Crisi e classe

In vista del Convegno 2009
L’IDOLO È NUDO: METAMORFOSI DEL CAPITALISMO
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Metto questa accoppiata come titolo perché della prima tutti parlano, ma della seconda nessuno. Sì perché ormai da troppo tempo il termine “classe” è più usato per indicare la categoria dei politici che il soggetto sociale dei lavoratori salariati; i quali vivono vendendo forza lavoro, capacità, saperi… in cambio di un salario.
Ecco, vorrei dire in primo luogo, come operaio messo nelle liste di mobilità a 53 anni, che questa classe c’è; perché è quella che paga per prima e più di tutti la crisi mondiale.
Crisi di che tipo? Beh, qui ognuno dice la sua dal suo punto d’osservazione.
Nessuno è infallibile, ma sinceramente, proprio perché diffidò della storiella che l’economia “reale” è buona mentre sarebbe “cattiva” solo la finanza, sono andato a riprendermi il “vecchio” Marx, il quale, analizzando il capitalismo dalla visuale operaia, era arrivato a considerazioni come questa:

In un modo di produzione basato sul credito è chiaro che le crisi si manifestano in primo luogo come monetarie, azionarie, creditizie. A prima vista, infatti, non si tratta che della convertibilità delle cambiali [leggi: strumenti finanziari, derivati, ecc.] in denaro. Ma queste cambiali rappresentano in origine scambi di merci reali. E quando l’estensione della carta va molto al di là del fabbisogno sociale, quando incominciano a rappresentare ogni genere di attività finanziaria, legale e truffaldina, la crisi è inevitabile. Una legislazione bancaria insensata può peggiorare una crisi creditizia, ma nessuna legislazione bancaria può eliminare la crisi.
A causa del credito, le imprese del Capitale autonomizzato sono sempre più imprese sociali in contrasto con quelle private. È la soppressione del Capitale come proprietà privata nell’ambito stesso del capitalismo
(K.Marx, Il Capitale vol. III, capp. 27-30, Ed. Riuniti 1977).

Che ne dite? Non male direi, anche alla luce del risorgente dibattito su un nuovo intervento pubblico in economia…
Ma a noi operai cosa ne viene? Sembra una bestemmia anche il pretendere una dignitosa e duratura indennità di disoccupazione per tutti, compreso i precari e i dipendenti delle piccole imprese!
La “ripresa”! Ma ammesso e non concesso che ci sia questa sospirata ripresa… che cosa sarà mai con gli stessi timonieri e capitani di vascello! E quanta precarietà in più porterà con sé dal momento che molti lavoratori sarebbero riassunti da una situazione di disoccupazione, in occupazione e bassi salari?
Molto dipenderà se i lavoratori subiranno o no passivamente la crisi. Se avranno la forza e la volontà di scrollare quel “capitale autonomizzato” di cui parla Marx.
Qualcuno evoca “l’etica degli affari”… Ma quando mai? Qui più che altrove prevale la legge “homo homini lupus”… ed il capitalista che si converte smette di fare il capitalista, cambia mestiere. Per non parlare degli Stati, cioè del Comitato politico dei mille affari privati!
Già ora essi si muovono in ordine sparso, cercando di scaricarsi a vicenda le grane. 127 big dell’UE a marzo si sono ritrovati per discutere di come intervenire per tappare la voragine dell’Est Europa. Sapete che qui, poverini, molti nostri imprenditori e banchieri si sono tanto dati da fare per “sviluppare” (cioè infognare) quei paesi! E ci stanno perdendo tanti soldi… Ciononostante il messaggio uscito dalla riunione è stato: “Vedremo caso per caso”!
L’attuale crack ha radici lontane. Sono decenni che i tassi di profitto (gli utili) danno segni di flessione nelle metropoli e cercano quindi nella finanza nuove e veloci opportunità di guadagno. Sulla spinta del boom della New Economy e della “produzione immateriale”, non si è più potuta fermare la macchina del profitto, che ha visto nei prodotti e servizi finanziari il nuovo Eldorado, il far denaro tramite denaro!
Produzioni a costi infimi nelle “periferie” e culto della finanza nelle metropoli (meglio se a debito). L’Araba Fenice del cittadino-lavoratore occidentale proprietario, investitore, iperconsumatore in cambio della rinuncia a tutto ciò che è sociale e solidale, in cambio dell’abiura all’essere classe “in sé”, è franata miseramente.
Tutto si tiene. Se la finanza è il detonatore del tracollo, la dinamite è l’economia reale. Ed oggi questa dinamite è esplosa. Blocco dei crediti bancari. Calo degli ordinativi. Riduzione della produzione. Cassa Integrazione e licenziamenti.
Altro giro: licenziamenti e CIG significano crollo del potere d’acquisto, quindi della domanda, quindi della produzione, infine ancora dell’occupazione.
Quello che fino a poco fa è stato il “polmone” del capitalismo mondiale, cioè Cina, India, le “tigri” asiatiche, la Russia e L’Est Europa, quelli che hanno attirato e riconvertito in alti profitti il surplus occidentale (alcuni di loro finanziandone pure allegramente il debito)… questo altro Eldorado potrebbe segnare minacciosamente il passo. Se le esportazioni di questi paesi verso l’OCSE, dove il mercato si sta contraendo, dovessero rallentare di qualche punto, ciò vorrebbe dire milioni di disoccupati cinesi, indiani ecc. gettati di colpo in mezzo di strada, con esplosioni politico-sociali imprevedibili.
Segno che: 1) il capitalismo è una bomba ad orologeria e non la migliore società possibile…; 2) la classe operaia è più numerosa di prima e più interdipendente, collegata materialmente dai mille fili del mercato mondiale.
Il suo grande handicap è che essa non è collegata nella coscienza di sé, negli intendimenti, nel credere possibile un nuovo mondo di cooperazione e solidarietà. In cui si veda la convenienza dell’aiuto reciproco e non dello sfruttamento e della sopraffazione. In cui si realizzi (altra bestemmia) il socialismo. Che non è finito, vivaddio! visto che non c’è mai stato, con Russia-Cina ecc…
Il cammino è lungo e difficile, ci sono “buchi” generazionali da colmare. Ma non possiamo darla vinta alla barbarie mascherata da “civiltà”.
Oggi, molto semplicemente, non dobbiamo lasciare tranquilli i “sciùri” a scaricare la loro crisi su di noi. Partire dall’autodifesa contro i licenziamenti e allargare e collegare associazioni di proletari di ogni settore, condizione, paese, etnìa, religione. Associazioni di lotta e di mutua solidarietà che decidono di loro stesse, non hanno e non vogliono padrini politici né pretendono di sostituirsi ad alcun sindacato. Discutono tra i lavoratori di obbiettivi di difesa di classe, si mobilitano sul territorio per renderli visibili ed esigibili, cercano il collegamento con altre realtà dello stesso segno, anche trasnazionali.
Per ora le lotte sono sparse, disomogenee, anche contraddittorie: Grecia, Bulgaria, Lituania, Lettonia, Russia, Islanda, Guadalupe, Inghilterra…
Ma il futuro non è, non può essere degli affaristi, dei profittatori, dei padroni del genere umano.

 

Graziano Giusti