In tonaca con la tuta

Il vangelo nel tempo


 

Dialoghi sulla testimonianza di Sandro Artioli

 

Dal sito di don Giorgio De Capitani (www.dongiorgio.it) riportiamo questa conversazione di Sandro con alcuni commenti al racconto in forma dialogica.

 

Con questo nuovo inserto, Job Zone si propone di attivare un ulteriore canale di comunicazione nel quale dare spazio a testimoni significativi e peculiari per la loro esperienza maturata nel mondo del lavoro. La prima che proponiamo è quella di un prete-operaio, don Sandro Artioli. Attraverso il senso profondo che ha dato a questa scelta ed esperienza, vissuta radicalmente “nella stiva dell’umanità”, mettendosi fianco a fianco, carne e spirito, per condividere appieno la condizioni di fatica e le preoccupazioni degli uomini e delle donne nelle fabbriche, questa testimonianza ci è apparsa emblematica e pregnante per lanciare questo primo numero.
L’incontro è avvenuto nella serata del 5 giugno 2009 presso il “rifugio-laboratorio” di don Sandro, affacciato su una delle vie vicino alla ferrovia di Sesto San Giovanni, accompagnati da don Raffaello Ciccone, suo amico di vecchia data.
“Molte volte mi hanno rimproverato di lasciarmi troppo prendere dai problemi drammatici della terra. E che invece dovrei dedicarmi di più a pensare al cielo. Non è vero che, siccome la terra fa schifo, dedicarsi a guardare il cielo è il vero segno di conversione a Dio” (don Sandro Artioli).

 

Il racconto

 
Sediamo attorno al tavolo posto nel locale di ingresso, inerte testimone di passate e rumorose discussioni fra compagni di lavoro (anche 20 partecipanti in contemporanea), e dopo avere fatto la nostra presentazione con i motivi che ci hanno portato lì, inizia il racconto.
«Sono nato a Milano il 29 luglio 1942, da una famiglia di origini mantovane che poi si è trasferita a Milano; e qui ci vivono anche le mie due sorelle con i loro 5 figli e nipoti, che alla domenica quando posso vado a trovare».
I segnali precoci di una scelta di vita in qualche modo “radicale” si manifestano in Sandro su un tema in quinta elementare dal titolo “Cosa farai da grande” dove scrive:
«… fin da piccolo volevo fare il prete per andare dai bambini poveri in Cina, India, Africa, e abitare nelle capanne con loro o in una roccia che mi scavo io, non nelle ricche cattedrali. Così all’età della prima media vado in seminario e lì ero uno dei migliori allievi».
Da queste premesse e con i successivi anni di scuola e seminario si palesa in modo più evidente, con contrasti non certo superficiali con i superiori, la sfasatura fra quanto gli veniva proposto per forma e contenuti con quanto lui sentiva nel profondo del cuore e con la mente.
«Prima di arrivare al sacerdozio, dopo il terzo anno di teologia, mi sento la voglia di fare una pausa di vita proletaria», siamo negli anni ‘60, e cominciano a diffondersi anche in Italia le esperienze dei preti-operai, che hanno già trovato spazio in Francia, e proprio lì don Sandro decide di cominciare questo suo personale percorso.
«Mi trasferisco in Francia a Saint Priest, vicino a Lione e comincio a lavorare in fabbrica, una fabbrica tessile. Il padrone era bestiale, così mi misi al fianco delle delegate aziendali. Un Natale vidi quel padrone in prima fila in chiesa. Fece la comunione. Alla fine della messa andai dal parroco e chiesi se sapeva chi era quel personaggio. E lui mi rispose: “un buon cattolico ma un pessimo cristiano”».
«Dalla Francia riprendo contatto con il mio vescovo e gli scrivo che sono disposto a riprendere il mio percorso di ordinazione per poi fare il prete-operaio perché mi sentivo preso a svolgere il mio ruolo di prete vivendo in basso e condividendo la pesante vita operaia. Mi viene dato il consenso, ma prima dovrò stare in parrocchia per qualche anno».
«Ritorno dalla Francia, e preparo il IV anno di teologia da solo e dando gli esami. Nel settembre del 1967 vengo ordinato prete, seppure non compaio sugli annuali delle ordinazioni sacerdotali: non mi ci hanno messo».
Sono quelli anni difficili per le parrocchie, soprattutto quelle della periferia di Milano, siamo nel pieno dell’immigrazione e dello sviluppo caotico della città e dei suoi quartieri dormitori:
«Vengo assegnato in una parrocchia di Quarto Oggiaro, uno dei quartieri più devastati e ci sono rimasto per 8 anni. In quegli anni mi attivo con la cittadinanza per promuovere un’azione sociale, mentre con tutti i preti che volevano fare l’esperienza operaia, ci incontravamo, facevamo riunioni e parlavamo di questa opportunità. Ma loro non hanno avuto il consenso a fare questa esperienza; io invece sì».
A don Sandro si accendono gli occhi mentre parla, come se le cose che dice stessero accadendo proprio in quel momento.
«Nel settembre del 1975, all’età di 33 anni sono entrato in Breda Termomeccanica, come carpentiere-saldatore, la mansione più dura e massacrante. Passavo ore dentro contenitori di acciaio a saldare a filo o cannello, operazioni che avevo imparato sul campo, senza nessun addestramento; ogni tre ore circa di saldatura, ci si prendeva una boccata d’aria, che in realtà trascorrevo fumando una sigaretta».
Ricordiamo che questa azienda produceva dapprima carrozze e locomotori per la Metropolitana Milanese, e dal 1973 le Partecipazioni Statali che ne sono proprietarie decidono il passaggio alla produzione di componenti nucleari.
Non vi sarà sfuggito il fatto che don Sandro entra in fabbrica all’età in cui, nostro Signore moriva in croce; il nesso non è per nulla casuale.
«Pochi fra i miei compagni di lavoro sapevano che ero prete, non volevo potesse diventare una sorta di privilegio».
La radicalità con cui vuole vivere il messaggio cristiano è palese anche in fabbrica; di fronte a diverse offerte da parte dell’azienda di cambiare mansione, il rifiuto è fermo: «voglio essere ultimo fra gli ultimi».
Dopo un anno di lavoro, di fronte al disastro che vede nel reparto, accetta di essere eletto come delegato, sotto la spinta dei compagni di lavoro.
E nelle scelte di don Sandro non c’è mediazione che tenga, si fa promotore e partecipa attivamente alla nascita del sindacato di base autoorganizzato SlaiCobas in Breda, perché «ero considerato un leader dai compagni di lavoro, perché li difendevo e criticavo l’azienda; ho creato collegamenti con altre fabbriche. Mentre con i sindacati confederali non ho mai avuto un buon rapporto, loro erano più funzionali al capitale che all’uomo, io invece facevo lavoro di base».
Come non ricordare a questo punto don Milani (mentre stiamo abbozzando questo numero ricorre l’anniversario della sua morte, il 26 giugno) quando affermava che nella vita, per stare dalla parte dei poveri, si possono fare tre mestieri: il prete, il sindacalista o il maestro: «e io ho fatto il prete operaio e il sindacalista».
«Ho fatto sei cause di lavoro contro l’azienda. Quando mettevano personale in cassa integrazione, io c’ero sempre nell’elenco. Allora fuori della fabbrica mettevo cartelli e facevo volantinaggio. Con un amico collega, ci alternavamo a seconda che fossimo dentro o fuori dalla fabbrica».
In questa esperienza umana così profonda, di contatto continuo con colleghi e compagni di lavoro, viene messa a prova anche la sfera degli affetti e delle emozioni che nascono proprio da relazioni intense e vere, al punto di lasciarsi sfiorare dall’idea di mettere su famiglia.
«Quando tornavo a casa alla sera massacrato dal lavoro, mia madre mi diceva che almeno gli altri operai tornando a casa trovavano la moglie e i figli, e questa possibilità mi aveva tentato, ma poi ho rinunciato».
La pesantezza delle condizioni di lavoro e le scarse tutele in materia di sicurezza sono un elemento ricorrente nel racconto di don Sandro:
«In 27 anni di lavoro operaio ho subito cinque infortuni, alcuni anche abbastanza gravi, che mi hanno fiaccato fisicamente, e in più, lavorando esposto all’amianto, a seguito di esami clinici mi hanno trovato delle placche sulla pleure polmonare; ma avevo Gesù dalla mia parte, e sono sempre andato avanti, con tenacia. Su 5500 lavoratori che sono stati sottoposti a controlli medici, a 150 di loro è stato riscontrato un tumore».
Gli anni trascorrono velocemente e anche quella esperienza di lavoro finisce
«Sono andato in pensione a 60 anni nel 2002 con 36 anni di contributi e poco più, oltre ad avere avuto il riconoscimento di una pensione di invalidità da lavoro. Da circa tre anni mi sento fortemente condizionato nel mio fare da uno stato patologico che mi porta come effetti il ricordare poco ciò che le persone dicono e il dimenticare con facilità i loro nomi; faccio anche molta fatica a leggere articoli e ad interpretare frasi e concetti, soprattutto se sono densi di significati come quelli che scrive l’amico Raffaello».
«Oggi non c’è più nessuno che fa il prete operaio, dopo gli anni ‘60 nessuno ha più voluto fare questo percorso; oggi quelli che lo hanno fatto sono tutti in pensione. Nella mia fabbrica sono rimaste solo sette persone che conosco, tanti altri sono morti».
A questo punto don Raffaello propone una chiave di lettura che è anche sintesi rispetto alla esperienza dei preti-operai: «La fatica a cui ha sempre fatto riferimento don Sandro non è un bene anzi, non la faceva per prenderci gusto, ma per sostituirsi agli altri e mettersi alla loro pari. Il preteoperaio non era un masochista, piuttosto una persona a cui interessava stare con gli ultimi; c’era una dignità fra di loro che doveva essere riconosciuta, che è proprio il motivo che ha portato don Sandro e altri a fare i pretioperai».
Siamo giunti al termine dell’incontro, don Sandro ci invita a visitare il suo rifugio: la stanza con il suo computer, una pila di libri, e su una porta ci imbattiamo in un manifesto con l’immagine di Che Guevara, segno per un testimone che richiama il suo affetto e vicinanza ai paesi latino-americani che ha avuto modo di visitare.
Dietro l’anta di un armadio: la Bibbia, il Vangelo, la stola per dir Messa la domenica assieme ai suoi pochi compagni rimasti, uniti nel nome del Signore in quel “laboratorio-chiesa” della sua casa.
Decidiamo di fare due passi, mangiare un gelato in una vicina gelateria prima del commiato. Al ritorno, lui sulla porta ci saluta con il volto sorridente, dal quale traspare una serenità interiore nonostante tutto, e ci invita a tenere i contatti.
Mentre torniamo a Cernusco, ripensiamo al nostro interlocutore e non possiamo fare a meno di rilevare un senso di solitudine umana che accompagna chi ha scelto di donarsi completamente nella testimonianza cristiana in forma così radicale come quella fatta da don Sandro. Una solitudine, che ha inizio nel momento in cui fa una scelta fuori dal comune pensare, e poi quella successiva alla sua testimonianza, pagando fisicamente i risvolti di una vita condotta sempre in prima linea. Sia ben chiaro, una vita vissuta con intensità per gli altri, i più deboli.
A don Sandro, un grazie da parte della redazione di Job Zone.


 

17 settembre 2009

 

* Caro don Sandro, ti sono vicino con tutto il cuore, Ti ammiro molto. (Sil.)

* Quella dei pretioperai fu un’esperienza che doveva essere fatta. Dovevano essere le gerarchie a proporre simili esperienze o incarichi pastorali. Perché i cappellani militari, allora irreggimentati, militari (o quasi) a tutti gli effetti, sì ed i pretioperai no?
La figura del preteoperaio rimarrà nella storia dell’uomo come l’antitesi del curato, proprietario di qualche vigneto dato in colonìa o a mezzadrìa e altre prebende, pasciuto, accudito dalla perpetua e conoscitore del latinorum. Mi riferisco al don Abbondio qualunque fino al 1970, più o meno. L’antitesi di quei pretuncoli pronti a lanciare anatemi contro i contadini che volevano occupare i latifondi (Sicilia 1946 e non solo), contro quei pretuncoli pronti a sconfessare le mondine sfruttate nelle risiere (nord Italia, stesso periodo).
Forse oggi un preteoperaio è sprecato, non lo so, forse è più utile che si dedichino alle attività sociali. E’ comunque triste la loro solitudine, mentre invece è utilissima la loro testimonianza scritta raccolta dalle gerarchie vaticane e valutate a mente serena. Nelle aree sfruttate del terzo mondo, alla luce delle esperienze dei pretioperai sono più utili come operai o come sindacalisti? O altro? Che cosa ci hanno insegnato queste esperienze?
Ma bisogna affrettarsi a raccogliere queste memorie, i preti di quella stagione hanno i capelli bianchi! (Antonino Enne)

* Caro don Sandro, non ho parole buone da offrirLe… solo non voglio girare la testa dall’altra parte dove c’è la comoda indifferenza. Vorrei pregare per Lei ma quando prego o tento di pregare mi sento sempre un po’ come il fariseo… e allora rinuncio. Ma Chi vede e sa già tutto accoglierà, a modo Suo, anche stavolta, la mia preghiera per Lei. (Antonio)

* Fratello e COMPAGNO don Sandro, sì COMPAGNO, colui che divide il pane, ho letto con commozione l’articolo proposto da don Giorgio.
Ho vissuto in prima linea la realtà della fabbrica come delegato sindacale della fiom, conoscendo molte realtà industriali del milanese, Breda compresa. Ritengo che l’esperienza dei preti operai era ed è uno degli aspetti più avanzati di condivisione delle lotte e delle speranze per il riscatto degli “ultimi”. Osteggiata dalla gerarchia ecclesiale che aveva ben compreso che l’evangelizzazione sarebbe stata a senso inverso. I lavoratori avrebbero ben presto contaminato con le loro istanze e la loro sofferenza quelle alte figure che, nel nome del loro cristo radicale, accettavano di condividere speranze e miserie degli ultimi. Un’esperienza avanzata che ci ha unito e non diviso nelle spinte per una società migliore ed ugualitaria.
Non posso che dare atto a don Sandro e a tutti quelli come lui il coraggio, la coerenza e la forte volontà di vivere la difficile realtà della fabbrica non da subalterno ma come soggetto che insieme ai compagni lavoratori rivendica i propri diritti.
Ora mi assale la tristezza: come sono lontani quei tempi! Ora molti lavoratori si sono fatti attrarre dai turlupinatori di lega e pdl, hanno dimenticato d’essere classe sfruttata, sono rassegnati, si barcamenano.
Grazie don Sandro, abbiamo ancora, ora più che mai, bisogno di figure limpide come la tua. Ora che siamo sempre più soli, considerati “fuori tempo” perchè ancora chiediamo giustizia sociale! (Alberto)

* Caro don Sandro,
ma valeva la pena continuare a rimanere ‘don’ a rimanere nella chiesa, non era
meglio lasciarla questa chiesa, proprio per rompere con l’istituzione e scegliere di fare il discepolo del Vangelo?
Con ammirazione, Angelo
* Caro Angelo, la forza d’animo di don Sandro è stata, ed è quella, di restare nella Chiesa, costi quello che costi, proprio per far capire che la vera Chiesa è un’altra. O meglio, che la Chiesa di Cristo a cui apparteniamo è diversa da quella gerarchica. Si rimane “dentro” proprio per contestarla, in casa. Se tu esci dalla Chiesa, sei fritto! Don Lorenzo Milani non ha voluto uscire dalla Chiesa, perché la Chiesa ci appartiene, e vogliamo che sia diversa da quella attuale che, secondo noi, tradisce il Vangelo di Cristo. Forse ti ho confuso le idee.
In altre parole: dal di dentro, si possono aprire porte, finestre, tutto ciò che può permettere all’Umanità di far parte di questa Chiesa. Se sei fuori, chi può aprire le porte e le finestre? Dire di rompere con la struttura può essere facile: il problema è di ridare più anima alla struttura. La struttura ci vuole, ma nella misura in cui serve il Vangelo. Possiamo ancora discuterne. Sarebbe interessante. (don Giorgio de Capitani)
* Caro don Giorgio,
rimanere nella chiesa per “rianimarla” dall’interno. Ma chi c’è mai riuscito? San
Francesco… don Milani, don Mazzolari, don Sandro? No. Alla fine hanno sempre vinto loro e da duemila anni continuano imperterriti sulla via del potere e della menzogna.
C’è una sola alternativa: costruire una società evangelica, cristiana, IGNORANDO la chiesa gerarchica. L’obiettivo non è riformare la chiesa gerarchica, ma vivere il vangelo. (Angelo)
* Se tornasse Gesù, dove troverebbe la fede nel suo nome? Anch’io ne ho poca, ma spero che i poveri non siano più abbandonati, anche se le gerarchie sono lontane dai poveri e alleate al potere. Grazie per quello che hai fatto e sofferto nella condivisione con gli ultimi. (Giuliano)
* In italiano abbiamo tre parole uguali e contrarie.
– Chiesa, la Chiesa di Dio, l’Ecclesia ben descritta da don Sandro
– chiesa come edificio
– chiesa come l’insieme degli uomini, della loro debolezza umana, della loro gerarchia, della loro organizzazione, delle alleanze politiche, delle scelte.
La “c” è importante ma confusionaria specialmente ad inizio periodo dove deve essere interpretata perché diventa maiuscola.
Francesco d’Assisi ricevette un messaggio dal buon Dio “Francesco và e ripara la mia chiesa”. Ed infatti Francesco andò e riparò la chiesetta di san Damiano. Cominciò i lavori e cominciò ad accogliere gli ultimi. Ma qualche cosa non lo convinceva. Gli venne qualche dubbio. Dio voleva riparata questa chiesa diroccata come edificio, la Chiesa, o la chiesa degli uomini?
Arrivò alla conclusione che il suo compito non poteva essere quello di riparare la chiesa diroccata. Come muratore era una frana… Ma non poteva neppure essere la Chiesa fondata da Cristo, indistruttibile e solida. Non rimaneva che la chiesa degli uomini, dello sfarzo, del lusso, del pastore che aveva smarrito la retta via.
Francesco cercò di ripararla, dall’interno, senza uscire da essa. Bellissima la scena del film di Zeffirelli quando Innocenzo III tuona: “Quel piccolo uomo è un gigante! Richiamatelo!“.
Di Francesco oggi ce ne sono tanti. Alcuni silenziosi, altri tuonanti. (Antonino Enne)
* Caro Don Giorgio, sono l’Alberto ex delegato sindacale FIOM. Non sono credente ma condivido pienamente la tua replica. Il cristianesimo al pari del comunismo, dell’umanismo e aggiungo della solidarietà, contengono messaggi positivi per la liberazione dell’uomo. L’unica critica che mi sento di fare ai credenti (quelli che nulla hanno a che fare con la gerarchia ecclesiale) è quello di essere spesso rinunciatari (non è il tuo caso, don Giorgio) e subalterni. Se chi vive veramente il messaggio evangelico facesse sentire forte e chiara la propria voce di dissenso verso la gerarchia, verso chi ritiene di avere il monopolio esclusivo (vedi dogma dell’infallibilità del papa), molte cose potrebbero cambiare, molto spesso potremmo incrociare le nostre strade di affamati di giustizia.
Perché metterci la faccia, essere in prima linea nella difesa degli oppressi non può che vederci insieme. (Alberto)
* Di fronte a tanta grandezza umana e spirituale e ad una così profonda sofferenza si deve chinare chinare il capo ed ammettere la nostra (MIA) pochezza. Grazie, Don Sandro.
Il tuo esserti sacrificato non sarà vano agli occhi di quel DIO nel quale tu, come molti altri, credi. (Leonardo S.)
 


 
18 settembre 2009
 
* Se mi permetti, caro Angelo, preferisco stare dalla parte di don Milani, don Mazzolari, san Francesco e… don Sandro. Forse non ci intendiamo sui termini: è proprio perché amiamo la Chiesa, quella di Cristo, che contestiamo una certa struttura. Ma ciò non significa abbandonare la Chiesa. E’ chiaro che non potremo mai distruggere la struttura, ma almeno cerchiamo di darle un’anima: far sì che la struttura sia al servizio del Cristo radicale.
Che significa vivere il vangelo? Posso anche capire ciò che intendi: il Vangelo è ovunque, anche fuori della Chiesa. Ma perché non cercare di convertire questa Chiesa-strutturale? Nessuno ci è mai riuscito? Perché esiste forse una realtà perfetta? In ogni cosa una struttura ci vuole. Si può annunciare il vangelo senza una struttura? Non facciamo gli utopisti tanto per farlo! (don Giorgio de Capitani)
 


 
19 settembre 2009
 
* Scusate, io non sono un teologo, ma non mi pare che nella dottrina cattolica i Sacramenti siano noccioline! Don Sandro si sarà impegnato oltre ogni limite nella difesa dei lavoratori, ma se anni passati a fare il prete operaio ti portano a dire che: a) il Battesimo non è in sé salvifico; b) l’Estrema Unzione è solo un modo per accompagnare il morente; c) nell’Ostia non c’é realmente Gesù Cristo, a me sembra un po’ inquietante: c’è da sorprendersi se i Vescovi lo hanno mazzolato?
Un prete che ti nega il dogma dell’Eucaristia non è come dire bau bau micio micio… (Giuseppe Casiraghi)
* Anzitutto, Giuseppe, non fare lo spiritoso su un prete che, pensala come vuoi, è sempre da rispettare per il suo impegno cristiano tra gli operai. E poi, bisognerebbe avere anche l’umiltà di leggere bene gli scritti di don Sandro. E’ facile passare subito a dire: è un eretico! Una frase non va mai tolta dal suo contesto. Dunque, stai attento a far dire a uno ciò che non intendeva dire.
Infine, non sarebbe ora di rivedere anche i Sacramenti, sul modo con cui vengono amministrati, sull’atteggiamento di fede di chi li riceve? I Sacramenti hanno subìto lungo la storia una tale incrostazione che potrebbe averli svuotati della grazia di Cristo, la quale grazia è liberante in tutti i sensi, in quel senso che è l’incarnazione di Cristo. Se non capisci, stattene zitto! (don Giorgio de Capitani)
* Ho scritto una breve e-mail a Don Sandro e ne ho ricevuto una brevissima risposta. C’è qualcosa che, materialmente, possiamo fare? (Elle Gi)
* Grazie Don Giorgio per avermi fatto conoscere questa altissima testimonianza di Don Sandro. Difficile trovare non solo sacerdoti, ma persone come Voi che vivono il Vangelo nella totalità e l’opzione per i poveri è parte integrante della Vostra esistenza. A entrambi chiedo una preghiera. (Remo)
 


 
20 settembre 2009
 
* Grazie Don Giorgio x avermi fatto conoscere quest’altro Prete vero, che ha interpretato quel Ruolo nell’unico modo che io credo possibile, e cioè accanto agli Ultimi del mondo. (Giorgio Casciarri)
 


 
21 settembre 2009
 
* Grazie don Giorgio per la sua lunga esposizione piena di verità e realtà vissute da lei e dal suo amico don Sandro, non trovo parole ho letto tutto e sono stanco, forse perché non più giovane. Dio vi benedica… A risentirci. Buona giornata. (Aurelio)
 


 

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