Democrazia in Italia: un dramma e una farsa

Sguardi dalla stiva (7)


 

L’ultima del Cavaliere: in Parlamento votino solo i capigruppo. E così la “escalation” nell’accentramento dei poteri, e nello svilimento di ogni altro organo istituzionale al di fuori del suo, procede in modo sempre più impudente.

Non sono molti, ormai, i passi che mancano all’esercizio di uno strapotere personale.
Lo scenario è quello di una magistratura sempre più annichilita dal governo e screditata da una propaganda martellante, che sui giornali e le TV di proprietà o controllate dal Presidente, non perde occasione per attribuirle i limiti e le disfunzioni della giustizia.
Di un Parlamento esautorato nelle sue funzioni di rappresentanza dall’uso ostentato dei decreti legge,. e prima ancora dalla nomina degli eletti, scelti dal Capo in applicazione della legge elettorale di Calderoli.
Assistiamo ad un confronto sempre più sfacciato con le prerogative del Presidente della Repubblica, verso il quale il premier si manifesta ogni giorno più insofferente.
E poi la prevista riforma della Corte Costituzionale, oggi tacciata di politicizzazione, la cui composizione verrà corretta assegnando la prevalenza alle nomine politiche (!?).
È di tutta evidenza ormai anche l’acquisito controllo di una “constituency” economica attraverso imprenditori, banchieri e finanzieri di riferimento, che ruota attorno alla Mediobanca di Geronzi e ai principali immobiliaristi, che ritornano nonostante le condanne del passato (vedi Ligresti e il suo ruolo nell’Expo 2015).
Si preannuncia anche per i prossimi giorni la completa normalizzazione della RAI, macchiata dalla colpa (per chi non se ne fosse accorto) di essere l’unica tra le TV pubbliche, dice Lui, ad attaccare il governo in carica. i
Insomma, nel complesso una bulimia di potere che non sembra trovare ostacoli, e che oggi può farsi ancor più arrogante dopo la vittoria elettorale in Sardegna. Nelle elezioni sarde si giocava infatti una grande partita politica.
Il Cavaliere vi aveva osato l’ennesima forzatura “mettendoci la faccia” e candidando una sorta di “cavallo di Caligola”, e con la solita spregiudicatezza vi ha costruito una coalizione che andava dal Partito Sardo d’Azione (di tradizionale matrice di sinistra) ai tanti epigoni locali della politica dei notabili, dei voti da guadagnare con il sistema dello scambio, con la promessa di incarichi e prebende, perfino con i buoni-acquisto per il supermercato di quartiere.
La vittoria gli ha spianato la strada ad un controllo padronale sull’intero, costituendo Pdl, e a quella sfrontata politica di accentramento di poteri che segna ogni giorno un fatto nuovo.
In Sardegna il berlusconismo si confrontava con quanto di meglio e di più innovativo ha prodotto il riformismo in Italia. Il governatore sardo era riuscito a introdurre radicali cambiamenti di efficienza amministrativa, oltre che quel rinnovamento della politica necessario per sottrarsi alle logiche spartitorie dei notabili, alle cordate di personaggi in cerca di carriera, alle fazioni che si spartiscono il sottopotere locale.
Dunque in Sardegna ha perso il processo di modernizzazione proposto da Soru, ha vinto il berluscon-qualunquismo di chi non vuole sapere e vedere, ed è disposto a concedere un mandato-fiduciario-personale, senza avvedersi che verrà utilizzato poi per mistificare, o stornare, o negare ogni responsabilità sulla realtà futura.
In questa legislatura il Cavaliere sembra anche più attento a non farsi scalzare, come nelle due precedenti occasioni, e sta impostando una strategia che per un verso gli consente la narcosi dell’opinione pubblica, e per l’altro la demolizione degli equilibri istituzionali e del bilanciamento dei poteri.
E così che siamo ogni giorno sempre più immersi in quello che appare, insieme, un dramma e una farsa. A cui quel che rimane di società civile ha la responsabilità di reagire, il dovere di rispondere sul piano della riflessione storica, politica, giuridica, seguendo l’esempio di alcuni grandi personaggi della cultura (Eco, Mancuso, Zagrebelsky…).
Ma a questo livello di contributi deve potersi aggiungere anche un movimento più diffuso nella società, un movimento di opinione che si costituisca come presenza attiva e vigile a tutela dei principi di democrazia,e che lo faccia con coerenza dal livello istituzionale più alto a quello più basso, locale.
E’ a questo punto necessaria e possibile la costituzione di una rete di comitati di difesa della democrazia. Perché senza democrazia non è neppure possibile immaginare quello sforzo collettivo e solidale indispensabile per uscire dalla morsa della crisi.

Pier Paolo Galli

Circolo mantovano “Libertà e Giustizia”