2009 Bergamo / La povertà come antidoto all'idolatria

Convegno di Bergamo 2009
L’IDOLO È NUDO: METAMORFOSI DEL CAPITALISMO
Interventi e riflessioni


 

Sarà perché nella vita…

 
Nino è un signore oltre la settantina, non sposato, con alle spalle una vita da salariato agricolo. Vive da solo, dopo la morte della mamma. Tre anni fa gli viene diagnosticato un tumore al colon. Si fida dei consigli del suo medico di base e affronta con urgenza l’operazione. Non l’ho mai visto inquieto: né prima, né dopo l’intervento, né durante i vari cicli di chemioterapia. Ora sta bene: lui dice che non era la sua ora.
Sono passato da lui qualche tempo fa: è un piacere la sua compagnia, anche perché il tempo lo si trascorre parlando della nostra salute, di quanto ci succede nella vita, di quello che ti raccontano alla televisione. Il parlare con lui mi trasmette sicurezza.
“Come stai, Nino?”. “Bene; e lei reverendo?”. Non riesce a ‘darmi del tu’: dice che non è per tenere le distanze ma perché è stato abituato così…
“All’ultimo controllo in ospedale cosa ti hanno detto?”. “Va tutto bene. Mi hanno consigliato però di ‘stare indietro col mangiare’. Quando eravamo giovani – lei si ricorda – avevamo una fame da lupi e non c’era niente in casa. Adesso che nel frigorifero non mi manca niente, ‘devo fare la dieta’. È una bella scalogna!”.
Ci scappa a tutti e due una risata.
E poi, all’improvviso, mi dice: “Ma sa, reverendo, che non ho mai avuto paura della morte: nemmeno quando mi hanno detto che avevo un brutto male. In ospedale ho provato molto dolore, ma il pensiero che avrei potuto morire presto non mi ha fatto paura. Sarà perché nella vita non ho mai invidiato o fatto del male a qualcuno! “.
Sono certo che Nino si sarebbe trovato a suo agio se avesse partecipato ai nostri ultimi due incontri di Bergamo. È uno che ha trascorso la sua esistenza da povero, nel senso che ha usato delle cose senza farne idoli che lo tenessero in schiavitù.
Un uomo povero che si è mantenuto libero: capace cioè di sentire il gusto e la bellezza delle cose semplici, perché non assillato dalla concupiscenza di possederle e dominarle. Nino non si è fatto ‘padrone’ nemmeno della sua vita, infatti non ha mai avuto paura di perderla: ha vissuto e vive in libertà, sciolto nella leggerezza che gli viene dal non essere schiavo delle cose, dal possedere il gusto della vita e delle persone che incontra.
Scrive Arturo Paoli: “La povertà evangelica è pace del cuore, che è il risultato della liberazione dalle voglie. La povertà è l’ancella della libertà, che libera dall’inquietudine di essere povero. La povertà è liberazione da un certo tipo di angoscia, come pace dello spirito.
Però la ‘povertà’ è una parola che ha fatto ben presto paura alla Chiesa. Ha cominciato quasi subito a negoziarla con mammona. Mc. 7,13: “Per mezzo della tradizione che voi insegnate, fate diventare inutile la parola di Dio”.
“Beati voi poveri…” per il Signore è sempre stato un precetto non negoziabile:
mentre nel corso della storia della Chiesa è diventato un semplice ‘consiglio evangelico’.
Quanto è difficile rinunziare alla tutela di quei sistemi che ti garantiscono sicurezza!
 

Per una società della convivenza

 
Scrive Roberto Mancini: “In una società in cui il fine è la mera sopravvivenza, la vita teme sia la morte che la felicità: in una società ridotta a pura economia avviene l’eclissi della speranza che è l’unica forma di passione, di risveglio, di risposta che permette di uscire dall’incubo di una vita mortificata”.
La vita è come il respiro, che non puoi trattenere per te o accumulare. La vita, nell’anelito che la fa respirare, non può cercare solo la sopravvivenza. Ridurre ogni cosa a economia significa fabbricare un sistema in cui la sopravvivenza bruta si sostituisce alla vita: la sopravvivenza diventa così lo sforzo di vivere al di sopra degli altri, senza e contro di loro.
Noi siamo fatti per la felicità, ma in questa corsa della vita, in questa furia di vivere che ci prende tutti, non ci preoccupiamo di moltiplicare dentro di noi le sorgenti interiori che sole danno la felicità.
Il problema vero del nostro mondo non è la scarsità di pane, ma la povertà di quel lievito che ci chiama a fare di tutto ciò che abbiamo un segno / sacramento di comunione.
Scriveva David M. Turoldo a commento di Gv. 6,1-15: “La mia tentazione è di non chiamarlo miracolo della moltiplicazione, ma miracolo della distribuzione. Credo che sia più facile moltiplicare il pane, che non distribuirlo. C’è tanto di quel pane sulla terra che a condividerlo basterebbe per tutti”. Ma una civiltà della sopravvivenza resta incompatibile con una società della convivenza, dove convivere vuol dire sentire e sapere che la nostra vita è aperta a quella di tutti gli altri.
È chiaro che la speranza di cui parla Mancini non è la speranza di una parte dell’umanità per se stessa, non è la brama di vincere su qualcuno; ma si tratta di una speranza per tutti, nella cui visione si riconosce che il bene degli uni non è compatibile con il male degli altri: la speranza può essere un bene solo condivisibile.
La speranza non è un semplice invito all’ottimismo, ma è un movimento della responsabilità. Ed è precisamente questa speranza, connubio di pazienza e passione, che ha permesso le varie ‘primavere della storia’. 
 

Gianni Alessandria


 

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