Lo spazzino diventa prete e rimane spazzino

Frammenti di vita


Quando una persona incontra un testimone, un uomo di Dio, penso che difficilmente se lo dimentica. Come la vita semplice di nostro Signore ha toccato il cuore dei discepoli, così anche noi oggi possiamo incontrare “altri cristi”.
Grazie a Dio anch’io ne ho fatto esperienza.
Don Alessandro, il mio parroco, mi ha “regalato” Dio e penso che sia stato proprio lui a farmi venire voglia di fare il prete… D’altra parte, venendo da una famiglia contadino-operaia ho visto fin da piccolo il grande valore e anche la fatica del lavorare per vivere dignitosamente: penso a mio nonno, a mio padre morto a 42 anni sul lavoro alle mie “vacanze” in campagna.
Queste due cose sono state sempre nel mio cuore: essere prete e il lavoro… Infatti prima ho studiato meccanica e poi la teologia a Venegono. Durante questi anni l’esperienza pastorale e una lettura attenta del Vaticano II mi hanno ulteriormente incoraggiato nel provare a “saldare le due cose”: perché non fare il prete lavoratore? Già Gesù e San Paolo… e poi la parola “diocesano” non significa “parroco” a tutti i costi.
Credo fermamente che la missione del prete, diocesano soprattutto, consista nel manifestare quotidianamente l’amore di Dio che si fa prossimo all’uomo, ovunque esso si trovi, cresca, viva, fatichi; attraverso l’annuncio del Vangelo unitamente ad una cura ed attenzione che sono proprie della vera comunione, quello “stare con” che chiama a rischiare la reciprocità del ministero, nella vita di tutti i giorni, tra la gente e le sue preoccupazioni.
Ecco perché credo sia importante ripresentare ai giorni nostri la figura del prete lavoratore, seppure rivista e reinterpretata anche alla luce della realtà diocesana, quale occasione di arricchimento e mai di alternativa alla ordinaria vita della parrocchia, che è centrale e costitutiva. Animato da questa intuizione ho chiesto e ottenuto dai miei superiori di sperimentare concretamente il mondo del lavoro prima di accedere al diaconato.
Durante questo periodo (quasi due anni) ho constatato la possibilità di coniugare l’esperienza dell’occupazione quotidiana e la vita pastorale. Nell’officina di Sesto S. Giovanni ho imparato tante cose: la bellezza del creare con il tornio a CN, l’attenzione alle macchine che ti tirano e l’amicizia tra i colleghi e, incredibile, anche con il capo, e il maturare certi aspetti della vita che senza l’esperienza non puoi vederli.
Nella comunità di Cinisello Balsamo risiedevo con don Marcellino, responsabile nazionale del Prado, e anche lì un modo di essere prete diocesano davvero bello.
In seguito a diversi colloqui avuti coi superiori si è giunti a ritenere che tale mia inclinazione dovesse incardinarsi in una diocesi in cui la figura del prete lavoratore avesse già avuto in passato una sua positiva realizzazione e fosse meglio compresa pastoralmete anche dai fedeli, senza costituire un elemento di contrasto. Così sono passato dalla grande città di Milano alla piccola provincia di Biella, dove per anni don Alberto Basoletto ha fatto il prete operaio, in modo davvero “cattolico”.
Ora faccio un lavoro di “concetto”, lo spazzino in una cooperativa sociale, insieme a ragazzi in dífficoltà e sto lì tranquillo a vedere le meraviglie del Regno di Dio. Sarò prete a fine ottobre. Che dire? “Ringraziamo il Signore” e speriamo che il piccolo seme gettato dai preti operai porti molto frutto. Comunque per finire, vi devo dire che è proprio bello vivere il ministero in questa maniera. Provare per credere.

Marco Vitali