Distruzione creativa?

Sguardi dalla stiva


 
Il futuro del lavoro non può prescindere da una lezione che abbiamo percepito durante questa crisi. Le recessioni, quando sono gravi e prolungate, sono devastanti quasi guanto le guerre. Negli anni Trenta l’economista austriaco Joseph Schumpeter coniò il concetto della «distruzione creatrice»: l’idea che l’economia di mercato deve passare attraverso queste fasi sconvolgenti e traumatiche, per partorire nuovi slanci di sviluppo e di innovazione.
Certo, la distruzione può anche essere creativa, ma c’è una distinzione importante tra le vittime dei suoi danni. Quando un crac di Borsa riduce ai minimi storici il valore delle azioni, c’è sempre la possibilità che in futuro le quotazioni risalgano. Quando una spirale di bancarotte e insolvenze polverizza il valore di risparmi investiti in obbligazioni, gli ottimisti possono sperare in un successivo recupero dei mercati.
Ma se la recessione espelle dall’attività milioni di lavoratori, l’effetto di lungo periodo è molto diverso. L’essere umano non è un pezzo di carta, un asset il cui valore dopo essere crollato può risalire velocemente. I licenziamenti distruggono la fiducia, l’autostima, l’immagine di sé, l’allenamento al lavoro, all’interazione coi colleghi. Il saper fare di quei lavoratori si disperde. La loro fibra umana, il loro carattere, è sotto choc. La depressione – quella psichica – è in agguato. Un patrimonio fatto di anni di consuetudine a lavorare dentro una comunità, una rete di relazioni umane, può essere distrutto in modo quasi irreversibile.
A differenza di altri «fattori produttivi» come il capitale e le tecnologie, l’uomo è una macchina delicata che può guastarsi o arrugginirsi in modo irreparabile. I danni inflitti dalla disoccupazione di lungo periodo non si ribaltano con la stessa dinamica con cui la Borsa può rimbalzare. Interi pezzi di società possono subire un impoverimento permanente dei loro talenti. Perciò la crisi ci costringe a riscoprire un imperativo della democrazia, la difesa del diritto al lavoro.
 

Federico Rampini

(da Federico Rampini: “Le dieci cose che non saranno più le stesse”)


 

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