Idolatria della sicurezza (2)

In vista del Convegno 2009
L’IDOLO È NUDO: METAMORFOSI DEL CAPITALISMO
(7)


 

L’impostazione del tema che cercheremo di trattare sembrerebbe demonizzare la sicurezza, ponendola tra le tensioni più pericolose che accompagnano il cammino umano personale e sociale. La sicurezza è un bisogno profondo, una condizione indispensabile per potersi esprimere e realizzare. Deriva dal convergere di situazioni personali e di relazione che permettono agli esseri viventi di poter sussistere in se stessi entro il limite a cui ognuno è debitore. La sicurezza è possibilità di vita, di riproduzione, di soddisfazione, e, per gli umani, di felicità. È il superamento dell’ansia e della paura, che possa contare anche sulle garanzie di istituzioni e di norme condivise della vita sociale.
La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 10 dicembre 1948 all’art. 3 dichiara: “Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”.
Successivamente condanna la schiavitù, la tortura, il non riconoscimento della personalità giuridica; e proclama le garanzie perché ogni persona (compreso chi ha commesso reati) possa essere nella sicurezza delle istituzioni e delle norme che regolano la convivenza, anche nel compiere la giustizia.
La Costituzione Italiana del 1° gennaio 1948 (quasi un anno prima della dichiarazione dell’ONU) all’art. 2 “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia inserito nelle formazioni sociali”. Nel titolo 1° seguono i diritti che pongono la persona in una situazione di sicurezza: libertà personale, di domicilio, di comunicazione, di movimento, di associazione anche religiosa ecc.
Maggiore è l’incertezza e maggiore è il bisogno di sicurezza. La domanda di sicurezza accompagna sempre il cammino di ogni uomo e donna che attraversa questo mondo acuita dalla coscienza razionale che porta a percepire il limite esistenziale: la propria fragilità, la precarietà, la finitezza… i bisogni essenziali da cui dipende la nostra sussistenza..lo scontro con le forze della natura… ed anche lo scontro con i vari poteri costruite dalla stesse strutture di convivenza umana.
Oggi potremo specificare situazioni particolari dovute alla globalizzazione:
la precarietà, l’incertezza, la concorrenzialità, la conflittualità permanente, la crisi dello stato sociale, la scarsità di risorse, la destabilizzazione di vaste aree del pianeta, la massiccia immigrazione come conseguenza, la guerra preventiva permanente, il terrorismo come risposta alle disuguaglianze enormi, il potere dei mezzi di comunicazione… Oggi non si parla di insicurezza ma di “percezione” dell’insicurezza come fenomeno indotto.
È facile allora passare dal desiderio di sicurezza legittimo alla visione della sicurezza come esclusivamente problema di ordine pubblico: tolleranza zero, presenza dell’esercito sul territorio, videocamere, leggi speciali per categorie di cittadini, investimenti militari, mancato rispetto delle garanzie e dei diritti umani elementari… Una sicurezza basata sull’esclusione, sul controllo e sulla repressione. Leggi che intasano la burocrazia dello stato e che non sono applicabili (Marco Travaglio, Il bavaglio). Conseguenza: lo sperpero di enormi energie e risorse per complicare il problema che ha come unico scopo il cambiamento della insicurezza “percepita”di uso strumentale politico.
Abbiamo bisogno di una sicurezza che includa chi è ai margini; invece di spostare i problemi, occorre affrontarli con investimenti nel sociale, nella giustizia, nella possibilità di riconoscere i conflitti… Una sicurezza che possa esser costruita, vissuta e percepita da tutti.
La paura cresce di pari passo con l’indebolirsi dei legami sociali, provocando spaesamento interiore e perdita di prospettiva; la persona impaurita percepisce come pericoloso l’ambiente esterno alla propria famiglia e si crea un processo di auto-esclusione, le persone si sentono assediate così da lasciare spazio alle bande che si assumono il compito del controllo del territorio. Occorre uscire dall’individualismo per una sana relazione con tutti, vivere nelle strade, nei quartieri, nelle piazze, nei giardini… ed insieme prendere le distanze dai gestori delle paure e dai comunicatori di percezioni distorte e criminalizzazioni collettive.
Gli elementi negativi non vanno nascosti, ma collocati nell’insieme di azioni positive che le varie comunità pongono in atto sul territorio. Non serve l’esercito, semmai serve per scaricare ancora una volta le nostre responsabilità di cittadini, non assumendoci il compito di promuovere tutti i diritti umani per tutti.

 

La SICUREZZA che fa parte dei diritti umani, può diventare IDOLATRIA?

 

Silvano Petrosino in “Piccola metafisica della luce” ci ha condotto in un percorso per scoprire i passaggi all’idolatria attraverso lo “sguardo di appropriazione”.
Richiamo il percorso in sintesi.
Il vivente per poter stare con sé e continuare a persistere in se stesso deve necessariamente uscire da sé ed aprirsi all’altro da sé per poter vivere (non è autosufficiente). La dinamis che lo spinge ad aprirsi è il conatus stesso dell’appetito per la nutrizione, la riproduzione, il godimento: si instaura quindi una relazione, ma nello sguardo di appropriazione per vivere. L’altro è visto come conforme e corrispondente al proprio sé; è funzionale al confermarsi del sé del vivente. Questo è l’orizzonte del mondo: l’appetito per vivere. L’essere del vivente è lo stesso avere nel possesso. Lo sguardo illumina solo il mondo dell’appropriabile; è l’esperienza vivissima del mangiare con gli occhi.
Mentre nel vivente il processo è lineare e deterministico, nell’uomo si complica e si aggroviglia non solo in quanto genere, ma anche come singolo soggetto non livellato, a causa della propria ecceità. Lo sguardo non è solo ridotto all’appropriazione, ma è aperto anche ad altre dimensioni relazionali e valoriali.
Lo sguardo umano non vede mai solo l’appropriabile, ma anche l’inappropriabile, o ciò che non potrà mai essere posseduto, od anche quello che sarebbe possibile possedere, ma che non è detto che ciò possa avvenire.
Inoltre in questa tensione del possedere può capitare anche l’esatto opposto, cioè la possibilità di soccombere ed esse posseduto dall’altro: il predatore diventa preda.
E può succedere che il soggetto umano arrivato a possedere e quindi a godere dell’oggetto, proprio in quel momento possa percepire lo scarto tra l’usufruire e l’attesa investita, risaltando la sua insoddisfazione tanto da provare il senso di tradimento delle sue brame.
Il gioco si fa pesante perché ne risulta un senso di finitezza anzi della propria fine possibile. La fame è sperimentata come la fine dell’essere in sé. E la paura della morte.
Questa proiezione porta a percepire il dramma; crea l’ansia del limite, la disillusione, il tedium vitae, la paura. Lo sguardo umano non trova pace nel possedere il bene congeniale al sé, è accompagnato continuamente dall’inquietudine.
Il bue nella stalla rumina in pace; l’uomo che si abbuffa non dorme la notte. Non riusciamo nemmeno a distinguere il bisogno, a cui necessariamente si deve dare risposta immediata, dal desiderio che può essere differito nella sua realizzazione, anzi creare la distanza conserva il dinamismo del vivere, evitando di essere catturati ed illusi.
L’idolo costituisce la risposta all’inquietudine ed alle paure. L’idolo non è un oggetto appetibile in cui l’inquietudine dello sguardo si riposa, ma è lo sguardo che predefinisce ed investe la risposta alla paura. È lo sguardo che costruisce l’idolo chiudendo il soggetto nel narcisismo, nella solitudine e nel ripetere se stesso.
La sicurezza come ossessione reprime non solo gli zingari, i clandestini, i diversi di genere, le prostitute, gli stranieri ospiti… (il sonno della ragione genera mostri), ma colpisce anche noi, incapaci di essere costruttori di storia e di futuro.
La sicurezza che diventa solo repressione nega i diritti ai poveri e li restringe anche per noi. L’assolutizzare la sicurezza non ci crea riposo e pace, ma ci deresponsabilizza, ci rende passivi di fronte alla storia. Alla fine saremo condannati a scomparire invece di contribuire a creare nuova cultura e civiltà. La storia è un crogiolo non una rendita per i fortunati; l’immediatezza delle soluzioni non porta a nessuna soluzione, ma ad acuire il disagio. L’ossessione è ciò che non ha né inizio e né fine, e non c’è capro espiatorio che possa salvarci. Solo il confronto, la relazione nonviolenta, il mettere in gioco le nostre esperienze di umanità senza prendere paura delle inevitabili conflittualità, ma garantendo il diritto e la giustizia potrà maturare nel tempo percorsi di integrazione e di identificazione.

 

I CREDENTI E LE CHIESE OGGI?

 

Cosa significa esser credenti, e che atteggiamenti e scelte propongono le Chiese oggi, di fronte alla situazione globalizzata, dell’economia, dell’ambiente, della guerra permanente, dei poveri e migranti, della cultura xenofoba… delle ossessioni e paure dei popoli ricchi, della cultura dell’esclusione per poter sostenere stili di vita suicidi…?
Il vocabolario evangelico è in piena contraddizione a fronte delle proclamazioni imposte dai vari poteri che governano il pianeta. I proclami sono assoluti e chiudono spazi di dialogo e confronto, spinti dalla forte carica emotiva originata dal senso di precarietà e paura.
La sicurezza non è minacciata dall’aumento di fatti criminosi, che statisticamente sono in calo, ma dalla sola presenza del diverso tra noi; scatta una catalogazione che racchiude le persone in recinti razzisti: Rom, clandestini, islamici, accattoni… chi riesce a sbarcare in Italia dalle carrette del mare diventa l’avanguardia dell’invasione dei nuovi barbari. Volti e storie non hanno nessuna importanza. Quando neghiamo il volto e la storia delle persone le abbiamo già uccise una seconda volta.
In nome dell’idolo della sicurezza, gli sceriffi locali, a cui è stato dato il potere della discrezionalità, confondono l’etica con l’estetica e si sentono autorizzati a proibire l’accattonaggio a perseguire prostitute e clienti, a multare perfino i bambini che mangiano un panino ai giardini pubblici, a chiudere i campi Rom, a sequestrare appartamenti affittati a persone senza permesso di soggiorno… tutte cose successe a Verona.
Ma la città non è più sicura, ci pensano i cittadini veronesi a renderla violenta. Le bande giovanili di destra controllano il territorio (omicidio Tommasoli ed altri giovani sprangati) le tifoserie distruggono i beni pubblici, il 50% dei fermati all’uscita delle discoteche risultano positivi per alcool e droghe, i morti e feriti per incidenti stradali non si contano, le morti sul lavoro non fanno più notizia, la violenza su donne e bambini è in crescita, il precariato ormai è la normalità della vita dei giovani… e le famiglie si sfaldano. L’identità e la relazione non reggono nemmeno tra Padani.
È in atto una guerra non alla povertà ma contro i poveri stranieri ed italiani. La Parola Evangelica è muta, al centro della preoccupazione della Chiesa c’è il problema dell’identità cristiana e della gestione della carità. Le parole del Vescovo casualmente collimano “felicemente” con quelle del Sindaco, ma non siamo “servi di nessuno”. La parola d’ordine è “lasciateci fare” la nostra parte per il bene comune. Una Parola Profetica, l’unica che può aiutare a convertirci complicherebbe le relazioni di interessi reciproci.
Certo c’è una minoranza che si esprime nel cartello “Nella mia città nessuno è straniero” e nella “Rete Lilliput” che tenta di liberare la parola ed i segni dalla violenza, dall’odio, dalla falsità… per restituirle alla loro parzialità in modo che altre parole nonviolente e cariche di giustizia e portatrici di diritti possano essere annunciate e sperimentate.

Edmond Jabes ci ricorda:
“La distanza che ci separa dallo straniero è quella stessa che ci separa da noi: la nostra responsabilità di fronte a lui è dunque solo quella che abbiamo verso di noi”.

Michel de Certeau continua:
“Lo straniero è da tempo l’irriducibile
e colui senza del quale vivere non è più vivere”.

Luigi Forigo