N°82-83 / La religione del profitto

Presentazione del n° 82-83:
Atti del convegno
L’IDOLO È NUDO: METAMORFOSI DEL CAPITALISMO
Bergamo, 1° maggio 2009


 
 
Mentre stiamo ordinando il materiale per comporre il quaderno che avete tra le mani, si moltiplicano le notizie di lavoratori, di varie categorie, che reagiscono alla prospettiva dei licenziamenti seguendo l’esempio degli operai della INNSE. È il tentativo di sfuggire alla invisibilità imposta da una videocrazia che non ama questi tipi di spettacoli. E visto che in Italia le intimidazioni alla libertà di stampa si fanno sempre più concrete, ecco che la fantasia dell’on. Cazzola, presidente della commissione lavoro della Camera e responsabile del lavoro del Pdl, si spinge a minacciare di “spegnere le telecamere” su questi episodi. La sua risposta è il black-out: “la deriva della spettacolarizzazione delle lotte operaie va interrotta al più presto”.
In realtà queste forme di lotta sono solo la punta di un iceberg di una situazione grave che il governo fa di tutto per oscurare: “esistono centinaia di fabbriche presidiate dai sindacati per licenziamenti e chiusure, solo in pochi casi per disperazione gli operai scelgono gesti estremi, d’altronde imparano dalla politica che la spettacolarizzazione è la scorciatoia giusta.” (S. Camusso, CGIL).
La politica spettacolo. Mi pare che possa essere ben rappresentata da quello spot pubblicitario che mostra una marea crescente di gente che corre dietro al rotolone Regina che non finisce mai. Anche chi non lo rincorre è catturato in pieno da quella folla menata a spasso, fuori dal tempo, in una corsa senza fine e senza senso…
Sempre all’orizzonte spuntano rotoloni che catturano l’attenzione e portano altrove la mente e gli interessi. È un modo di fare politica, anzi sembra imporsi come l’unico modo efficace.
Ebbene, quei cinque operai, appollaiati là in alto sulla gru, ci hanno costretti a fermarci, a guardarli, a sentire le ragioni di una umanità che rifiuta di essere venduta o semplicemente scaricata per la rottamazione. Non c’era nulla da rincorrere. Non c’era spettacolo alcuno. C’era semplicemente la loro realtà e quella di moltissimi altri, uomini e donne, invisibili, resi inesistenti dai mass media dei rotoloni. Sono diventati simbolo perché in molti si sono identificati in loro e nelle loro ragioni.
E siamo nel pieno del paradosso: mentre da un lato il principe dei rotoloni televisivi, il Superman che comanda tutto, grida che si sta uscendo dalla crisi e se la prende con chi non la pensa come lui, dall’altro si estendono le minacce sul futuro di tanti, troppi, lavoratori e le loro famiglie, risucchiati in un vuoto di prospettive, a cui non vogliono rassegnarsi. E si fanno sentire e vedere.
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Le pagine di questo quaderno ci possono aiutare a comprendere quanto sta accadendo. Sono un tentativo di pensare, non rimanendo schiacciati sulla cronaca quotidiana, ma dilatando lo sguardo nello spazio e nel tempo, per andare oltre l’immediatezza. Raccolgono parte della documentazione che ha alimentato il nostro convegno di Bergamo il 1° maggio scorso. In particolare offrono le due ampie relazioni sulle quali si sono articolati i lavori dell’assemblea.
La relazione economica di Daniele Checchi ci conduce con rigore scientifico, attraverso dati e grafici, a sviluppare il tema che gli avevamo assegnato: «Dinamiche della crisi economica in corso: uno sguardo dal basso». Questo sguardo si riferisce alle ricadute che riguardano in particolare le classi popolari e lavoratrici: in sostanza i redditi più bassi.
Per una mattinata intera ci siamo intrattenuti, con attenzione tesissima e con la voglia di comprendere, su un discorso impegnativo ed esigente. Qui viene riportata la prima parte, cioè la relazione, mentre nel prossimo numero pubblicheremo gli interrogativi che sono sorti tra noi e gli approfondimenti del relatore.
Sulla crisi in sintesi si può dire che “fondamentalmente è una enorme distruzione di ricchezza, ma non solo: è anche una rilevante ridistribuzione della ricchezza”.
Comunque il risultato sicuro è che con la crisi “aumentano le disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza… E aumenta la povertà: dalla parte dei più poveri c’è un peggioramento, dalla parte dei più ricchi non è chiaro che cosa stia succedendo”.
Un altro aspetto importante venuto alla luce è lo smascheramento dell’impianto ideologico liberista:
“Si è sciolta come neve al sole l’idea delle politiche liberiste” che prevede il non intervento dello stato nella dinamica del mercato. In tre mesi gli Stati Uniti hanno speso il 7,5% del loro PIL per evitare la bancarotta e anche in Europa il trattato di Maastricht è sparito dalla circolazione. “Se riattribuisco il ruolo allo stato di fare delle politiche, questo va direttamente in controtendenza rispetto all’ideologia liberista che dice che lo stato deve tirarsi fuori dall’economia”. E allora perché gli interventi dello stato, e le risorse di cui può disporre non devono essere orientati in funzione di una maggiore perequazione?
Infine segnalo un elemento importante: nei paesi ove vi sono dei sindacati forti e nei periodi di maggior efficacia sindacale si registra una minore disparità, e quindi maggiore equità, nella distribuzione del reddito tra i cittadini. Ebbene, “oggi siamo in un periodo in cui la disuguaglianza sta aumentando, quindi la crisi si innesta in una fase storica non di relativa uguaglianza e relativa stabilità, ma in una fase in cui il sistema economico produceva autonomamente un allargamento delle disuguaglianze”. La prospettiva, dunque, è tutt’altro che rosea.
Padre Felice Scalia ci ha offerto una lettura cristiana sulla situazione che stiamo vivendo. Il tema era così formulato: «“Guardatevi dagli idoli” (1 Gv 5,21): lettura teologica del momento storico attuale». Abbiamo dedicato l’intero pomeriggio a riflettere sulla realtà da questo diverso punto di vista, ma in stretta connessione con la trattazione economica del mattino.
“Che siamo in un regime di mercato è perfino inutile ricordarlo. Qui però si vuole insistere su una caratteristica moderna: la sua assolutezza. Questa sua particolarità rende il regime di mercato una sorta di religione atea… Oggi il denaro (e il mercato che lo produce) sembra avere tutti i caratteri della divinità… il denaro è diventato un ‘assoluto di sostituzione’ “.
E continua: “siamo in realtà di fronte ad una idolatria che prevede con lucido cinismo anche ‘sacrifici umani’, quasi di rito”. A questo proposito padre Felice cita una eloquente testimonianza.
Arturo Paoli in un suo recente libro-intervista narra un episodio di una chiarezza cristallina. Racconta che ad una festa di battesimo di un suo amico viene presentato ad un gruppo di alti dirigenti del Fondo Monetario Internazionale (Fmi). Lui pone loro una domanda molto semplice a partire dalla propria esperienza di vita in America Latina: “Mi piacerebbe incontrare qualcuno in grado di spiegarmi il perché di questa strutturale disuguaglianza, tra chi muore di obesità e chi muore di fame”.
Un funzionario del Fmi si avvicina e gli dice: “Ciascuno di noi non può che aderire al mercato ed alle sue linee guida. Se non lo facessimo, questo mondo crollerebbe. Noi, d’altronde, sappiamo perfettamente che l’andamento del mercato provoca fame, miseria e disuguaglianze sociali. Di tutto ciò siamo consapevoli, perché della miseria e delle disuguaglianze sociali abbiamo le statistiche e sappiamo anche che è il dover aderire al mercato la causa che produce la situazione”. E più avanti aggiunge: “Che ci possiamo fare? — mi disse riferendosi al fatto che il mercato produce miseria e morte — anche noi siamo schiavi, dobbiamo obbedire” (Il Dio denaro, pp.19-21).
Padre Scalia ricorda l’alternativa secca, che il Vangelo pone dinanzi, senza vie di fuga: “non si può servire Dio e Mammona” (Mt 16,24; Lc 16,13). “Il temine Mammona, stando alla radice ebraica significa sicurezza… indica ciò che dà sicurezza e infonde fiducia… è fondamentalmente l’accumulo di beni. Così il termine Mammona significa ricchezza, accumulo di beni, ostentazione di forza e di potere”.
Da dove deriva, dunque, il diritto di spadroneggiare sugli uomini e sulle cose?
“Certo non da Dio — dice Gesù — ma da un idolo, dalla Forza su cui fate affidamento, da Mammona, il dio della ricchezza e dell’accumulo ingiusto. Avete fatto le vostre scelte e Dio, il Dio dell’Amore, con voi non ha nulla da spartire. Vi siete allontanati da Dio per servire un idolo”.
Che è successo al cristianesimo? Di quale Dio parliamo?
“Forse il kairòs di questo tempo è farci toccare con mano cosa succede quando ‘il sale diventa scipito’ e quando la fede in Dio si riduce ad una pratica folkloristica, oppure a sostegno di voglie di potere fin troppo umane…
Certo è impressionante che l’Occidente cristiano sia approdato al culto della ricchezza… L’opposizione che Gesù crea tra ricchezza e fede nel Padre, costituisce una definitiva lettura del nostro tempo: chi sta col denaro ha perso Dio”.
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Vorrei segnalare in particolare due contributi che arricchiscono questo numero. Ci fanno vedere dal vivo, a partire dai due eventi drammatici che hanno colpito pesantemente l’italia, quanto amari siano i frutti prodotti dalla “religione del profitto”.
Luigi di Viareggio nel suo intervento: “il mostro sui binari” ci porta all’interno della tragedia che ha vissuto la cittadina della Versilia, ma che sarebbe potuta avvenire in tante altre nostre stazioni ferroviarie con conseguenze inimmaginabili. Citando Antonella Randazzo (“Dittature: la storia occulta”) ci porta dentro le “scatole cinesi”, un’immagine efficace per dire che cosa sono diventate le aziende pubbliche:

“La liberalizzazione ha bloccato ogni possibile investimento per migliorare il servizio, e per riempire le tasche delle società private è stato permesso tutto: tagli del personale, aumento del biglietto, installazione di sistemi arretrati, ecc… La privatizzazione delle aziende pubbliche (ferrovie, poste, autostrade ecc.) ha prodotto ovunque perdite economiche gravissime, il peggioramento della qualità dei servizi e l’aumento del costo per gli utenti… Le responsabilità dei disservizi prodotti in seguito alle privatizzazioni sono sempre più difficili da individuare, perché si formano “scatole cinesi”: ogni società appalta parte del servizio ad un’altra società (che assume con contratti atipici, che vuoi dire lavoro precario). … I governi, anziché sostenere i diritti dei lavoratori e la giusta battaglia per la sicurezza, cercano di impedire in tuffi i modi proteste e scioperi, ignorando i gravi problemi che attanagliano le ferrovie italiane… I Consigli di Amministrazione delle diverse società che amministrano le Ferrovie italiane (Rfi Spa, Fercredit Spa, Trenitalia Spa, Grandistazioni Spa, Italferr Spa, Ferservizi Spa, Centostazioni Spa) si atteggiano a benefattori dicendo di agire sempre per il “bene dell’azienda”, che equivale a dire “per alzare i profitti a spese degli utenti e dei lavoratori”… e invece in realtà, in molti treni non viene effettuata né la manutenzione ordinaria né quella straordinaria, e la sicurezza è sempre più scarsa. I disastri delle privatizzazioni non sono un fenomeno soltanto italiano…”.

La proliferazione di queste società equivale alla moltiplicazione di fette di profitto, con l’esasperazione dei tagli dei costi, e l’eclissi di responsabilità rispetto al prodotto finale.
L’altro contributo è di Pasquale lannamorelli che ha vissuto il terremoto da Sulmona, in provincia dell’Aquila. Per dire quanto devastante e omicida sia la ricerca folle e assoluta del profitto, basti ricordare i due edifici di interesse pubblico de l’Aquila — l’Ospedale e la Casa dello Studente — costruiti con una quantità di sabbia marina al di là di ogni buon senso.
Pasquale, dal vivo della sua presenza su quel territorio, racconta anche quanto siamo lontani dall’immagine truccata della ricostruzione che riempie gli schermi televisivi filogovernativi. Basti questo dato: “La situazione prevista per i prossimi giorni è la seguente: 35.000 persone senza casa — 4.900 alloggi disponibili nel Progetto C.A.S.E.”
Quanti esempi ciascuno di noi è in grado di portare, dove appare chiarissimo che è il profitto a dettare le scelte e le regole delle attività. Non il profitto come giusto guadagno, ma come valore assoluto, come finalità generale, appunto come religione, che sovrasta tutti gli altri interessi in gioco.
 

Roberto Fiorini


 
 

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