Nella crisi e dopo la crisi. Ricadute e prospettive

Sguardi dalla stiva


 
Di ricadute della crisi e di prospettive parlavamo recentemente tra PO: lì mi sono accorto che le mie parole erano un torrente di una desolante negatività su tutto il fronte. Provo a riesprimermi in maniera più ordinata, nella speranza di scovare qualche prospettiva positiva nascosta sotto la desolazione.
Con la crisi attuale mi sembra che si sia compiuto un processo di smantellamento delle resistenze di classe nei paesi in cui la classe operaia si era almeno parzialmente strutturata come polo antagonista.
Distrutte, o smembrate al loro interno, le grandi concentrazioni operaie, una resistenza di classe come quella che abbiamo tentato (sì, ne abbiamo fatto parte anche noi!) finora nei paesi industrializzati è apparentemente impossibile: il capitalismo attuale può dormire sonni tranquilli; tanto più tranquilli quanto più forti sono gli eserciti nazionali a totale disposizione delle classi dominanti.
Limitando lo sguardo agli ultimi 3 decenni, la traiettoria esemplare della Corea (uno dei più importanti paesi del sud del mondo in cui il capitale aveva trasferito le grandi produzioni) merita di essere richiamata (purtroppo, la mia ricostruzione è sommaria…): prima una forte e veloce crescita della classe operaia (erano gli anni delle “tigri asiatiche”), poi una straordinaria forza espressa dalle prime lotte ed una altrettanto veloce opera di smantellamento delle situazioni più “pericolose”, fino alla scelta della delocalizzazione altrove di ciò che era ingestibile. Ed è esploso il capitalismo cinese…
Il futuro a questo punto sta nella Cina e nell’India; in India forse sarà meno cupo che in Cina…
Secondario, anche perché assolutamente imprevedibile, il futuro dei paesi del Nord del pianeta (almeno per ora è ancora Nord!) dove le migrazioni sempre più massicce scombussoleranno le nostre cosiddette civiltà.
Le ricadute sulle condizioni di vita e di lavoro? Pesantissime, ovviamente. Disoccupazione a gogò, precarietà sempre più diffusa, salari sempre più di sopravvivenza. E mercati sempre più a rischio di collasso (anche perché non è prevedibile uno sviluppo all’infinito del mercato cinese).
Fino a quando? C’è chi spera e prepara una qualche rivoluzione, più o meno violenta. E c’è chi si augura che arrivi (dal cielo?) un nuovo Henry Ford (questa volta collettivo, magari) che rideciderà di raddoppiare i salari per far di nuovo fiorire il mercato…
Altre prospettive proprio non ce n’è? A breve mi sembra impossibile prevederne.
In questo grande “vuoto”, però, resta libero il grande spazio per l’opera di costruzione dell’uomo nuovo sognato dal Che, senza il quale non è possibile attenderci cambiamenti radicali.
Sapendo bene che l’uomo nuovo è prima di tutto da sperimentare a partire dalle nostre relazioni personali; che è possibile ricercare l’uomo nuovo solo se prima di tutto lo cerchiamo a partire da noi stessi…
Come prospettiva, io credo che questa sia sufficiente a dar senso alla mia vita e alla vita delle persone attorno a me (i fratelli e le sorelle di cui parla il Vangelo?) e ad altre due generazioni più in là.
Bene. Ho trovato… e perciò continuo il cammino: perché è “camminando che si apre cammino”.
 

Luigi Consonni


 

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