Perché vivi così?

Frammenti di vita


Ho iniziato a lavorare nei mesi estivi dell’anno 1970: ero studente di terza teologia. La cosa si ripetè anche l’anno dopo. Terminati gli studi nel giugno 1972 non ho mai smesso di lavorare in fabbrica ma non ho esaurito il senso della mia vita nel lavoro.
Il “lungo parcheggio” vissuto dal 1974 (anno dell’ordinazione diaconale) al 1984 (anno dell’ordinazione presbiterale) ha rafforzato la ricerca di un “et-et” che rimane Il filo conduttore del mio cammino: operaio e presbitero, lavoro e preghiera, lotta e contemplazione, condivisione della vita di tutti e ascolto della Parola di Dio, solidarietà e solitudine, primato di Dio e compagnia degli uomini, lavoro manuale e ministero…
Lavoro come scelta/condizione per una autentica vicinanza alla vita quotidiana, come componente di equilibrio umano e di armonia, come partecipazione alle “gioie e speranze, alle tristezze e angosce” del mondo del lavoro inteso come singolo (uomo/donna) e come realtà nel suo insieme.
Lavoro in fabbrica: ritmi, orari, caldo, competizione… tuta, cartellino… stanchezza fisica, delusioni, sconfitte, trasformazioni, contratti… licenziamento, cassa integrazione, fallimento… tutto da ricominciare.
Lavoro e incontro con l’altro/a, ognuno con la sua realtà più grande del lavoro ma da esso a volte pesantemente condizionata. Volti e storie di compagni extracomunitari, musulmani osservanti ma con il cuore aperto e con l’occhio incuriosito di vedere un prete che lavora e non si sposa…
Non mi sottraggo là dove c’è una ricerca di ascoltare insieme la Parola e vivo il ministero come incontro con chiunque ha a cuore una alimentazione del senso cristiano della vita alla luce della Parola;
l’evangelizzazione come apertura della vita a ricevere senso da Colui che è il Maestro e il Signore, come cammino nel diventare credente;
“voce di sottile silenzio” quella di Dio, voce a cui fare obbedienza dentro le molteplici circostanze del vivere;
“marginalità ecclesiale” non cercata ma accolta come angolazione per leggere la vita e il muoversi della storia, condizione per essere all’interno della società e della comunità dei credenti “presenza e segno”. “indicazione” che è possibile l’esperienza di Dio a partire dal vissuto di ognuno;
aperto al confronto, desideroso di dialogo con altre “presenze e voci” perché la comunità dei credenti è un confluire di strade e percorsi diversi, è un convergere guardando nella stessa direzione, nell’attrazione unica verso il Regno.
Mi ritrovo volentieri nell’atteggiamento del cieco Bartimeo che sta lungo la strada, desidera vedere Gesù che passa e potergli gridare: “Abbi pietà di me”.
Mi sento parte e partecipe di una creazione che geme e attende di essere liberata da ogni schiavitù… di venire alla luce.
Specialista di niente, cercatore di senso, desideroso di essere uomo credente in Gesù, testimone della bellezza di essere un corpo abitato dalla forza dello Spirito.
Da 13 anni vivo in una piccola realtà (ex parrocchia, ora curazia) di 180 abitanti: un luogo incantevole che favorisce il silenzio, il pensare, l’ascoltare, il confidare.
A sottolinearne la bellezza il 23 maggio il FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano) ha eletto questo territorio come primo borgo FAI in Italia. Una terra che custodisce la memoria della presenza di monaci benedettini ed altri, rimasti fino all’800.
Agli occhi dei più, in questi tempi di ristrutturazioni parrocchiali, sono “sprecato”. Ogni zolla di terra è tutta la terra: vivo la gioia e la fatica di essere in mezzo alla gente, uno di loro, non mimetizzandomi ma vivendo il ministero ricevuto come ministero della condivisione della vita e dell’annuncio della Parola;
custode e cantore del mistero nascosto e ora manifestato, uno al quale viene chiesto di rendere ragione della speranza che porta, nella liturgia e nella vita.
La domanda più bella e impegnativa rimane: Perché tu vivi così?
Ringrazio il nuovo Vescovo Giuseppe che fin dal primo incontro mi ha posto con dolcezza e forza l’interrogativo che ha fatto riaffiorare il mio vissuto: “Qual è stata la tua formazione in seminario alla fine degli anni ’60 e inizio degli anni ’70?”.
Anni fecondi di intuizioni e di slanci, di ricerca di fedeltà all’evangelo e di viva attenzione alla vita, al lavoro, alla società, ai marginali; il tutto animato dal desiderio di coniugare fede e vita, lode a Dio e servizio agli uomini.
Trent’anni dopo… coltivo una speranza: diventare uomo di pace, costruttore di pace, diffusore di una mentalità di pace. “No alla guerra”, “Tu non uccidere”… punti di non ritorno di un impegno che cerca di creare relazioni di fraternità e di uguaglianza: uomini e donne liberi dentro e capaci di vivere uno stile di vita evangelica.
Cerco di essere fedele a delle coppie di verbi che mi appassionano: ascoltare/cercare, ricevere/dare, tacere/parlare, essere in comunione/godere della diversità ovunque diffusa…
Sento sempre più l’attualità di quel “Ama il tuo sogno se pur ti tormenta” (Sirio) sapendo che “nel cuore della pietra Dio sogna il suo sogno”. Con gioia e fiducia.

Gianpietro Zago