Il discorso rimane aperto

Dossier sui PO europei / conclusioni



1.


Chiudendo questo quaderno, vi è la soddisfazione e la gioia di aver portato a termine l’iniziativa, crediamo la prima in assoluto. La pluralità che emerge dalle varie “lingue” che interpretano l’esperienza comune è un dono e un valore. Molti interrogativi rimangono aperti sul presente e sul futuro. Anche sul passato vi sono letture non identiche. Possiamo già anticipare che ci faremo promotori per una ripresa del discorso a livello europeo per un suo approfondimento dopo questo primo esperimento.
Intanto con questa pubblicazione riteniamo raggiunti gli obiettivi che ci eravamo proposti nel lanciare l’iniziativa circa 10 mesi fa agli altri PO europei.

• Rivisitare momenti importanti della nostra storia: il 50° dei primi PO, il 40°del divieto romano, il 30° dell’apertura conciliare dalla quale la maggior parte di noi siamo nati; ritrovare le proprie radici e ripensare insieme le ragioni più vere per le quali si è operata la sterzata decisiva per tutta la vita… era un atto dovuto verso noi stessi. L’esercizio della memoria, pur non sufficiente, è tuttavia essenziale per riconoscere connessioni in vista del quotidiano riorientamento in tempi nei quali le notizie vengono fatte vivere e morire nello spazio di tre giorni.
Rivisitare la nostra storia per interpretarla, fa parte dell’esercizio critico e dell’autocoscienza, in funzione di quello che oggi e domani siamo ancora chiamati a vivere. Se da un lato si può correre il pericolo di assumere il genere letterario dei reduci rivolti al passato, dall’altro si apre l’opportunità di rinfrescare e ripuntualizzare la nostalgia-desiderio dell’idea-forza che sta all’origine della nostra scelta.

• L’altro obiettivo era di offrire un panorama europeo delle esperienze vissute da preti che si ritrovano nella comune intuizione e scelta di entrare e vivere organicamente nella condizione di lavoro. La stessa intuizione ha trovato radici in terreni storici, politici, religiosi diversi. Emergono somiglianze, differenze e originalità. Vi è il dovere di raccontare la storia della propria ricerca di fedeltà al Vangelo dopo decenni di presenza paritaria tra la gente nella quotidianità del lavoro… Non possiamo dimenticare che il messaggio di Dio ci è giunto attraverso narrazioni, racconti, storie. Così anche noi raccontiamo questa parabola globale che è l’esistenza e la vita dei PO in questa Europa, dove si sente tutto intero il peso di un cristianesimo invecchiato, dove è difficile incontrare la freschezza del Vangelo in Chiese che da un lato appaiono troppo organiche e speculari alle società occidentali e dall’altro troppo lontane, difese da un involucro religioso che le separa dalla vita della gente.

• È anche stato raggiunto l’intendimento di fare un piccolo censimento della consistenza numerica attuale dei PO in Europa, con l’indicazione di alcuni dati che ci sono sembrati importanti. La forte presenza di capelli grigi, il ridotto numero di nuovi preti che in questi ultimi tempi hanno abbracciato questa vita, l’elevata quota di pensionati, assieme ai disoccupati, cassa-integrati, lo spostamento del lavoro dalla fabbrica ad altre attività… se da un lato sono speculari e coerenti a trasformazioni presenti nella società, nell’organizzazione produttiva e nella Chiesa, dall’altro diventano un interrogativo serio su noi stessi in rapporto “alla figura di questo mondo che passa e cambia” (intervento di Loic Collet al Convegno di Firenze del 1986).

• L’ultimo obiettivo di questo quaderno era di sperimentare la fattibilità di una collaborazione internazionale tra PO che si aggiungesse all’incontro annuale delle delegazioni dei singoli paesi ed all’appuntamento che ogni tre anni ci vede riuniti al Convegno dei PO francesi. Considerando che era la prima volta che si tentava una tale operazione ed il poco tempo di preparazione, ci sembra che il risultato sia incoraggiante.

 

2.


Seguono ora alcune annotazioni che non pretendono di esprimere valutazioni sui contenuti né di operare confronti fra le diverse esperienze o posizioni presenti, ma solo di esprimere sottolineature che dicono riferimento a nodi e prospettive che vanno anche oltre le vicende dei PO.

• Nella documentazione riportata sulla crisi del 1954, le cui conseguenze immediate si sono espresse soprattutto in ambito francese, sono drammaticamente anticipati nodi problematici, divergenze, lacerazioni, passioni che si ritroveranno, anche se con minore virulenza, in storie successive di PO e in nazioni diverse. Uno dei nodi critici sta proprio nella tensione che si viene a determinare quando prete e operaio confluiscono in un’unica persona: normalmente non rimane confinata al livello dell’esistenza individuale, ma ha inevitabili risvolti sul piano comunitario, pubblico e politico. La “scelta impossibile” alla quale fu drammaticamente sottoposta la generazione dei PO degli anni ‘50, che conobbe la lacerazione tra soumis ed insoumis, si è tradotta nello scontro tra due fedeltà diverse, che storicamente entrano in conflitto. Anche dopo il Concilio, quando l’opzione del prete in condizione operaia riacquista la legittimità, o almeno la non illegittimità canonica, permarrà sempre, in fase di latenza o palesemente espressa, la tensione tra la duplice fedeltà (alla Chiesa ed alla classe operaia, o a Cristo ed alla classe operaia, con sottolineatura rispettivamente ecclesiologica o cristologica). Tensioni simili sono tutt’altro che sopite, sia che le si consideri sotto il profilo del ministero (e dei ministeri) nella Chiesa – problema che rimane apertissimo nella realtà e nelle coscienze, nonostante le forzature disciplinari sia dal versante del rapporto tra fede e politica. Un esempio storico clamoroso si avrà più tardi nel conflitto sulla teologia della liberazione, nella tensione tra la fedeltà agli impoveriti e al loro bisogno di riscatto storico e un’ortodossia avvolta in categorie culturali, appena sfiorate dalle sofferenze umane concrete e dalle oppressioni storiche disumane, generatrici di miseria.
Dal contributo del collettivo dei paesi in lingua tedesca ci sembra utile sottolineare la dimensione ecumenica che vede protestanti e cattolici assieme a partire dal radicamento nella condizione di lavoro e dalla comune fede biblica. Inoltre la compresenza di ministeri pastorali vissuti da uomini e donne, laici e religiosi: “uomini e donne formati come cristiani credenti, che si sono appropriati di un modo di pensare illuminato dal significato e dallo spirito della Bibbia; che in gran parte hanno fatto studi di teologia universitaria e che in seguito hanno svolto un ministero ecclesiale a tempo pieno; ma che un giorno hanno deciso di assumere lo stile di vita dei semplici operai… Tutti e tutte con la comune volontà di accettare la maniera di vivere degli operai e delle operaie, e questo si è mantenuto, e con il bisogno di riflettere insieme su questa esperienza”.
Dimensione ecumenica, ministerialità vissuta da uomini e donne con competenza teologica, radicamento in condizioni di vita semplici e di lavoro, presenza anche del PO in questo insieme, … crediamo che in tale cammino siano attivi elementi carichi di futuro e rappresentino l’indicazione di una direzione.

• Nella relazione dei PO dei Paesi Catalani colpisce l’insistenza con la quale ricorrono nei titoli dei convegni che attraversano la loro storia parole e tematiche come: spiritualità del Regno, dell’Incarnazione, del deserto, escatologica, del com-patire; contemplativi; kénosi; esperienza mistica; Dio presente nella vita; assenza di Dio; formulare sapienzialmente dalla nostra situazione vitale quello che viviamo del Mistero di Cristo; esperienza interiore, immagini di Dio. La domanda del Convegno del 1991 è tutto un programma: “possiamo formulare dalla nostra esperienza una teologia della liberazione?”

Anche in Italia, nel Veneto in particolare, è da tempo in atto una riflessione sulla dimensione mistica quale spazio nel quale accade la libertà: la libertà della grazia per la quale “si lascia parlare Dio”; la libertà del singolo: che ha la sua grandezza e dignità di soggetto; la libertà dell’incontro tra singolo e tradizione: la tradizione va reinventata per essere fedeli. In Lombardia la ricerca è a lungo sostata sul tema dell’immagine di Dio.

• Un’ultima sottolineatura. La incontriamo in tutti i contributi (il che rivela la concordanza nella lettura del reale, frutto di una quasi connaturata capacità di guardare le cose dal basso): la chiara consapevolezza dell’apartheid sociale che sotto varie forme troviamo nei singoli paesi. Per dirla con un belga: “io ho scelto il mondo operaio e vi ritrovo il quarto mondo!”. L’apartheid sociale è presente in tutti i paesi europei. Riassumiamo la situazione con le parola di Gaspar, portoghese in questo momento gravemente ammalato: “Stiamo entrando nell’Europa della ricchezza e dei ricchi, tavola alla quale non hanno accesso 35 milioni di poveri dell’Europa né i popoli dei paesi del Sud. L’immagine dell’Europa si ritrova nel successo economico, ma anche nell’incapacità di condividere i beni eccedenti e nel divieto di ingresso degli stranieri. Noi diventiamo sempre più un castello che si deve difendere dagli aggressori, anche da quelli che chiedono solo lavoro e nutrimento”.

• Gaspar, continuando il discorso sull’Europa, ci introduce nella domanda di Pilato: “Che cosa è la verità?” E si sente la risposta di cui è intessuta tutta la Buona Novella: “La verità è che Dio è uno solo e che voi siete tutti fratelli”.
Forse in 50 anni i pretioperai non hanno fatto altro che raccontare con la vita questa semplice, elementare verità.

Roberto Fiorini