Le reazioni al divieto del 1954

Dossier sui PO europei


1. Manifesto dei 73

 

Questo “manifesto” reso noto il 3 febbraio ’54, è stato inviato da una parte di PO francesi ai compagni di lavoro per spiegare loro la “scelta impossibile”di fronte alla quale erano posti dall’autorità ecclesiastica.

 

Nel momento in cui milioni di lavoratori in Francia, come all’estero, sono in cammino verso l’unità per difendere il loro pane, le loro libertà e la pace, mentre padronato e governo accentuano sfruttamento e repressione per bloccare ad ogni costo i progressi della classe operaia e per salvaguardare i propri privilegi, le autorità religiose impongono ai PO delle condizioni tali da costituire un abbandono della loro vita di lavoratori ed un rinnegamento della lotta che essi solidarmente conducono assieme a tutti i loro compagni.
Questa decisione si appoggia su motivazioni religiose. Eppure noi non pensiamo che la nostra vita di operai ci abbia mai impedito di rimanere fedeli al nostro sacerdozio. Noi non vediamo come, in nome del Vangelo, si possa proibire a questi preti di condividere la condizione di milioni di uomini oppressi e di essere solidali con le loro lotte.
Non bisogna però dimenticare che l’esistenza e l’attività dei PO hanno provocato lo smarrimento negli ambienti abituati a mettere la religione al servizio dei loro interessi e dei loro pregiudizi di classe. Le pressioni esercitate da questi ambienti e le denunce di tutti i generi e di qualsiasi provenienza sono lontane dall’essere estranee alle misure attuali Se queste misure saranno mantenute contribuiranno a turbare la coscienza dei cristiani impegnati nella lotta della classe operaia, nel momento in cui tanti tentativi vengono compiuti per sottrarli al conflitto comune e gettare il discredito sulla loro fede.
I PO rivendicano per sé e per tutti i cristiani il diritto di essere solidali con i lavoratori nella loro giusta lotta. I militanti operai e la classe operaia fanno affidamento sui PO ed hanno rispetto del loro sacerdozio. Questo rispetto e questa fiducia che essi continuano a manifestare nei nostri confronti ci impediscono di accettare ogni compromesso che consisterebbe nel pretendere di restare nella classe operaia senza lavorare normalmente e senza accettare gli impegni e le responsabilità dei lavoratori.
La classe operaia non ha bisogno di gente “che si china sulla sua miseria” ma di uomini che condividano le sue lotte e le sue speranze. Di conseguenza noi affermiamo che le nostre decisioni saranno prese nel rispetto totale della condizione operaia e della lotta dei lavoratori per la propria liberazione.

(trad. da Témoignage Chrétien 1/1994 )



2. La dichiarazione dei “Soumis”

 

Un gruppo di rappresentanti di PO obbedienti (soumis), incaricati di curare il collegamento, si sono ritrovati l’11 luglio 1954, alcuni mesi dopo aver lasciato il lavoro in ottemperanza alle disposizioni delle autorità della Chiesa.

 

Abbiamo pensato insieme, passati quattro mesi dal 1° marzo, che era buona cosa fare il punto del cammino percorso. Per lealtà abbiamo voluto comunicare a tutti il testo, quali che siano le loro attuali opinioni.
Dopo il 10 marzo quanti hanno lasciato il lavoro si sono ripetutamente incontrati sia in riunioni generali che in piccoli gruppi. Questi incontri, oltre che l’amicizia e la coesione, di cui abbiamo assoluto bisogno, non hanno avuto che un solo scopo: quello che ci era comune a Villejuif il 20 e 21 febbraio. Da una parte mantenere la responsabilità, che noi abbiamo ricevuto assieme e con altri, di far sì che la Chiesa sia presente nella classe operaia. Dall’altra continuare la ricerca e l’approfondimento di quella che noi pensiamo essere la nostra vocazione particolare nella Chiesa.

«Il 20 febbraio i PO di tutta la Francia si riuniscono, segretamente per eludere i mass-media, al Café de la Paix, a Villejuif. Due giorni per prendere atto di una spaccatura tra loro PO. Ciascuno dei presenti indica la decisione che ha preso. Circa la metà annuncia di continuare l’impegno operaio, molti sospendono la loro decisione. Quelli che hanno deciso di lasciare il lavoro – ecclesiasticamente “di sottomettersi” – sono dunque minoranza.
La prova di forza è evitata: l’obbedienza di cui danno prova i domenicani placa le congregazioni romane; esse eserciteranno minori pressioni sui vescovi per ottenere l’applicazione delle sanzioni previste e nei termini stabiliti contro i ribelli» (Témoignage Chrétien 1/1994, p. 22).

Consapevoli che tocca alla sola Chiesa chiamare ed inviare dei preti nel mondo operaio e per rispondere agli impegni che abbiamo assunto a Villejuif, noi non abbiamo smesso opportune et importune di manifestare alla gerarchia quelle che noi riteniamo essere le esigenze religiose ed operaie di un nuovo invio in Missione.

(Segue l’elenco di ripetuti incontri con cardinali, arcivescovi e vescovi francesi. Una delegazione di 7 “soumis”, in occasione della canonizzazione di Pio X, si è incontrata con personalità ecclesiastiche romane sui problemi del sacerdozio nella vita operaia).

 

A seguito di questi incontri noi restiamo tutti nella posizione di attesa e di ricerca. Ci siamo riuniti in piccole équipes. Le soluzioni sono diverse a seconda delle diocesi. Ciascuno di noi ha cercato col suo vescovo di collocarsi nel quadro che noi avevamo previsto insieme a Rambouillet (incontro con i card. Liénart e Feltin). E’ in questa stessa volontà di ricerca che abbiamo tenuto conto del consiglio, datoci da tutti, di rompere il nostro isolamento. Settori o parrocchie missionarie, cappellanie e dirigenti dell’ACO, e infine operai cristiani coinvolti come noi nel medesimo impegno religioso, vogliono aiutarci a preparare l’avvenire. Insieme si tratta di collocarci al meglio gli uni in rapporto agli altri.
D’altronde molti hanno difeso ardentemente la nostra posizione missionaria e la nostra vocazione di presenza nel mondo operaio. Per questo abbiamo preso contatti interessanti a Parigi ed in provincia con alcuni di loro. Insieme abbiamo anche pensato che diversi di noi avevano il dovere di rimanere uniti ai cristiani con i quali in precedenza vivevano la loro fede e che oggi sono nella loro stessa ricerca.
Dopo i vari incontri con i vescovi, dopo il nostro viaggio a Roma, noi crediamo di poter dire che l’avvenire non è chiuso. Abbiamo, al contrario, la speranza che di nuovo la Chiesa potrà essere presente con dei preti in condizione operaia. Nella misura in cui saranno pienamente assicurate “la comunione col vescovo” e le condizioni religiose di una vita sacerdotale autentica, noi siamo persuasi che dei vescovi potranno ottenere che dei loro preti siano di nuovo inviati al lavoro, nelle condizioni di un salariato normale.
Inutile precisare che questa lettera è destinata esclusivamente a coloro ai quali è stata inviata.