Un futuro vuoto

Sguardi dalla stiva


 
 
Il mio nome è Stefano Gavioli, ho 49 anni, sono nato a Mantova,
Lavoro, o meglio, lavoravo in un’azienda che produce idropulitrici e aspirapolvere. L’azienda si trova nel basso mantovano.
Sono un operaio, con qualifica di terza. La cosiddetta manovalanza generica. Delegato Sindacale. Faccio parte dell’RSU aziendale,
Sì, sono un Delegato Sindacale e un noto rompiscatole.
Per l’appartamento pago un affitto di 350 euro, più, circa 120 euro mensili di spese condominiali. Con quel che rimane, alla fine, non ci sono da fare grandi festeggiamenti.
Non c’è giorno che non spulci e rispulci le spese.
Soprawivo come una sorta di autorecluso.
Sono in Cassa Integrazione ordinaria da più di 10 mesi, a zero ore. Il 4 maggio 2009 è stato il mio primo giorno di Cassa Integrazione. Da allora non sono più rientrato sul mio posto di lavoro. E non ci rientrerò mai più. Il mio, in quella fabbrica, è un destino segnato. E nella mia stessa situazione ci sono una ventina di persone. Venti persone scaraventate in un angolo, come spazzatura in discarica: rifiuti. Non serviamo più.
Nonostante l’azienda abbia richiesto la Cassa Integrazione per tutti i dipendenti, coloro che rimangono sempre, perennemente a casa, siamo noi 20. L’azienda, per sua scelta, non fa rotazione. La dirigenza ci ha spiegato, agli incontri coi delegati sindacali, che non fa rotazione per esigenze produttive.
Purtroppo, su questo punto, devo dissentire. Dissento, perché l’azienda usa la Cassa Integrazione come un’arma: la resa dei conti.
Un’arma per liberarsi del personale sgradito, coloro che considera gli indesiderabili. Noi, a sentir loro, siamo la rovina dell’azienda.
Tra noi 20, a parte due Delegati Sindacali rompiscatole, ci sono invalidi, persone con problemi di salute, lavoratrici non giovanissime, e persone che chiedono dignità sul posto di lavoro.
Già… la dignità. Un qualcosa di inconcepibile, su molti posti di lavoro.
Noi 20 a casa, siamo utilizzati dall’azienda come spauracchio, come forma di ricatto per gli altri lavoratori: “Non farti venire strade idee, altrimenti fai la fine di quei 20”. Di quei 20 lavativi.
Minacciano chiunque chieda anche un semplice cambio di mansione, o si lamenta del freddo. Alla minima richiesta, un operaio si trova in Cassa Integrazione. In Cassa Integrazione definitiva. Tombale.
E allora tutti, per paura, se ne stanno zitti. È giusto? Non è giusto?
Di sicuro la legge glielo permette. Di sicuro non è l’unica azienda ad operare in questo modo. Molte altre seguono lo stesso modello comportamentale. E di sicuro, come troppo sovente accade, sono i più deboli, i più disagiati, coloro che pagano il prezzo più alto.
No, in molte fabbriche non esiste diritto. Esiste la legge della giungla. Più di duemila anni di civiltà …e siamo ancora alla legge della giungla.
L’unica prospettiva che mi rimane per il futuro, è di accedere alla Cassa Straordinaria. Poi, per me, ci sarà la mobilità.
Con la Cassa Integrazione porto a casa, di media, all’incirca 700 euro mensili. E, tutto sommato, mi ritengo finora fortunato.
La busta paga è regolare. L’azienda anticipa la mensilità.
Che sono fortunato me Io ripete di continuo, agli incontri ufficiali tra dirigenza e delegati, anche la figlia del mio datore di lavoro. Sono fortunato perché in altre aziende, anche vicino a noi, non succede lo stesso. In altre aziende, è molto peggio. In altre aziende non pagano neppure i lavoratori, altroché l’anticipo. Le società falliscono, ristrutturano, oppure i proprietari scappano con i soldi.
Tra operai e impiegati, siamo rimasti all’incirca 250; in tempi andati, più floridi, siamo stati anche vicino ai quattrocento.
Coloro che hanno scoperto un futuro altrove, hanno fatto le valige.
La mia azienda ha già delocalizzato parte della sua produzione e il progetto industriale è di produrre sempre più in Cina. Anzi, più volte, ci è stato comunicato che la delocalizzazione è necessaria, permette di tenere i costi bassi. Avremmo già chiuso da tempo, senza la capacità di poter reperire materiali a costi ridotti all’osso. Difatti in Italia abbiamo quasi eliminato del tutto pure l’indotto. Nessun artigiano o terzista lavora quasi più per noi.
Un giorno il mio datore di lavoro, quando avevamo ancora uno straccio di dialogo, mi preannunciò che saremmo finiti tutti a lavorare per i Cinesi. “Costano molto meno, e lavorano di più”. Sapeva quel che diceva.
La crisi economica mondiale che ci ha travolti, ha soltanto accentuato e affrettato il progetto di trasferimento. I segnali che ci arrivano da molti mesi, sì, dimostrano una effettiva difficoltà.
Ma anche la volontà di alleggerirsi di una struttura obsoleta, dove da 15 anni le linee di produzione sono le stesse, dove si è poco investito. Si è poco investito, perché il progetto industriale era quello di emigrare o investire in altri settori. In altri settori dove il rischio è minore. Nella finanza creativa, magari.
I segnali che interpretiamo, li interpretiamo grazie al Sindacato e alle Amministrazioni Locali. Li interpretiamo perché con noi l’azienda non dialoga più, da mesi. È chiusa a riccio, sempre restia a dare informazioni, Alle nostre insistenze risponde infastidita. E i segnali che ci arrivano sono che, nella sede di Mantova, più che di produzione si parla soprattutto di commercializzazione. Si produrrà altrove e qui si distribuirà soltanto. E, con ogni probabilità, con marchio Italiano.
È un qualcosa di contagioso. Ed è un qualcosa che si può realizzare. Molti imprenditori non vogliono più produrre in Italia. Si fabbrica in Cina, o in un altro Paese, dove il costo del lavoro è molto più basso, dove i diritti sono più elastici, dove le norme di sicurezza sono pressoché nulle, e non si sta troppo a cavillare sulle tutele ambientali.
È il profitto senza regole che cercano gli imprenditori. Un profitto che non risponde a nessuna collettività, né alla salvaguardia della salute o dell’ambiente. Un profitto che arricchisce imprenditori e i loro azionisti e che fa razzia tutto quello che sta loro intorno.
Quello che sarà il mio futuro, no, non lo so. Di sicuro, seguirò tutto la trafila degli ammortizzatori sociali e poi sarò lasciato a casa.
E, alla fine, alla mia età, con la reputazione che mi ritrovo, e col modesto curriculum che posso presentare, non credo di avere un gran futuro come dipendente. Non sarà facile per me trovare un posto di lavoro. Le aspettative sono rasoterra. Dovrò inventarmi qualcosa.
Ma, forse, incredibilmente, ce la farò. Invece, per molti dei miei 20 colleghi (molti di essi sono donne non giovanissime) credo che sarà molto difficile.
 
 

Stefano Gavioli


 
 

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