Don Cesare Sommariva e Don Milani

Il vangelo nel tempo


 

0. Non ne volle parlare…

 
Testimonia Roberto Fiorini che Cesare Sommariva (CS), da lui interpellato nel 1997 – nel trentesimo della morte del Priore (LM) – per una parola da scrivere sulla rivista “Pretioperai”, oppose un invalicabile diniego (“Pretioperai”, n. 79-80, dicembre 2008, p. 10). Fiorini ebbe I’impressione di volersi inoltrare in un campo intimo e segreto, recondito e riservato.
Di fatto anche a me pare che CS sia sempre stato parco di notizie intorno alla sua fattiva amicizia col Priore di Barbiana. Tuttavia qualche significativa traccia permette di disegnarne aspetti ‘certi’.
In un intervento ad un corso monografico nel XX della morte di don Milani a Bergamo, nel 1987, don Cesare così esordisce:
«Mi occupo da 32 anni della ‘cultura popolare’: ho lavorato con don Milani per 9 anni, dal 1958 alla morte. Quello che lui faceva per la montagna, io ho cercato di trasportarlo nella periferia metropolitana».

[Per una pedagogia della liberazione, corso monografico presso il centro “la porta”, Bergamo, 5-19 novembre 1987. L’intervento di don Cesare Sommariva – L’Educazione popolare oggi in Italia – del 5 novembre, risulta a nome della Cooperativa di cultura “don Milani” di Milano].

Abbiamo la cornice temporale della relazione con don Milani, un rapporto definito ‘di lavoro’ e la qualifica di ricontestualizzazione in ambiente diverso di un intervento che – sul monte Giovi come nell’hinterland milanese – in modi diversi voleva affrontare lo stesso problema dallo stesso punto di vista. Ci soccorre don Cesare stesso ad enuclearlo:
«Il problema, allora, era di finirla di “parlare con”, o “parlare di”, o “a favore di”, ma di “dare la parola a “: ai poveri, al popolo, agli operai».
Non so per certo come CS abbia conosciuto don Milani, ma è certo che in quell’anno 1958 a Milano c’erano persone che – frequentando la “Corsia dei Servi” fondata (con De Piaz) da padre David Turoldo – avevano certamente sentito parlare di quel prete confinato a Barbiana. Quando uscì “Esperienze pastorali” nel mese di marzo, non attesero molto a leggerlo e già in maggio con ammirazione ed entusiasmo lo diffusero ad amici e conoscenti, ben prima che, nel dicembre dello stesso 1958, ne fosse proibita la vendita dal Sant’Uffizio. Può essere che il Nostro, coadiutore nella parrocchia di Pero, facesse parte del ‘giro’ (non si trascuri il fatto che padre David fu uno dei ‘consulenti’ più volte interpellati da LM durante la stesura del libro).
Quell’ambiente, e don Cesare in esso, era ben disposto a recepire positivamente l’opera fondamentale di LM perché ne condivideva l’ispirazione di fondo, per entrambi nutrita, come CS stesso ci attesta, dall”aria” che spirava da una grande corrente del cattolicesimo francese: dall’Umanesimo integrale di J. Maritain, agli studi del gruppo Economie e Humanisme di Lione, alla Joc, agli stessi preti operai francesi, delle cui esperienze si cominciò a parlare anche in Italia (Cfr. “Pretioperai”, n. 79-80, p. 75).
Quando nel 1972 CS fondò la Cooperativa di Cultura Popolare, la chiamò don Milani proprio a ragione di questa comune ispirazione di fondo, che sostenne l’esperienza di Calenzano e di Barbiana e doveva continuare a sostenere le esperienze milanesi, iniziate nel 1955-56, sviluppatesi in diversi quartieri “popolari” e che la neo Cooperativa si apprestava a continuare e incrementare.
Ed è di nuovo don Cesare, con la consueta capacità di sintesi, che ci chiarisce come si concretizza questa ispirazione di fondo, in lui come in don Milani. Egli aveva cercato, subito dopo l’ordinazione sacerdotale, di incarnare una figura di prete diversa da quella corrente di “intellettuale di ceto medio al servizio del sistema” nella convinzione di dover cercare “il nuovo ruolo di intellettuale di ceto medio al servizio della classe “nuova”, storicamente progressiva”, allora la ‘classe operaia’, come emblema degli sfruttati di ogni tempo e di ogni luogo.
“La prolungata amicizia di don Milani, le relazioni con persone che ricercavano nel territorio urbano questo nuovo ruolo, mi hanno portato alla costruzione delle scuole popolari di quartiere, con tutto quello che poi è seguito” (“Pretioperai”, n. 39, ottobre 1997).
Cosa sta al centro dell’intervento nelle scuole popolari? Ricorriamo ancora a don Cesare, che lo spiega ai suoi confratelli della pastorale sociale e del lavoro, in un incontro a Mirazzano nei primi mesi del 2000:
“Bisogna ripartire dal linguaggio, per riuscire ad intenderci sui contenuti e per poter arrivare a giudizi etici puntuali e condivisibili. Ripartire dal linguaggio era la passione di don Milani”.
Trovare le parole per dire-comprendere le sfide della realtà in cui si vive in vista di scelte di valore (basate sul giudizio etico) cui uniformare la propria esistenza: credo si possa interpretare così questa attenzione privilegiata al linguaggio. Tenendo presente che “noi ci interessiamo del piccolo territorio, ma il nostro territorio è il mondo “, con ciò riproponendo un altro tema tipicamente milaniano, e di grande attualità: quello di riconoscersi-costruirsi come cittadini del mondo.
Sul tema centrale del linguaggio CS ritorna più volte in diversi contesti (e diversi scritti). Di tutto interesse per noi quello sul concetto di libertà, sul quale mi sembra utile abbondare nella citazione letterale.

“La parola Libertà, per avere un senso storico, deve essere collocata in una ipotesi di tattica, cioè in una ipotesi di azione concreta, progettata, programmata, valutata, che diventa la mia ricerca. In altre parole: è diverso pensare e discutere sulla libertà ed è diverso lottare concretamente contro ogni tipo di sottomissione. Per quanto mi riguarda, io ho scelto un tipo di lotta, che abbiamo chiamato intervento culturale.
È un filone storico presente nella storia italiana, che si rifà a Gramsci, e che con don Milani avevamo pensato, sperimentato, e che ora stiamo portando avanti in 17 quartieri in Italia.
Altri scelgono altre strade.
Quello che importa è esplicitare bene quello che si fa” (C. Sommariva, Appunti sul tema: La Libertà (seconda e terza parte), in PO, nn. 47-48, aprile 2000, p. 60).

Credo si possa dire che il rapporto di CS con LM si caratterizza come collaborazione ‘alla pari’, in uno scambio fecondo in cui si progetta l’azione culturale, si agisce e si riflette su quel che si fa, nella convinzione comune dell’importanza chiarificatrice della scrittura e della sua azione insostituibile ad aiutare la memoria a riconoscere una storia.
Fin qui ho raccolto alcune attestazioni dirette di don Cesare. Ci sono altre testimonianze (di altri) che riguardano episodi significativi dei rapporti tra CS e LM che meritano di essere ulteriormente verificate e/o precisate e approfondite. Per il momento mi limito a citarne un paio:
 
a. “La Zanzara”
Testimonia uno degli alunni di LM, nel contesto di un articolo sul tema della ‘scuola democratica’, che CS accompagnò a Barbiana gli studenti del Liceo Parini di Milano che sul giornalino studentesco del loro istituto (La zanzara, appunto) avevano trattato anche di sessualità attraverso un’inchiesta ai coetanei e si erano per questo beccati una denuncia che portò a processo tre suoi redattori. Correva l’anno 1966. L’evento è degno di nota non solo perché occasione di uno scontro in cui don Milani tacitò i troppo ciarlieri studenti milanesi (‘allievi intellettuali’ si potrebbe dire) che avrebbero sovrastato coi loro interventi gli ammutoliti barbianesi, ma per lo spunto che questo fatto diede all’elaborazione successiva da parte di LM e dei suoi, e che credo condivisa anche da CS. Nel linguaggio di LM il concetto messo a fuoco si riassume così: “La scuola per fare cittadini sovrani deve essere monarchica”. La questione riguarda l’autorità dell’insegnante a scuola (potremmo dire della gestione del suo potere nei confronti degli studenti). Mi pare di poter affermare che CS condivideva il nocciolo di questo messaggio — messaggio centrale di Barbiana alla scuola — che l’autorità dell’insegnante risiede nella padronanza del sapere che insegna e del modo di insegnarlo e che il suo ruolo, altamente etico, consiste nel metterlo a servizio degli alunni, prendendosi cura della crescita in autonomia personale di ciascuno di loro. Trasferendo quest’idea nel più vasto campo dell’educazione popolare essa resta, mi pare, ugualmente centrale. Certo qui il discorso è appena abbozzato. Meriterebbe di essere sviluppato.
 
b. “Lettera a una professoressa”
A proposito della comunanza di lavoro tra LM e CS, alcuni amici della Cooperativa “don Milani” di Milano attestano che don Cesare avrebbe collaborato direttamente alla revisione conclusiva di “Lettera a una professoressa” prima della pubblicazione, negli ultimi mesi di vita di don Lorenzo. Anche questo spunto merita un interessante approfondimento che rimando ad una prossimo impegno.
Allo stato delle mie conoscenze sui rapporti tra CS e LM non posso aggiungere altro se non tentare — su questa base e su altri segnali ricavabili dal pensiero-azione dell’uno e dell’altro — di trarre alcune deduzioni.
 

1. Somiglianze forti, nel cuore delle due personalità (viste da fuori, ma non troppo)

 
Entrambi:
– nascono in una famiglia ricca
– si fanno poveri ‘esageratamente’ e condividono la vita dei poveri
– sono dotati di una cultura vasta, di importanti letture e di una singolare capacità di sintesi e di comprensione del mondo in cui vivono.
Ma, a parte una decina d’anni di scarto (LM 1923, CS 1933) – che può far pensare ad un posizionarsi di don Cesare come discepolo nei confronti di don Lorenzo, recepito perciò come maestro – essi condividono:
– una caratteristica esplicita professione di doppia autonomia: rigorismo nella fede come fermento evangelico e grande libertà di decisione nelle ‘cose umane’ passate al vaglio di analisi scientificamente rigorose (interessante a questo proposito il fax 8, 1994 di C. Sommariva, Inizio di scrittura di una riflessione sulla relazione tra autonomia e teonomia, in “Hasta la medula de los huesos”, Quarta raccolta dei fax da San Roque, 1994-95, pp. 37-40).
– La medesima passione nella lotta con i poveri: di CS sì ricordi, agli esordi, “Lambretta, manifesti e cucitrice” a favore della lotta degli edili (Cfr. la testimonianza di Pierino Zanisi in “Pretioperai”, n. 79-80 del dicembre 2008, p. 15).
– La stessa idea di scrittura come “modo di dar forma al pensiero per fare il tempo” e come memoria: senza memoria non c’è futuro (di C. Somrnariva vedi le quattro raccolte dei fax e il fondamentale libro sulle lotte alla Redaelli: Le due morali. Scelte imprenditoriali, lotte sindacali e intervento culturale alla Redaelli SIDAS di Milano dal 1979 al 1984, Edizioni Lavoro, Roma 1986).
 

2. Don Cesare Sommariva: milaniano?

 
Non ne faccio una questione verbale. Sono propenso a vedere la loro relazione, come ho già detto, più alla pari che asimmetrica, se non per quel che comporta la trasparente (per quanto parcamente espressa) ammirazione di CS nei confronti di LM, comunque anche di un bel decennio più vecchio di lui. Si può anche sensatamente presumere che l’affezione fosse reciproca. Quel poco che posso dire alla luce degli argomenti addotti sopra è che, rispetto a tanti sedicenti ‘milaniani’ che tentano di ‘duplicare’ Barbiana e di mettere a don Lorenzo i panni del riformatore scolastico progressista, del messaggio del priore di Barbiana CS ha incarnato un’originale ricontestualizzazione – coeva e non solo postuma – in tutti i diversi luoghi e ambiti in cui si è trovato ad operare: Pero, Sesto S. Giovanni, entro la Cooperativa di cultura popolare, alla Redaelli di Rogoredo, e nella parrocchia di S. Roque alla periferia di San Salvador (El Salvador).
Lo stesso don Lorenzo aveva diffidato chiunque dall’emularlo senza tener conto (=analizzare approfonditamente e comprendere) le sfide dell’ambiente e dell’epoca in cui ci si trova ad operare: “essere fedeli a un morto è la peggiore infedeltà” (testimonianza di Adele Corradi riportata da E. Martinelli in “Calicanto”, n.4, rivista telematica).
La capacità di leggere la realtà con strumenti adeguati, progettare interventi e realizzarli in prima persona e con gli altri, tenendo fermi i principi evangelici e spendendosi senza riserve all’insegna tipica di quella che mi piace chiamare una diaconia culturale per tutti a partire dal Vangelo, mi sembra il filo conduttore di una ricerca che potrebbe essere molto utile per capire di più CS e LM insieme, e il senso del loro messaggio e del loro appello, che continuano ad essere vitali.
Merita di essere riportato, in appendice, il messaggio che gli amici, ‘salvadoregni’ e non, di don Cesare considerano il suo lascito testamentario. Credo che questo breve testo si presterebbe ad una ripresa del discorso — oggi ancora molto attuale — sui rapporti tra educazione scolastica ed extrascolastica e sul senso del messaggio di Barbiana (non del ‘modello Barbiana’) per una rivitalizzazione liberante della scuola del nostro tempo. La rilettura dell’esperienza di don Cesare potrebbe essere, in quest’ottica, illuminante.
 


 

“Testamento spirituale” di don Cesare Sommariva

(conclusione de “L’UMANO EDUCATORE”)

“A conclusione di tutto, possiamo porre le TRE LEGGI dell’umano educatore:
1. non aver paura
2. non far paura
3. liberare dalla paura.
Dicesi umano educatore colui che sa stabilire una relazione tra umani, senza paura, senza far paura, liberando dalla paura.
Il contenuto della relazione non conta.
Quello che conta è una relazione nuova, in cui non ci sia nulla che possa avere a che fare con la PAURA.
In un mondo in cui i poveri sono oppressi, i prepotenti trionfano, i miti sono disprezzati, occorre realizzare relazioni pulite e dolci, non sporche di premi, castighi, obblighi, non seduttive né sdolcinate, ma relazioni in cui ci siano nuovi incontri, nuovi riti, nuovi ritmi.
Per questo NOI NON SAREMO MAI ISTITUZIONE,
perché ogni istituzione chiede i suoi servi, include ed esclude, e per far questo usa il premio e il castigo e il sapere.
Tutte cose che provocano la paura di non essere premiato, di essere castigato, di non sapere.
Noi non costruiremo una organizzazione,
noi siamo e saremo solo un investimento di desideri
di liberazione dalla paura.
li costo di tutto ciò è il pensare, lavorare, muoversi da minoranza,
con tutto quello che significa di impotenza e di libertà.
Dl NOI NON DEVE RIMANERE NULLA
al di fuori di avere un tempo e per un tempo camminato assieme
ricercando libertà e liberazione.
Questo patto fra uomini e donne che si riuniscono per dignità e non per odio,
decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo.
Nessuno educa nessuno.
Gli uomini si educano fra loro
nella costruzione di un mondo di libertà.

QUESTO È IL PUNTO A CUI SIAMO ARRIVATI.
E LO ABBIAMO SCRITTO PER AVERLO BEN CHIARO
NEL CUORE E NELLA TESTA
“.


 

Primi spunti di problematizzazione

 
Per quanto LM e CS abbiano considerato la scuola (l’alfabetizzazione culturale) un ingrediente indispensabile di qualsiasi processo di liberazione, né l’uno né l’altro mi paiono riformatori scolastici. Anzitutto per il motivo per cui fan scuola, si potrebbe dire: perché sono preti. Ma meglio si direbbe: perché testimoni della forza liberatrice della parola evangelica (del messaggio di salvezza del Dio incarnato) nei confronti dei poveri, degli oppressi, degli esclusi.
Se è così, allora si possono leggere e avvalorare con comprensione piena le parole “noi non saremo mai istituzione”. È quello che fa la differenza tra la ‘scuola’ di Barbiana e qualsiasi altra scuola (compresa la “Rosa Blanca” di San Salvador). Qualsiasi altra scuola è istituzione, perché ha al centro il sapere, riesce bene quando seduce, premia i migliori, ha ruoli definiti e programmi socialmente legittimati. E non è in grado di proporre valori che non siano quelli del sapere: rigore, pluralismo, storicità, decentramento, intersoggettività, tolleranza. E scusate se è poco!
Per la scuola già riuscire a dare di più a chi ha di meno è una sfida quasi dirompente e non si manifesta come ‘stare dalla parte di’, ma come prendersi cura da parte dell’insegnante della fragilità dell’altro che gli è affidato e che appella la sua responsabilità. In una relazione asimmetrica, la cui autorità/potere non può fondare altro che sul sapere, se vuol essere liberante.
I valori forti e ‘ultimi’ della vita comprendono (forse) i valori scolastici, ma vanno oltre e non sono proponibili da chi è insegnante a scuola, ma da chi è padre/madre, fratello/sorella, compagno/a… Non è la professione di fede che conquista l’alunno alla sua autonomia, ma il rispetto del pluralismo come valore. L’intreccio tra azione educativa della scuola e azione educativa di un centro di cultura popolare, di un sindacato, di un partito o della pastorale parrocchiale (assai interessante quella di CS e amici alla San Roque), abbisogna di analisi che le distinguono, oltre che di analisi che le compongono, per capire come l’una non debba essere la scimmia dell’altra, perché in questo caso ciascuna fallirebbe il suo scopo.
A proposito dell’esperienza salvadoregna di don Cesare, essa meriterebbe di essere conosciuta e valorizzata perché mi pare il compimento più pieno della sua capacità di ‘fare cultura popolare’ in un contesto altro, in prima linea nei sotterranei della storia.
La parabola del Salvador, questa sì è ‘milaniana’ nei suoi aspetti salienti, salvo che nel cominciamento, perché lì CS non va come un prete confinato, ma per scelta deliberata. A convincerlo ulteriormente che in quel paese del Centramerica e dintorni – come diceva Balducci – si trovano le nuove Barbiane (un fronte di lotta in più, una fabbrica in più), era stato un altro prete operaio al quale, come a lui, avevano chiuso la fabbrica: don Andrea Marini. Nel maggio del 1988, a 55 anni quindi, CS parte per il Salvador. Per prima cosa deve apprendere il ‘castigliano’, lingua che ancora non conosce, ma chiave di ingresso nel nuovo mondo, indispensabile per comprendere e farsi comprendere nella nuova situazione. La lingua (!) per penetrare pensieri e nella quale formulare progetti. La apprende cominciando ad analizzare la terribile realtà salvadoregna, mediante un approccio che noi chiameremmo con un vocabolo brutto ma significativo, ‘glocale’. Nel ‘locale’ si condensa e si riverbera il ‘globale’ cui esso rimanda. E dall’analisi fluisce di conseguenza un progetto d’azione.
Azione pastorale con al centro un rapporto educativo che – ispirato ad un’etica della responsabilità – mira ad “aiutare le persone a crescere come ADULTi, MATURi, RESPONSABILI, SPIRITUALI”… A partire dai bambini, archètipo di ogni responsabilità. È il 24 settembre del 1995 quando CS scrive queste parole; nella parrocchia di San Roque in luglio dello stesso anno si sono tenuti corsi su “imparare ad insegnare”, mentre ora può constatare che “i centri di studio stanno diventando un cervello e una luce in ognuno dei cinque territori, il lavoro di salute, la cura del territorio, il rafforzarsi delle 43 comunità territoriali, i gruppi di visita e aiuto che ci aiutano a scoprire le situazioni terribili, hanno fatto fare un altro passo nel desiderio di incominciare i PRIMI PASSi DI UNA SCUOLA TERRITORIALE…” (il maiuscoletto è nel testo originale. Fax di Cesare Sommariva del 24.9.95: Primo abbozzo scritto sull’inizio della SCUOLA TERRITORIALE SAN ROQUE).
Il sogno di una scuola territoriale conoscerà un percorso quanto mai accidentato ma, malgrado gli ostacoli incredibili di volta in volta disseminati lungo il cammino, farà sempre parte integrante del disegno ispiratore del lavoro pastorale. CS non riuscirà a vedere il pieno compimento del sogno di poter contare su una scuola pubblica nel territorio della parrocchia, radicata comunitariamente nella realtà locale, che cominci dai bambini a ‘dare la parola’.
Alle soglie del suo’ rientro definitivo in Italia, nel dicembre 2003, sarà la penna dell’altro preteoperaio, con lui solidale nel pensiero e nell’azione educativo – pastorale, a fissare le prospettive in campo, sempre rinnovantesi:
 

“I soggetti su cui puntiamo sono le piccole comunità di orazione biblica nelle case (PCOBC) che dovrebbero essere soggetti di tre pastorali:
– sociale, ossia di opere soprattutto di educazione; salute; urbanistica…
– profetica, cioè di cammino di fede
– liturgica, cioè dei sacramenti”
(Avvento-Natale 2003-Anno nuovo 2004: “Dentro i confini della San Roque in San Salvador”, lettera di Andrea Marini).

 
E l’ordine di esposizione (opere – fede – sacramenti) è l’ordine di ‘attuazione’.
Come non ritrovare don Milani in questo ‘crescendo’ sostanziato di vita e cultura popolare!
Ho citato gli scritti degli attori per accreditare la narrazione delle intenzioni e delle realizzazioni. Chi voglia cogliere la testimonianza della comunità locale sulla riconoscenza, l’affetto, la ricchezza spirituale guadagnata nel rapporto con i due ‘preti operai lombardi’, si rilegga l’omelia di Rubia Amalia de Lopez, tenuta nella parrocchia di San Roque la domenica 25 maggio 2008, in morte di don Cesare, pubblicata sulle pagine di questa rivista (Omelia nella Pasqua di padre Cesare, in “Pretioperai”, n.79-80, dicembre 2008, pp. 28-31.).
Come gli allievi di Calenzano e Barbiana ricordano don Lorenzo, e testimoniano con la loro vita il messaggio del Priore che vive in loro, così i parrocchiani della S. Roque manifestano la fecondità di un lavoro che ancora continua, ben vivo, nell’interminabile drammaticità del presente: “Sin César, sin cesàr”, probabile titolo del loro imminente ‘autolibro’.
 

Piergiorgio Todeschini

 


 


Appunti per una cronologia sommaria di Cesare Sommariva

 

1933 (8 gennaio) Nasce da una ricca famiglia borghese
1955 (26 giugno) Riceve l’ordinazione sacerdotale
1956 Coadiutore in parrocchia a Pero
1958 Incontra don Milani
1970 (gennaio) A Sesto S. Giovanni istituisce scuole popolari e il doposcuola a Crescenzago
1972 Fonda la Cooperativa di cultura popolare “don Milani”
1974 (giugno) -1984 (6 aprile) preteoperaio alla Redaelli di Rogoredo
1988 (maggio) primo arrivo in Salvador
1990 (20 aprile) ri-partenza per il Salvador
2004 rientro definitivo dal Salvador
2008 (20 maggio ore 0.30) muore a Milano

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