e quasi ridicolizzato, e però non sia ancora scomparso del tutto (sostiene la divisione, fomenta l’odio, semina il terrore, tutti elementi giustificanti la dittatura). Dimostra che i buoni rappresentano l’immensa maggioranza, ma non sono del tutto garantiti dal pericolo.
 

Da scheda elettorale a questionario: la libertà di dire “no”

 
 
È a questo punto che la scheda elettorale si trasforma in questionario. Nessuno vorrà essere incluso in quel 2% e ciascuno si preoccuperà di far sapere che ha votato “bene”. E qualora uno ne facesse realmente parte, lo terrà nascosto persino ai suoi migliori amici. Vengono colpiti anche i non votanti. L’astensionismo rende inquieto il potere. L’elettore farà in modo di essere visto mentre vota. Emergono anche figure, poco studiate a livello europeo, come l’onestuomo che afferma: “Non capisco perché la scheda non si possa consegnare aperta!”.
In vista di approfondire i problemi del potere, consideriamo la figura di chi intende votare “no”. Anche se è il segnale di una vasta corrente d’opinione, la regia cercherà di fargli credere di essere un isolato; inoltre la maggioranza deve imporsi non solo numericamente, ma anche con i segni di una superiorità morale. Essendo per lo più l’interrogativo a carattere ideale, per la libertà o per la pace, il suo voto contrario è criminale, mentre il voto del “buon elettore” è a paragone riposante, caldeggiato dai media e dall’atmosfera complessiva creata attorno alla votazione, che suggestiona o fa sentire colpevoli a non adeguarsi, partigiani di una guerra perduta in partenza. Dove si celebra il culto della maggioranza, colui che vota “no” è solo da trascurare, sperso nel 98% dei consensi. Contrariamente a quel che fece Dio dinanzi a Sodoma, i due giusti passeranno inosservati.
Appare qui in tutta la sua evidenza la detronizzazione politica delle masse, alla quale si è giunti nel corso del diciannovesimo secolo. Lo scopo primario di questa ricerca è far in modo che non si avveri la minaccia di essere ridotti allo stato di termiti. Possiamo dirla un aiuto all’elettore, che cerca di dire ‘no’, ma senza che esso sia un servizio reso ai ‘sì’ delle maggioranze svendute. Si tratta della teoria della libertà umana di fronte alle nuove forme che ha assunto la violenza. Forse il voto non è più il modo più significante per esprimere le proprie convinzioni. Una scritta breve e chiara su luoghi di passaggio della gente e su ambiti molto frequentati e di largo uso, vale di più. Un democratico che, con un solo voto contro novantanove, si sia pronunciato in favore della democrazia, non solo abbandona il sistema politico, ma ha anche abbandonato la propria individualità. Gli effetti si ripercuoteranno ben oltre il singolo gesto.
Potrà anche esserci il caso che uno dei 99 ‘sì’ sia stato espresso con piena e sincera convinzione e con fondati motivi: resta tuttavia che, mentre questi parla in favore della necessità, il ‘no’ parla in favore della libertà. L’evento storico si svolge in modo che ambedue le forze, necessità e libertà, vi concorrano. Se una delle due viene a mancare l’evento degenera. Occorre sempre avvertire il versante opposto. Anche se la libertà è circoscritta dalla necessità, essa può dare uno stile alla necessità. Qui nasce quella tensione per cui uomini e popoli si dimostrano all’altezza dei tempi o da essi vengono rovinati. In questo mondo noi riconosciamo la libertà del singolo nel suo passaggio al bosco. E non si può altresì non descrivere la difficoltà, anzi il merito di essere un singolo in questo mondo. Cambia il mondo e cambia anche la libertà, non la sua natura, ma la sua forma.


 PER NON UCCIDERE LA GENERAZIONE SUCCESSIVA

 

Una delle promesse messianiche (Ger. 31,29-30) dice che ai figli non si legheranno i denti per aver mangiato, i loro padri, dell’uva acerba. Anche Cristo, quasi a mettere al riparo i figli dai padri, comanda di chiamare ‘padre’ solo il Padre che sta nei cieli. Nella Chiesa invece è stata ed è altissima l’inflazione dei padri e delle paternità. Tutta grazia e sicurezza per i figli? C’è da dubitarne, visto lo spazio nullo dei laici (per non dire delle donne…) nella comunità, se non come sacrestani o democristiani. Hillman (nel libro eccezionale su questo argomento: K. Kerenyi – J. Hillman, Variazioni su Edipo, ed. Cortina) torna invece sull’infanticidio, che è la prima tentazione di Laio, padre di Edipo, quando l’oracolo gli dice di guardarsi dal figlio.
Qui diamo solo un breve testo, ma tutto lo studio è da meditare per comprendere come il potere nella comunità cristiana lega l’autorità ad un senso della Parola ed esclude i figli, che sono custodi invece della pluralità.

«Se immaginiamo un secondo senso nell’oracolo, allora Laio potrebbe aver inteso questo: “Scruta tuo figlio in profondità, studia il suo cuore, cerca di capire i suoi modi, perché ha la possibilità di determinare la fine. Egli è quello che può rivelare come la tua vita finisca, i fini della tua vita”; il figlio indica una via diversa da quella del padre. Il figlio è il potenziale che la mente dominante ha di cogliere un secondo senso. Egli è la successiva generazione, una comprensione generativa al di là del letteralismo del tipo di conoscenza del re, che si irrigidisce in significati unici assieme alla definizione dei confini di un regno, così unendo in un unico dominio terra, stato, popolo, re: tyrannos. La tirannia dell’unità». (Dal libro citato, pagg. 105-106).


Libertà del singolo:
il “ribelle” (waldganger = passante al bosco)



Quali i compiti di questo “ribelle” per dominare la partita dall’alto e andare oltre il ‘no’, che è solo negativo?
1. Innanzitutto deve liberarsi dalle vecchie idee sulla maggioranza non ancora scomparse (cfr. analisi di Burke e Rivarol) mettendo da parte le statistiche per usare come criterio il valore. Vuol dire formarsi un’opinione autonoma e saperla difendere, con coraggio, conservando la nozione del diritto, anche nei periodi di puro dominio della forza. Questa se pure può modificare il corso della storia non può mai creare diritto. Qui i rapporti numerici non contano, si tratta di concentrazione dell’essere: entriamo in un ordine diverso. Nelle dittature le minoranze pronte a tutto sono una minaccia seria, specie se hanno escogitato una loro tattica. Questo spiega la crescita abnorme della polizia, che diventa esercito; mentre contemporaneamente crescono coloro che abbandonano l’ordine statisticamente accertabile per trasmigrare in un ordine diverso, invisibile, di quelli che diciamo “passano al bosco”. Questi portano con sé il rischio di trasmettere alle masse la loro qualità di non dimenticare il voler essere liberi e il gregge si trasforma in branco. Questo è l’incubo dei potenti.

2. Se è vero che tirannide e libertà non possono essere considerate separatamente, la tirannide rimuove e annienta la libertà. Non si deve dimenticare che la tirannide diventa possibile solo se la libertà è stata addomesticata e ridotta a vuoto concetto. Questo significa che non ci si deve rimettere agli apparati quando spetta a noi attingere alle nostre intime risorse, ricorrere all’immaginazione e determinare i punti, in cui non è lecito mercanteggiare la propria sovrana libertà di decisione. Le catastrofi provano fino a quale profondità uomini e popoli sono radicati nel terreno originario. Serve che almeno ‘un’ fascio di radici attinga ancora direttamente a quel terreno.
 

Passaggio al bosco

 
 
Ribelle è dunque colui che ha un profondo nativo rapporto con la libertà, fa forza su se stesso e si esprime in quello che oggi è più che mai indispensabile: contrapporsi all’automatismo e alla conseguenza etica di questo che è il fatalismo. Questo è il passaggio al bosco nel pensiero ma anche nella realtà. È un’avventura che ha bisogno dell’apporto delle tre grandi forze: l’arte, la filosofia, la teologia. Esserne attori è già un modo di essere indipendenti, ribelli. Su questa linea sono le figure di Edgar Allan Poe.
A ciò fa da contrasto la paura, uno dei sintomi del nostro tempo. Riferimento per un inizio, il “Titanic”: qui luce e ombra entrano bruscamente in collisione: l’ hibris del progresso si scontra con il panico, il massimo comfort con la distruzione, l’automatismo con la catastrofe, che prende l’aspetto di un incidente stradale. Pur di ottenere agevolazioni tecniche, l’uomo è disposto a limitare il proprio potere di decisione: conquisterà ogni sorta di vantaggi, che sarà costretto a pagare con una perdita di libertà sempre maggiore. Il singolo non occupa più nella società il posto che l’albero occupa nel bosco, egli ricorda invece il passeggero di una veloce imbarcazione che potrebbe chiamarsi Titanic o Leviatano.
Tutto ciò pone una domanda, che ci sta a cuore: “È possibile attenuare la paura, mentre l’automatismo perdura? Non sarebbe insomma possibile rimanere sulla nave e conservare la nostra autonomia di decisione; ossia non soltanto preservare, ma addirittura rafforzare le radici, che ancora affondano nel suolo originario? È questo il problema fondamentale della nostra esistenza. È quello che si nasconde dietro a ogni angoscia del nostro tempo, come sfuggire all’annientamento, come vincere l’avvilimento, il panico che assale molti, il terrore inconscio.
Questi uomini, oltre che pavidi, sono anche temibili. L’umore balza in essi dalla paura all’odio dichiarato, non appena si accorgono, che le stesse persone che poco prima incutevano timore, mostrano ora qualche segno di debolezza. Già è un indice di angoscia il bisogno di sentire le notizie più volte al giorno, la fantasia si dilata e girando sempre più vorticosamente su se stessa, finisce per paralizzarsi.
Quando in questo libro si parla di singolo si intende l’essere umano, privato però di quel retrogusto che a questo termine è stato associato negli ultimi due secoli. Si intende parlare dell’uomo libero come Dio l’ha creato, l’uomo che si nasconde in ciascuno di noi, e non costituisce una eccezione; né rappresenta un’élite. Se vi sono differenze esse sono dovute esclusivamente alla misura in cui il singolo riesce a rendere operante quella libertà che ha avuto in dono. Per questo ha bisogno di aiuto, l’aiuto del pensatore, del saggio, dell’amico, dell’amante.
Si può dire poi che nel bosco l’uomo ‘dorme’. Il ritmo superiore della storia può addirittura essere interpretato come il periodico riscoprirsi dell’uomo.
Resta da segnalare un altro possibile errore, quello di affidarsi alla pura immaginazione, perché se questa conduce alla vittoria dello spirito, tuttavia non garantisce molto; sappiamo bene che la fondazione di scuole di yoga non risolve i nostri problemi. In questa direzione, oltre alle numerose sette, si muove anche quel tipo di nichilismo cristiano che si rende il compito un po’ troppo facile, riconoscendo il vero e il buono ai piani nobili, mentre in cantina stanno scorticando vivi i nostri confratelli. La sofferenza inaudita di milioni di schiavi grida comunque vendetta al cospetto del cielo.
Resta che immaginazione e poesia appartengono di diritto al passaggio al bosco. Non si tratta di controllare il fenomeno in questo o in quel punto, bensì di mettere sotto controllo il tempo. Ciò richiede sovranità. E questa non si riscontra oggi nelle grandi risoluzioni, ma esclusivamente nell’uomo singolo, che ha sconfitto in sé la paura.


 DEI CHE HANNO FAME…

 

Dall’induismo (in Upanisad , ed. Utet, pag. 72) un testo vertiginoso: l’assoluto è tutte le cose, gli dèi sfruttarono questa conoscenza per asservire a sé altre creature che non sanno e non devono sapere la verità, altrimenti tramonta il potere degli dèi.

In verità, al principio questo universo era soltanto il Brahman. Esso conobbe se stesso dicendo: «Io sono il Brahman». Da lui tutto l’universo derivò. E qualsiasi degli dèi si levò a tale conoscenza, diventò egli pure il Brahman e così per i veggenti e così per gli uomini.
Riconoscendo ciò il rsi Vamadeva poté affermare: «Manu e il Sole io sono stato». E ancor oggi colui che sa di essere il Brahman, diventa questo universo e neppure gli dèi possono impedirglielo, poiché egli diventa intima parte di loro. Quindi chi venera come distinta (da sé) una divinità pensando: «Essa è una cosa e io sono un’altra», costui non ha verace sapienza, ma è per gli dèi come una bestia. Come invero molte bestie servono l’uomo, così di ogni singolo uomo si servono gli dèi. Quando vien portato via un solo animale è cosa spiacevole; che dire (se ne vengono portati via) molti? Ecco perché agli dei dispiace che gli uomini sappiano ciò.


Libertà nella catastrofe

 
Da qui nascono interrogativi che domandano ricerca:
a) in che senso la libertà è desiderabile o, addirittura, ha un senso nell’ambito della nostra peculiare situazione storica?. Fra i meriti propri dell’uomo di oggi, non c’è quello di saper rinunciare a gran parte della propria libertà? Dovere e libertà si possono conciliare?
b) siamo davvero votati alla catastrofe? Siamo proprio obbligati, anche solo spiritualmente a cercare le acque estreme, i precipizi? Mentre fantastichiamo di percorsi estremi, non trascuriamo la strada che abbiamo di fronte? Non arrischiamo di costruire parafulmini, che attirano temporali?
Nella ricerca di soluzioni ci interessa il singolo e la sua paura. In ogni angustia e in ogni scissione anche interiore occorre trovare un terzo elemento, che faccia superare l’antinomia tra seguire il branco o combatterlo. Naturalmente solo nella propria qualità di singolo, nel suo essere persona umana, che si mantiene salda può esserci il merito di non smarrire totalmente la nozione della retta via.
La dottrina del bosco è antica quanto la storia dell’uomo e forse persino più antica. I colpi del destino ritornano di continuo e sfidano l’uomo a mettersi in questione non più a questo o a quel titolo, ma semplicemente in quanto uomo. Anche in mezzo a vie senza uscita, quando rischia l’annientamento, proprio qui, messo al bando, condannato, in fuga, egli incontra di nuovo se stesso nella sua sostanza indivisibile e indistruttibile.
 

Incontrare se stessi: aiuto delle chiese

 
 
La nostra condizione ha questo di positivo: non trasciniamo l’esistenza in uno stato di completo torpore, abbiamo momenti di intensa autoconsapevolezza e altri di severa autocritica. Questo è il segno delle civiltà superiori: esse proiettano le loro arcate sopra il mondo dei sogni. Si evidenzia lo stile della consapevolezza passando attraverso le macine della critica della conoscenza, che stritolano tutto. Emergono i limiti del tempo e dello spazio. E il processo si ripete oggi nel passaggio dalla conoscenza all’essere, cui si aggiunge il trionfo della teoria ciclica della filosofia della storia. Che è storia dell’uomo.
Questo ci riporta al nostro tema: in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni cuore la paura dell’uomo è sempre la stessa, paura dell’annientamento, paura della morte. Vincere la paura della morte equivale quindi a vincere ogni altro terrore: tutti i terrori hanno significato solo in rapporto a questo problema primario. Passare al bosco, quindi, vuol dire innanzi tutto andare verso la morte. Diventa particolarmente chiaro quando si uniscono dottrina ed esempio, o quando il vincitore della paura accede al regno dei morti, come fece Cristo, fondatore supremo.
Tutti gli elementi messi in scena, imperi, nemici, armi, pericoli, sono parte integrante della regia che dà vita al dramma. Non c’è dubbio che ancora una volta l’uomo riuscirà a domare il tempo, a ricacciare il nulla nella sua caverna. Uno degli elementi caratteristici dell’interrogazione è la solitudine ed è davvero strano, in un’epoca in cui fiorisce rigoglioso il culto della comunità. Ma vedere che il collettivo assume aspetti disumani è stata una esperienza risparmiata a pochi. C’è un paradosso analogo: all’immenso progresso delle conquiste spaziali corrisponde la riduzione progressiva della libertà individuale.
Da qui la ricerca passa a ciascuno usando quello che costituisce il tratto distintivo dell’uomo contemporaneo: il rifiuto di luoghi comuni pretenziosi, il suo bisogno concreto di onestà intellettuale, a cui si è aggiunta una consapevolezza, una prontezza a cogliere ogni minimo accento di falsità.
A noi spetta porci le domande: come preparare gli uomini al viaggio che li porta nelle tenebre e nell’ignoto. È un compito questo che spetterebbe alle Chiese, che potrebbero dare una forza più grande di quella che oggi risiede nel pensiero filosofico, o nell’arte che pure ha il potere di mettere in rapporto con la forza creatrice primigenia. Quella che l’uomo scopre quando si cala in se stesso: in pieno deserto si scopre così uno dei punti dove si crea un’oasi. Dobbiamo tener conto dei vasti territori in cui le Chiese non sono presenti o si sono ridotte a organi sterili della tirannide. (Cfr. Bry “Le religioni camuffate”).
Inoltre sembra crescere il numero degli spiriti i quali sanno che, anche dal punto di vista tecnico, la vita spirituale dispone di forme più efficaci della disciplina militare, dell’esercizio sportivo e del ritmo del mondo del lavoro. La sofferenza è per costoro il segno di una condizione di esistenza superiore. Si prospetta la possibilità di un nuovo monachesimo. Il motto del ribelle è “hic et nunc”, essendo uomo d’azione, azione libera e indipendente; prospettiva è la libertà attiva, decisa alla lotta, sostanziale, elementare. Essa si ripercuote nell’ambito della fede, dove non è permessa l’indifferenza.
Il passaggio al bosco induce a decisioni più gravi. La resistenza del ribelle è assoluta, non conosce neutralità, né remissione, né reclusione in fortezza. Ha il vantaggio di obbligarlo a tracciare con precisione i confini e di strapparlo al sapere libresco, ai sentimenti di seconda mano, alla fede imparaticcia. L’uomo del progresso, del movimento e delle manifestazioni storiche deve fare i conti con la propria essenza immodificabile, sovratemporale, che si incarna e si trasforma nel corso della storia: sta in questo il piacere degli spiriti forti. Anche ogni guarigione è frutto di energie creatrici. Abbiamo visto guarire più d’uno che i medici avevano condannato: mai nessuno che avesse rinunciato a vivere.
 

Il ribelle “anarca”: colui che va interrogando il verbo

 
 
Vanno poi esaminati la libertà e i diritti del singolo nel suo rapporto con l’autorità: quelli stabiliti dalla Costituzione. È fondamentale mettere sul conto che, da parte dello Stato o di un singolo partito impadronitosi o identificatosi nello Stato, questi diritti possono essere violati per periodi anche lunghi. La maggioranza può contemporaneamente agire nella legalità e produrre illegalità: si tratta di essere attenti, perchè è difficile stabilire l’esatto confine tra diritto e arbitrio. I soprusi possono anche essere giustificati e sostenuti dal consenso di massa, per cui con i mezzi tradizionali si può fare ben poco per opporsi.
Dal singolo ci si aspetta una prova di grande coraggio: gli è chiesto di farsi, da solo, paladino del diritto, persino contro lo strapotere dello Stato. Nasce un ribelle, un singolo nel quale un popolo prende coscienza della propria forza, contro ogni tiranno. La stessa libertà solo così non muore.
Il vero problema è piuttosto che una grande maggioranza non vuole la libertà, anzi ne ha paura. Bisogna essere liberi per volerlo diventare, poiché la libertà è esistenza soprattutto è un accordo consapevole con l’esistenza, è la voglia – sentita come destino – di realizzarla. Allora l’uomo è libero e questo mondo, proliferante di tirannie e di tiranni, da quel momento in poi deve servire a rendere visibile la libertà in tutto il suo fulgore, – come le grandi masse delle rocce primitive che con la loro stessa pressione producono i cristalli.
Anche oggi che i concetti dominanti toccano appena la superficie degli eventi, è facile intuire che sono in corso attentati che mirano a tutt’altro che a semplici espropri o liquidazioni. Di qui nasce l’accusa di “assassinio dell’anima”. Un’espressione del genere poteva essere coniata soltanto da uno spirito fiaccato e provoca fastidio in chiunque abbia idea dell’immortalità e delle strutture che su di essa si fondano. Dove esiste l’immortalità o anche soltanto la fede in essa, sappiamo che ci sono dei punti in cui nessun potere, nessuna potenza terrestre, per grande che sia, può ghermire, colpire o, meno che mai, distruggere l’uomo. Il bosco è un santuario.
È importante sapere che ogni uomo è immortale, che in lui alberga una vita eterna, terra inesplorata e tuttavia abitata, che, anche se lui stesso ne nega l’esistenza, nessun potere temporale potrà mai strappargli. Per molti, o addirittura quasi tutti, l’accesso assomiglia ad un pozzo dove per millenni sono stati scaricati rovine e detriti. Non appena essi vengono rimossi, riappaiono sul fondo non solo la sorgente, ma anche le antiche immagini.
L’uomo è infinitamente più ricco di quanto supponga. È una ricchezza, la sua, di cui nessuno può spogliarlo e che nel corso delle epoche riaffiora sempre, soprattutto quando il dolore ha messo allo scoperto le profondità. Accanto al dolore ci sono le parole antiche, il Verbo. Luogo del Verbo è il bosco, e il Verbo riposa sotto le parole come il fondo d’oro sotto il dipinto di un primitivo.
Quando il Verbo non anima più le parole, sotto i fiumi di parole si diffonde un silenzio atroce, nei templi innanzitutto, trasformati in tombe fastose, poi sui sagrati. Nel profondo delle origini, il Verbo non è più né forma né chiave. Diventa identico all’essere. Diventa potere creatore. Lì è la sua forza, immensa e impossibile da monetizzare. Chi scava più a fondo, in ogni deserto, tocca lo strato da cui sgorga la fonte. E con l’acqua che zampilla riaffiora nuova fecondità.

a cura di GIANCARLO RUFFATO


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