Io sono don Sandro Artioli

Il Vangelo nel tempo (6)



L’Assemblea Sinodale del Clero di Milano convoca assemblee dei preti. I preti ordinati dal 1964 al 1975 sono invitati l’11 marzo 2009 presso il Seminario Arcivescovile di Seveso.
Io sono stato ordinato nel settembre 1967 ma non posso venire perché da alcuni anni sono in una situazione molto devastata. La mia testa non è più in grado né di capire i discorsi né di fare comunicati. Allora mi sento il dovere di inviare un piccolo racconto della mia vita.

 

Io sono nato il 29 luglio 1942. Mio padre ha fatto fino alla quarta elementare, mia madre fino alla terza.
Mio padre ha fatto quarant’anni di lavoro operaio alla Breda Siderurgica con due infortuni.
Mia madre faceva la lavoratrice in ospedale prima che nascessimo io e le mie due sorelle.
La mia famiglia era quindi gente povera. Io non andavo all’oratorio ma ho iniziato a 8 anni a fare il chierichetto nella parrocchia Santa Francesca Romana, imparando le frasi latine.
Quando ero in quarta elementare avevo un maestro che si dichiarava ateo. Quando si rese conto che facevo il chierichetto mi aggredì. Una volta mi chiuse in un buio armadio e mi gridò “Artioli, se sei un chierichetto perché non chiedi al tuo angelo custode di tirarti fuori?”. Poi mi ha esposto dalla finestra al secondo piano e mi ha detto: “Se ti butto giù il tuo Gesù ti salva?”.
In quinta elementare mi hanno dato un tema da scrivere: “Cosa farai da grande”. Già da quella età c’erano in me alcuni pensieri che cresceranno di più nella vita cammin facendo: scrissi che fin da piccolo volevo fare il prete per andare dai bambini poveri in Cina, India, Africa. Scrissi che avrei voluto abitare nelle capanne con loro o in una roccia che mi scavo io non nelle ricche cattedrali. Non mi sarei lasciato aggredire dal ruggito di qualsiasi leoni. E dichiarai che ero disposto a morire per Gesù.
In seminario ho deciso di andarci io: i miei genitori e i miei preti mi suggeriva- no di andare dopo la terza media. Io invece sono andato in prima media. I primi mesi mi buttavo a piangere perché non vedevo più i miei genitori e le mie sorelline. Il rettore ha invitato mia madre a venirmi a prendere e riportarmi a casa ben 3 volte. Quando lei arrivava io, nonostante che piangevo, mi nascondevo e non mi lasciavo portare a casa.
Nella mia vita in seminario ho avuto sempre molte divergenze e contrasti sulle cose che mi proponevano e profondamente mi riferivo di più a quello che io sentivo dentro di me, sia quando ero nelle medie e nelle superiori ma anche quando ero in teologia.
Dopo la terza teologia mi sento preso di fare una pausa di vita proletaria prima di arrivare automaticamente dopo 13 anni al sacerdozio.
Sono andato in Francia a Saint Priest e ho lavorato in una fabbrica. Il padrone era bestiale e mi affiancai alle delegate. Andando a messa a Natale vidi quel padrone in prima fila in chiesa. E fece comunione. Alla fine della messa andai dal parroco e gli chiesi se sapeva chi era quel personaggio. Lui mi rispose: «Il est un bon catholique mais un mauvais chrétien».
Allora vuol dire che ci possono essere cattolici che sono pessimi cristiani.
Dalla Francia ripresi contatto col mio vescovo: gli scrissi che ero disposto a svolgere il ruolo di prete ma mi sentivo preso a farlo vivendo in basso e condividendo la pesante vita operaia. Lui mi ha mi ha detto che prendeva atto della mia richiesta e che me l’avrebbe rispettata. Ma mi chiedeva di fare inizialmente qualche anno in parrocchia. Io accettai e tornai.
L’ultimo anno di teologia era ormai chiuso e quindi non potevo rientrare in seminario per frequentare il corso che io avevo già fatto nel primo anno.
Andai quindi da un mio amico prete, don Vittorio Ferrari, lo aiutai nell’oratorio e studiai da solo il quarto anno di teologia andando a fare gli esami in seminario di volta in volta.
Nel settembre 1967 sono stato ordinato prete assieme a don Renato Rebuzzini. Nelle tabelle annuali con su le foto di tutti i preti ordinati io non ci sono però su nessuna: non mi hanno messo.
Sono stato mandato in una parrocchia a Quarto Oggiaro, uno dei quartieri periferici di Milano peggiormente devastato. Lì mi ha preso molto il disturbo sociale che c’era. E mi ci sono buttato.
Tra le tante cose subite ho dovuto ad esempio difendermi dalle denunce alla curia dai ricchi. Preso dalla situazione non ci stetti solo qualche anno, come mi aveva chiesto il vescovo, ma rimasi 8 anni.
Nel settembre 1975, all’età di 33 anni mi sono buttato in Breda. Mi sono presentato dicendo che ho svolto la scuola solo fino alla terza media. Per nascondere sia il mio fare il prete sia il mio livello di alta cultura: per poter essere assunto nella bassa condizione operaia.
Chiesi al Vescovo di rimanere a Quarto Oggiaro e, non potendo fare oratorio, mi sarei dedicato agli operai di tutte le 4 chiese. Invece mi disse di non farmi più vedere a Quarto Oggiaro perché gli altri preti, sapendo che io facevo l’operaio, si sarebbero sentiti agitati dalla gente.
Per due anni sono rimasto solo, poi ci siamo uniti assieme io e don Cesare Sommariva (morto l’anno scorso) e don Luigi Consonni: anche loro pretioperai.
Rimasi in Breda Termomeccanica per 27 anni. Svolgevo il ruolo di fabbro-saldo-carpentiere. Era il ruolo lavorativo più pesante della mia fabbrica.
Dopo un anno, di fronte al disastro del mio reparto, accettai di essere eletto delegato come volevano tutti i miei compagni. Sistemai il tutto ma dopo due anni non mi proposi più come delegato ma convinsi alcuni miei amici giovani a farlo loro: dicendo che li avrei comunque aiutati.
Fare il delegato era per me un ruolo più comodo rispetto a quello dei miei compagni: che dovevano lavorare tutto il giorno senza godere dei rilassanti permessi sindacali.
L’Azienda mi ha più volte proposto di avanzare in forme di lavoro più raffinate: ma io mi sono sempre rifiutato perché volevo condividere sempre la condizione degli operai più pesantemente massacrati.
Nonostante il mio pesante lavoro mi buttai nell’innescare tra i miei compagni la necessità di far nascere una autorganizzazione di base. Affittai un piccolo locale vicino alla fabbrica per riunire molti lavoratori a discutere e decidere.
Il lavoro mi aggredì profondamente. Mi sentivo sempre molto stanco e affaticato.
Ho subito quattro infortuni i cui più gravi furono la rottura della vertebra e il massacro di un ginocchio. Poi, con gli esami che ci hanno fatto per essere stati esposti all’amianto, mi hanno trovato le placche pleuriche ai polmoni. Andai quindi in pensione nel 2002.
La mia vita è stata un collocamento radicale nella stiva dell’umanità. Da questa profonda umiltà io ho sempre più guardato e giudicato criticamente le cose che mi venivano imposte dall’alto: sia dalle gerarchie politiche-padronale sia da quelle religiose-sacrali.
Entrambe erano burocraticamente sul ponte della nave dell’umanità mentre io ero con tutti quelli nella stiva.
Una volta andai dal dottore di un mio amico per valutare la sua situazione. Lui mi disse: “Mi scusi il suo amico mi ha detto che lei è un prete. Ma lei è davvero un prete?”.
Io gli risposi: “Nessuno “è” un prete. Ognuno è un essere umano”. Si può solo dire che uno svolge la funzione di prete, ma tutti sono essere umani.
Al di là dei ruoli funzionali che svolgono è la loro umanità che può essere buona o schifosa. Sono quindi del parere che il sacramento della “consacrazione” dei preti non modifica la loro struttura umana ma affida loro solo un ruolo da svolgere.
Adesso da tre anni ho subito la pesante conseguenza dalla mia vita lavorativa. La cosa peggiore è la mia testa che non capisce più nomi di chiunque e parole di qualsiasi tipo.
Sono molto triste.
Sono ridotto chiuso nella piccola stanzetta del negozietto in cui facevamo gli incontri con gli operai.
Non riesco a fare interventi culturali ma mi dedico a fare azioni umane a coloro che sono poveri e massacrati.
In quella stanzetta alla domenica dico messa con alcuni amici.
Abbiate pietà e misericordia di me.

don Sandro Artioli

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Don Sandro Artioli con il Card. Martini in una recente foto