2009 Bergamo / Terremoto in Abruzzo

Convegno di Bergamo 2009
L’IDOLO È NUDO: METAMORFOSI DEL CAPITALISMO
Interventi e riflessioni


 
 
Mi pare doveroso far precedere questi spunti di riflessione sul terremoto d’Abruzzo del 6 aprile da una breve premessa. Qui è ancora tutto provvisorio e gli scenari mutano da un giorno all’altro. Pertanto, quanto scrivo oggi, 5 settembre, probabilmente sarà superato quando questa rivista sarà nelle mani dei lettori.
Oggi inizia lo sgombero ufficiale della tendopoli più affollata dell’Aquila, quella di piazza d’Armi e nessuno conosce ancora i criteri con i quali verranno scelti gli inquilini delle nuove destinazioni, tanto che, all’ingresso della tendopoli, uno dei comitati spontanei sorti dopo il sisma, ha predisposto un servizio di sorveglianza per verificare se gli “spostamenti” sono forzati o spontanei.
E veniamo al racconto, basato su testimonianze raccolte direttamente.
Giorni fa una mia amica, che vive in una tendopoli con i suoceri, i genitori e la
propria famiglia, mi ha detto che è tornata a dormire in macchina perché non ce la fa più a sentire gli anziani piangere sistematicamente tutte le notti. Più passa il tempo più le persone, specie quelle avanti negli anni, sono segnate da questo evento terribile. Il loro pianto notturno è emblematico: quello che non riescono a esprimere di giorno lo esternano di notte. E poi c’è l’aspetto economico: pensiamo a chi aveva appena finito di restaurare la casa o l’aveva comprata da poco accendendo un mutuo e si è ritrovato con la casa completamente distrutta e il mutuo da pagare. Ogni persona, secondo me, vive un suo proprio dramma.
A Goriano Sicoli, un paese a una quindicina di chilometri da Sulmona, è crollata una scuola elementare ristrutturata di recente con lo stesso criterio disastroso di S. Giuliano (terremoto nel Molise del 31 ottobre 2002). L’hanno appesantita con un cordolo di cemento che ne ha causato la completa distruzione. Se il terremoto fosse avvenuto di giorno avrebbe seppellito una cinquantina di bambini. Questo per spiegare come funziona la prevenzione dalle nostre parti.
Il 30 marzo di quest’anno, sei giorni prima del terremoto, il sindaco de L’Aquila aveva consultato la Commissione grandi rischi, la quale lo aveva rassicurato che tutto era sotto controllo. Nonostante questo parere tranquillizzante, il sindaco aveva chiuso le scuole primarie di sua competenza. E meno male che la scossa distruttiva si è verificata nel cuore della notte; di giorno con le scuole piene e l’università in funzione avrebbe provocato oltre 5.000 morti.
Alcuni amici di Paganica dopo il 6 aprile continuavano ad avvertire scosse molto forti; per accertarsi della magnitudo e dell’epicentro sono andati a consultare il sito ufficiale dell’istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Curiosamente per un certo periodo le scosse non risultavano, poi hanno ricominciato a essere segnalate. Evidentemente nascondevano questo dato per un eccesso di… prudenza.
I sindaci delle zone colpite sono andati a protestare davanti a Montecitorio contro il decreto sul terremoto. I nodi da sciogliere sono soprattutto due. Finita l’emergenza, i sindaci chiedono che venga trasferita a loro la responsabilità non solo di gestire i finanziamenti, ma anche di scegliere i siti per la ricostruzione. A Barisciano, ad esempio, la Protezione civile ha scelto un sito che gli amministratori giudicano non idoneo perché penalizza gli anziani. E poi c’è il problema della ricostruzione a carico dello stato delle seconde case. La situazione de L’Aquila è molto particolare perché le seconde case non appartengono a chi è un ricco possidente, ma vengono quasi tutte adibite a residenze per studenti, impiegati, infermieri. Ora, se lo stato non interviene in maniera totale nella ricostruzione delle seconde case, anche chi ha la prima casa all’interno di un palazzo non può pensare di ricostruirla, quando quella dell’inquilino del piano inferiore resta inagibile. E si creano allora situazioni veramente tragiche.
I comitati spontanei locali chiedono al governo di applicare all’Abruzzo il decreto di ricostruzione varato per l’Umbria: per quella regione lo stato si è accollato completamente l’onere della ricostruzione della prima casa, per la seconda ha assicurato il ripristino della struttura portante che poi il proprietario ha potuto rifinire a suo piacimento. Nel decreto questo non c’è e una simile omissione costituisce l’oggetto del contendere. Eppure la situazione de L’Aquila è più grave di quella dell’Umbria. Qui — tra l’altro — c’è un intero centro storico da ricostruire.
Ma ci sono davvero i soldi per la ricostruzione? A tutt’oggi nessuno ha mai voluto fornire un resoconto dettagliato dei fondi arrivati in maniera copiosa alla Protezione civile. Quando, in una pubblica assemblea di terremotati, è stato chiesto a Bertolaso un tale rendiconto, ha risposto che tale domanda va rivolta alla Corte dei Conti!
Per quanto riguarda i soldi pubblici, prima si è parlato di 10 miliardi, poi di 8, alla fine c’è quanto basta per costruire 4.500 case per 13.000 persone. Ma gli sfollati da sistemare, al momento sono 35.000.
Un governo che vuole risolvere il problema dei terremotati deve avere il coraggio di trovare i fondi facendo tagli su altre voci di bilancio. Invece l’8 aprile la Commissione Difesa della Camera ha approvato l’acquisto di 131 F35, cacciabombardieri di attacco e difesa, per un costo di 15 miliardi di euro, una cifra superiore a quella prevista per la ricostruzione in Abruzzo. Se il faraone d’Italia rinunciasse al ponte sullo stretto di Messina o il governo esercitasse una sorveglianza più stretta sull’evasione fiscale, i fondi si troverebbero. Per il momento però non ci sono e gli amministratori lo sanno benissimo.
La situazione prevista per i prossimi giorni è la seguente: 35.000 persone senza casa – 4.900 alloggi disponibili nel Progetto C.A.S.E.
I Comitati cittadini continuano a denunciare gli effetti machiavellici, complicati, spesso contraddittori e soprattutto antidemocratici che la grande macchina per la ricostruzione dell’Aquila, messa in piedi dal Governo e Protezione Civile, ha stabilito sopra la testa degli abitanti di questo territorio.
Da tempo i comitati denunciano l’aspetto fallimentare della ricostruzione attraverso il piano C.A.S.E. perché:
• insufficiente a dare un tetto da settembre a tutti coloro che non hanno la propria casa agibile;
• disgregante dal punto di vista sociale, visto che la popolazione si troverà ad essere deportata su lotti sparsi sul territorio, periferie anonime lontane dal contesto urbano originario, fatte di cemento e ferro, architetture sicuramente antisismiche ma estranee ai propri luoghi, culture e tradizioni;
• costoso, visto che il piano C.A.S.E. costa 530 milioni di euro (escluso espropri, spese tecniche, urbanizzazioni e arredi) per realizzare circa 4.900 alloggi e coprire in totale soltanto 16.000 posti letto; con la stessa spesa si potevano prevedere 8.000 moduli removibili ad alto contenuto tecnologico (dì costo circa 65.000 euro l’uno) per coprire un totale di circa 26.000 posti letto.
I terremotati chiedono da tempo la possibilità di installare moduli removibili ad alto contenuto tecnologico e case in legno, così come è stato chiesto anche dai comitati genitori per le scuole.
Bisogna dare la possibilità a tutti gli abruzzesi di tornare a vivere nei propri paesi e non spendere altri soldi per affitti e alberghi e liberare risorse economiche per iniziare subito la fase di ricostruzione dei centri storici e delle zone rosse.
Voglio concludere con una mia personalissima sensazione che, naturalmente, mi auguro si avveri. La sensazione è che gli abruzzesi si siano tenuti dentro tante cose. Si siano fidati accumulando dubbi. Sulla riva della protezione civile arrivavano piccole e medie onde costituite dal lavoro dei piccoli comitati. Un’effervescenza che ha portato a riva qualche volta delle onde più grosse ma controllabili e sempre controllate. Sta arrivando da lontano, qualcuno l’avverte all’orizzonte, l’onda. Sommergerà anche chi pensava di trovarsi di fronte una popolazione arrendevole e servile. Apparentemente arrendevole e servile. Gli abruzzesi hanno dato a Protezione Civile e Berlusconi la loro fiducia. Se viene tradita (e ce ne sono tutte le avvisaglie), arriverà l’onda.
 
 

Pasquale Iannamorelli


 
 

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