Chi è il Signore della mia vita?

In vista del Convegno 2009
L’IDOLO È NUDO: METAMORFOSI DEL CAPITALISMO
(8)



“Quella voglia sfrenata di possedere che è un tipo di idolatria”
(Col 3,5)

 

Mi succede sempre più spesso di rimuginare nella mente cose studiate o semplicemente lette e di scoprire significati e collegamenti che prima totalmente ignoravo. Niente di particolarmente chiaro ed importante, devo dire, se non la sensazione di essere sempre più debitore verso la vita di una possibilità di comprensione del mistero della vita stessa nella continua tessitura di rapporti che provocano a novità.
Spesso questo avviene a prezzo di dolorosi sradicamenti, ma altrettanto entusiasmante è la possibilità di intravedere orizzonti nuovi, chiarori improvvisi. Avverto quanto la vita mi stia prendendo la mano, ma non ho paura, anzi direi piuttosto che mi sembra cosa molto bella in questo tempo, per me ormai residuale.
C’è un interrogativo fondamentale che sento decisivo per quello che può essere il mio tempo ultimo: chi è il Signore della mia vita?
So che non si può servire a due padroni, ma proprio questa consapevolezza, che è lotta quotidiana per un minimo di coerenza e di sincerità, comporta l’inevitabilità di un padrone, di un rapporto come di creatura a creatore.
Amo ricordare la leggenda di San Cristoforo nell’interpretazione di Lanza del Vasto che accompagnava il recitare rime con il suono efficace del cembalo su un poggio della casa di Giannozzo Pucci, sopra Firenze, all’imbrunire. E quando mi capita, la recito anch’io, improvvisandola per occasionali ascoltatori. La storia di quest’uomo che vuol mettersi al servizio del padrone più potente e che non accetta di servire più coloro che mostrano di temere qualcuno al di sopra di loro, è veramente straordinaria e mi convince sempre di più come decisiva di fronte alle esigenze che la vita suscita se la si ascolta.
Chi è il Signore della mia vita?
Rispondere è tutt’altro che facile ed ancora maggiori difficoltà può comportare ogni approccio non sufficientemente serio e leale. Nella difficoltà gioca anche tutto un tentativo di confondere e indebolire le energie impiegate per la costruzione di rapporti autentici nella realtà. Il potere punta tutte le sue carte su questo disorientamento che favorisce lo spirito mercenario, l’adattamento passivo, l’adorazione idolatrica.
Dobbiamo tenere ben di conto questo contrasto non tanto per timore od eccesso di prudenza, quanto perché se è importante analizzare con chiarezza quali sono gli idoli cui deleghiamo la nostra vita, è forse ancora più importante cercare di comprendere perché così facilmente ci arrendiamo di fronte alla tentazione di riconoscere per nostro padrone il primo che passa per la strada o di accettare ad occhi chiusi quello che altri ci indicano come risolutivo nella loro esistenza concreta.
S. Paolo parla di una avidità che è idolatria. Sembra che voglia indicare una avidità vissuta in lucida e pressante ricerca di completezza di sé che si innesta sul vuoto di una vita infiacchita e dispersa.
Spesso ci si ferma a dibattere sul contenuto di quest’avidità.
C’è chi preferisce interpretare gli accenni di Paolo alla «avidità» come attrazione verso i piaceri “disordinati” e quindi pone l’accento sulla relazione personale.
C’è chi invece preferisce parlare di «avidità di guadagno», di avarizia, ponendo l’accento sulla dimensione socio-economica. D’altra parte ancora una volta sentiamo che non è un discutere sull’oggetto di un atteggiamento radicato nel nostro essere che ci potrà aiutare ad essere più autentici e sinceri nel nostro vivere, quanto cercare di comprenderne le motivazioni.
Ed allora perché questa nostra «avidità», questa incapacità ad allargare il cuore con fiducia, questo desiderio spesso impazzito di non essere soli, di essere in vantaggio, dì non sentirsi emarginati, di essere dalla parte di chi ci garantisce ordine e tranquillità o che garantisce comunque per la nostra instabilità? Paolo afferma l’identificazione di questa avidità con l’idolatria. Come diverse possono essere le specificazioni dell’essere avido, così diversi possono essere gli idoli che vengono adorati. Resta comunque questa idolatria che nasce in una situazione di pretesa necessità e può aprire uno spiraglio per una conoscenza ulteriore del nostro problema.
Se per idolatria intendiamo, secondo la più classica delle definizioni, la parvenza inconsistente che la stoltezza di certi uomini ha preteso di sostituire al vero Dio, ci troviamo a dover mettere insieme una pressante ricerca di completezza di sé con ciò che non ha consistenza, ma solo fuggevole apparenza.
Può sembrare una contraddizione, eppure ciò che nella vita genera instabilità o per nostalgia di ciò che si è perduto, o per l’istinto di difesa di ciò che si possiede, o per l’irresistibile richiamo di ciò che si potrebbe avere, appartiene all’ordine della vacuità, della inconsistenza, della apparenza, del vuoto. E non per manifesta inferiorità — come si sarebbe portati a pensare — di fronte a ciò che appartiene all’ordine della pienezza, della consistenza reale e concreta.
C’è un vuoto che chiama il vuoto, secondo un’espressione biblica, e provoca la crescita spasmodica dei bisogni, il loro disancorarsi da qualsiasi progetto fondato sull’umano. Non sta all’origine della nostra umanità e neppure pretende di esserne costitutivo, ci avvolge nell’illusione di una nostra autonomia, ci incatena in schiavitù di pretesa sufficienza dei nostri poteri.
L’avidità, la sete di potere e di sicurezza, quale che sia, è spinta e cresciuta da un vuoto che diventa padrone della nostra esistenza e sta a capo del nostro agire.
Questo vuoto non è più il risultato di un desiderio mal diretto, di voglie disordinate, ma al contrario è il vuoto stesso ad essere ciò di fronte a cui si inchinano le nostre volontà impazzite.
Tutto questo dà valore idolatrico e quindi pretesa di totalità e di assoluto ad ogni bisogno sganciato dal progetto del nostro essere umanità. Che sia nella direzione della divinità o della bestialità, questo non ha molta importanza ai fini di un giudizio di una dignità umana tradita e non accolta, anzi respinta e combattuta proprio nel suo specifico.
Siamo stati chiamati ad essere uomini, donne ed a vivere questa nostra unicità che non è data alle piante e agli animali, ma neppure agli angeli. Essere uomini è compito nostro e solo nostro, la condizione alla quale siamo crocifissi nella nostra esistenza.
A questo nostro essere umano compete il limite, il finito, la instabilità, il lavoro che è fatica e trasformazione, l’amore nelle sue pieghe di gioia e di sofferenza, la speranza che è l’oggi concreto dilatato a misura d’orizzonti.
Non siamo noi la vita, ma a noi è dato di vivere ed il nostro vissuto rappresenta la risposta scritta nella carne e nel sangue, l’accoglienza del dono, l’accettazione della dignità di esser creatura.
Per liberarci dal vuoto che ci distrugge perché ci impedisce di essere nell’esatta dimensione della nostra umanità, credo che si debba passare ad un’altra schiavitù, ed altre catene: e sono quelle di un’umanità consapevole di non appartenere a se stessa, ma di giocare un ruolo nella storia e nel vivere dell’universo.
È schiavitù che non opprime, ma ristora; sono catene che non schiacciano perché il loro peso è dolce e soave; è legame che avvince perché è fatto del racconto di infinite liberazioni, è storia che non dovrebbe mai cessare di esser narrata nel mondo.

Chi è il Signore della mia vita?
La domanda in sé ha già valore infinito. Quando questo interrogativo si pone alla coscienza di un uomo, è il germe di una solidarietà nuova che nasce, di una possibilità per l’umano di essere vissuto.
Vuol dire che già vacillano le sicurezze innalzate da quel vuoto che è il potere, e irradia luminosità la ricerca, l’inquietudine dell’attesa, la fiducia nei mezzi poveri, l’accoglienza aperta a chiunque è in cammino.

 

Luigi Sonnenfeld