1989 Salsomaggiore / Devo cercare ora molto, molto di più

“PRETIOPERAI QUALCHE ANNO DOPO”
Convegno nazionale 1989

Interventi personali (2)


Da un anno e mezzo sono ritornato alla busta paga. Non al vero e proprio lavoro dipendente perché sono socio lavoratore in una piccola coop di servizi. Però il ricevere, dopo tanti anni, di nuovo una busta sulla quale sono segnate le ore, la paga oraria, le ritenute, ecc., mi ha fatto rientrare in un mondo, mi ha ridato di esser di nuovo dentro un meccanismo di lavoro che non stava più tutto nelle mie mani. Dopo la lunga parabola artigiana, per due anni avevo vissuto di quel lavoro nero (non solo africano!) che ti fa davvero guadagnare tanto di più.
Ma al lavoro della busta paga non ci sono arrivato per caso. Alla attuale modalità di lavoro forse sì, ma prepotente era in me la voglia di misurarmi di nuovo all’interno di una situazione di lavoro che non dipendesse totalmente da me. Mi sembrava di non poter più approfondire il discorso di solidarietà del volontariato e della condivisione delle realtà emarginate senza ripropormi, anche personalmente, il problema delle strutture in cui la vita collettiva è incanalata. Così il lavoro dipendente con tutte le sue regole e i suoi meccanismi.
In un momento in cui – me ne rendo conto benissimo – le speranze sembrano essere messe realmente a dura prova, io rientro nel vivo delle cose. Illusione, disperazione, nostalgie, o piuttosto lucidità e capacità rinnovata e più realistica di stare dentro il mondo del lavoro, nodo sempre essenziale del cambiamento sociale?

Mi accorgo solo di riuscire sempre più a chiamare le cose con il loro nome: e a non averne paura. Mi accorgo anche della inadeguatezza della mia condizione di lavoro: realtà umile e povera. Ma capisco fin troppo bene che questo sistema non tollera sacche di resistenza. Al massimo palestre imbelli e disarmate, buone solo ad ammortizzare gli effetti dolorosi della ingiustizia sociale. Non voglio essere confinato in una riserva, sia pure ammantata di medaglie al merito della redenzione sociale. E, se vado in Etiopia, è perché mi è richiesta una “professionalità” e mi viene pagato lo stesso salario che avrei in Italia; con il vantaggio che là posso andare a dormire presto.
Capisco sempre di più che, alla radice di ciò che mi ha portato vent’anni fa al lavoro in un modo che fu per me misteriosamente indolore, c’era il desiderio profondo di un confronto diretto e non mediato con la realtà. E un poter vivere in libertà la fede.

Non è molto invece che mi sono accorto di quanta fatica abbia fatto durante così tanti anni per vivere un sacerdozio ripulito, evangelicamente pastorizzato (il mio “acuto” fu forse proprio la messa celebrata in occasione del Convegno dei PO a Viareggio), prima di capire che la libertà della fede esigeva un confronto più serio con questa mia identità.
Ho cercato – in questi ultimi anni – di andare oltre l’accoglienza serena ed equilibrata del doppio mandato (uno dalla vita e l’altro dalla fede) dopo i travagli schizoidi inevitabili negli anni ruggenti.
Ho cercato di far affiorare cose vecchie e nuove senza più nasconderle o rifiutarmi di affrontarle: nel lavoro, nel socio-politico, nell’ecclesiale, nell’interpersonale.

Non sono più un prete laico. O meglio, non ne ho più la consapevolezza. Dopo aver cercato a lungo per la pista di un sacerdozio che chiamavo “feriale”, per distinguerlo da quello ‘festivo” dedito alla sacramentalizzazione rituale, ho capito di dover andare oltre questa distinzione per cogliere il senso di un servizio ministeriale legato ad un segno di fede ancora di più innervato nella vita.
Mi ha reso pienamente cosciente – come un’illuminazione – un discorso di Padre Alessandro Zanotelli riportato su
Testimonianze:

Mi ritornava allora alla mente la grande sfida che l’amico Padre Dalmazio Mongillo, di passaggio a Nairobi, mi aveva posto in un colloquio talmente intenso che mancava solo il pane perché fosse eucarestia: “Quando sarai con loro nei bassifondi — mi disse — cerca di scoprire quell’invisibile sacramento che permette ai poveri di ricominciare da capo ogni giorno, nonostante tutto”.

So che là, dove sta quell’invisibile sacramento, là c’è anche il mio sacerdozio.
Devo cercare ora, molto, assai molto di più che prima. Trasversalmente rispetto al mio vissuto fatto di tante pezze come il vestito di Arlecchino. Ora so dove posso diventare uno.
Un’altra illusione, un’altra meta che sfumerà come fata Morgana?
Non so. So solo che devo cercare e approfittare anche di questo tempo nel quale stranamente la Chiesa, quella locale, mi concede rispetto e autonomia. So bene che questi spicchi di cielo sereno fanno presto — ohi, troppo presto! — a richiudersi. E spogliarsi, perché c’è il tepore della confidenza, delle difese può voler dire andare incontro a tristi e avvilenti toppate. E’ però condizione perché la lotta si faccia, limpida e chiara. Lotta che passa anche attraverso la cittadinanza nella Chiesa di mandati legati alla realtà del lavoro dipendente e delle realtà povere della vita.
Discorso lungo da chiarire, chè di mandati per evangelizzare non parlo, quanto piuttosto di mandati per accogliere il Vangelo che sprigiona da questi luoghi privilegiati della Presenza del Cristo. E di mandati non so quanti diretti a noi o ad altre possibili figure. Lotta — dicevo — da portare avanti con quella pazienza impaziente che Paulo Freire pone tra le caratteristiche del promotore di cambiamento: pazienza impaziente che sa aspettare e nel frattempo provocare ardentemente ciò che si sta aspettando.

Mi auguro di poter raccontare questa ricerca e di poter continuare ad ascoltare quella parabola da cui tutti noi siamo espressi.

Luigi Sonnenfeld