PO portoghesi

Dossier sui PO europei



Relazione dei PO Portoghesi
all’incontro internazionale
avvenuto nella Pentecoste del 1992

 

Non è stato possibile ai PO portoghesi preparare l’intervento promesso a causa di una gravissima malattia che ha colpito Gaspar. Riportiamo una ricca comunicazione fatta a Barcellona proprio da Gaspar, a nome del collettivo portoghese, nella Pentecoste del 1992, in occasione dell’incontro internazionale dei rappresentanti dei PO europei.
Tema generale dell’incontro era: Le esperienze alle quali noi partecipiamo ci conducono verso un’Europa più vera per tutti?
(Questo contributo può essere letto in lingua francese aprendo o scaricando il file PDF del n.30-31 della nostra rivista: qui)

 

1- Le esperienze

Il nostro collettivo, molto ridotto (circa 12 persone) ha delle esperienze molto differenti. Lavoro in un gruppo di salariati rurali (Pedro e Norma), lavoro di orologeria a casa (Henrique), autista (José), carpenteria in un istituto di formazione di giovani (Luìs), istruttore e formatore professionale (Luìs Ferreira), addetta alle pulizie di caffetteria (Carminda), settore commerciale di una cooperativa di falegnameria (Crespo), vendita e distribuzione sotto forma di “imprenditore a titolo individuale” (formula giuridica portoghese) ma alle dipendenze d’altri (Gaspar)…
Il nostro tipo di lavoro ci mette nella situazione di molti lavoratori portoghesi: la strategia di logoramento del potere dei sindacati consiste nel creare tipi di lavoratori che non possono nemmeno sindacalizzarsi. Scompare l’operaio tradizionale per dare origine ad un nuovo modello di lavoratore disposto a tutti i lavori e a qualunque forma di rapporto lavorativo. Se per il lavoratore ciò che importa è lavorare per sopravvivere, per noi conta trovare un posto per concretizzare la nostra opzione per il lavoro come modo d’essere con gli uomini al lavoro e come stile di vita di preti / religiosi.
Quantomeno la solidarietà viene spesso sperimentata. Pedro non accetta lavoro se tutto il suo gruppo di rurali non viene assunto; Crespo cerca di trovare nel suo lavoro in cooperativa una alternativa al mondo delle imprese senza la necessità di un padrone in una impostazione che veda solidali il capitale, il potere e il lavoro. Vedono la luce timide iniziative comuni con i compagni per cambiare il tipo di relazione lavorativa i cui frutti sono una maggiore solidarietà tra lavoratori della stessa impresa. Le Piccole Sorelle di Gesù hanno deciso di abitare in una situazione di illegalità per condividere le condizioni degli immigrati africani, vivendo la precarietà della loro situazione; cercano solidarmente una via d’uscita per il loro problema dell’abitazione. Norma non accetta di essere la sola a mantenere il posto di lavoro mentre le sue compagne sono estromesse.
Il contatto con le organizzazioni sociali, sindacali ed ecclesiali, ci consente una visione più completa della situazione del paese. Partecipare ad una tavola rotonda sul lavoro minorile con organizzazioni sindacali, la JOC, con giornalisti ed ispettori del lavoro; preparare un dossier sul lavoro minorile in Portogallo da presentare a Strasburgo in un incontro di cristiani (Per un’Europa della giustizia); prestare collaborazione al vescovo per la sua omelia sul centenario della Rerum Novarum.
Peraltro è ormai chiaro che la precarietà del lavoro è diventata la regola generale e la sicurezza del posto non esiste più. L’insicurezza tocca ormai anche i lavoratori dello stato, che dovrà diventare un’impresa che produce profitti. Anche gli ospedali pubblici devono dare profitti (si sa che in quelli privati questo già avviene). La smobilizzazione sindacale è molto grande ed è stata contrastata solo da una grande manifestazione del 1° maggio. Compaiono le tensioni sociali mentre i conflitti sbocciano come funghi: mi sembra che da molto tempo non c’erano così tanti scioperi…”per metro quadrato”.
Il settore tessile ha imboccato una grande crisi (decentramento a domicilio). Parecchie fabbriche sono già state chiuse e vi sono già circa 10 mila operai disoccupati e i salari in ritardo raggiungono i 200 mila. Anche il settore delle calzature comincia a risentire gli effetti della crisi. Questi sono i due settori dove è più presente il lavoro minorile. I movimenti dell’Azione Cattolica sono attenti alla situazione ed hanno sviluppato un’attività preziosa assieme alle organizzazioni sindacali.
D’altro canto è innegabile il progresso economico, come ha affermato nell’incontro annuale il gruppo della Pastorale Operaia della Diocesi di Porto; però non vi è progresso sociale: le disuguaglianze aumentano assieme al numero dei nuovi poveri, e non si vede alcun cammino verso una maggiore giustizia sociale. Chi non produce niente e non riesce a livello economico, difficilmente viene sopportato in questa società.

L’Europa dei ricchi è l’obiettivo che ci si propone e questa è la giustificazione per tutti gli abusi di potere e per tutte le decisioni lesive degli interessi dei lavoratori, come noi abbiamo verificato due anni fa nel nostro incontro di Basilea. Il paese vuole girare le spalle al terzo mondo ed anche quando il governo parla di Timor è perché viene obbligato dalla pressione sociale. E le celebrazioni del 5° centenario delle scoperte sono utilizzate più per esibire una visione trionfale degli avvenimenti che per parlare delle conseguenze disastrose per i popoli africani e latino-americani. Soltanto alcune piccole comunità di base cercano di guardare alle scoperte a partire dagli interessi dei popoli “scoperti”.

 

2. Verso un’Europa più vera per tutti

 

Questa questione ci introduce nella domanda di Pilato: “Cos’è la verità?” E si ode la risposta come sfondo di tutta la Buona Novella: “La verità è che Dio è uno solo e che voi tutti siete fratelli!”
In realtà noi non stiamo per entrare in una Europa della Fraternità, ma nell’Europa della Ricchezza e dei Ricchi, tavola alla quale non hanno accesso i 35 milioni di poveri dell’Europa, né i popoli dei paesi del Sud. L’immagine dell’Europa la si ritrova attraverso il successo economico, ma anche attraverso l’incapacità di condividere i beni eccedenti e attraverso i divieti di ingresso degli stranieri (Schengen). Noi diventiamo sempre più un castello che si ha bisogno di difendere dagli aggressori, anche se questi non vogliono altro che lavoro e cibo.

Noi cominciamo a reagire in rapporto agli immigrati di origine africana come reagivano i paesi più ricchi d’Europa di fronte agli immigrati portoghesi: lasciando loro i lavori che nessuno vuole fare. La storia si ripete ora di fronte agli africani venuti dai paesi di lingua ufficiale portoghese.
I movimenti IOC e LOC (ACO) hanno organizzato sessioni di studio e di dibattito a tutti i livelli non solo per informare, ma soprattutto perché i militanti si collochino consapevolmente di fronte al processo di adesione alla CEE e possano discernere i valori che sono in gioco. Possiamo dire che queste iniziative non hanno avuto un grande successo e che la gente è del tutto disinformata. Si rischiano due estremi: volere l’Europa come il migliore dei mondi, o criticarla come la madre di tutti i vizi. Questo secondo orientamento si ritrova nelle forze di sinistra, nelle piccole comunità e nei movimenti di Azione Cattolica, i più critici di fronte al tipo di Europa che si sta costruendo.
La limitazione posta all’ingresso degli stranieri comporta di conseguenza l’esigenza della legalizzazione dell’accesso di molti immigrati africani clandestini. L’Europa appare loro sempre più come una tavola molto limitata e chiusa. E come una costruzione circondata da muri al centro del villaggio. Guai a quel bambino che si arrischia a saltare il muro per raccogliere dei frutti da mangiare: rischia la prigione!
L’Europa è un successo a livello di produzione. È necessario che essa apprenda a condividere. Una fraternità di miseria non entusiasma nessuno. Ma una ricchezza mal distribuita è un vivaio di tensioni, di conflitti e di guerre.
L’internazionalizzazione del capitale e la libera circolazione dei beni reclama rapidamente un potere unificato perché il capitale non rischi il proprio successo. Maastricht diveniva necessario per proteggere la ricchezza. Ma i paesi poveri saranno così ben protetti come i poveri all’interno dei nostri singoli paesi? Noi arriviamo solamente e rapidamente a firmare Schengen. Ma quando sarà firmato il progetto Delors II?
Interessi e culture differenti hanno creato i diversi paesi. L’unificazione violenta sotto lo stesso potere politico certamente genererà tensioni e conflitti come avviene nei lacerati paesi dell’Est. Mi pongo allora la domanda se l’Europa del capitale si interesserà nel rispetto delle caratteristiche culturali di ciascun popolo, o al contrario se noi saremo tutti omologati dal basso, dall’homo oeconomicus, dall’uomo della produzione e del consumo. Temo anche che la cultura che si diffonderà sarà quella che avrà più mercato, la più vantaggiosa: in letteratura, in TV, in musica…
Dinanzi a questa europeizzazione del potere economico e politico, a mio avviso, è necessario:
– rafforzare i legami internazionali dei PO
– sostenere l’Unione dei Sindacati Europei ed esigere che si abbandonino le partigianerie perché sia sempre difeso l’interesse dei lavoratori.
– Approfondire teologicamente una nuova dimensione della preferenza evangelica di Dio per i poveri; assumerla come possibile e preferibile luogo di incarnazione, con particolare attenzione:

ai nuovi poveri, vittime della precarietà
ai luoghi meno sviluppati della Comunità
ai settori di produzione più in crisi
ai marginalizzati dal progresso economico
alle comunità che non sono pervenute al rispetto dei loro diritti politici e culturali.

per il Collettivo Portoghese
Manuel Gaspar

Manuel Gaspar è morto il mattino di Pasqua del 1995.
Meritano di essere lette le brevi righe con cui un altro PO portoghese ci ha scritto della sua morte: qui.