La prima crisi del terzo millennio

In vista del Convegno 2009
L’IDOLO È NUDO: METAMORFOSI DEL CAPITALISMO
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La crisi economica cui stiamo assistendo è per diversi aspetti analoga ad altre gravi recessioni sperimentate dal capitalismo negli ultimi due secoli, ma a memoria di noi viventi ha anche elementi di anomalia, su cui vorrei richiamare la nostra riflessione.
Innanzitutto è una crisi annunciata. Già da almeno tre anni l’economista Paul Krugman, ultimo Nobel per l’economia, scriveva sul New York Times della fragilità del sistema economico americano e dell’imminente “riaggiustamento” (l’eufemismo con cui allora si chiamava la crisi, per non spaventare gli investitori). Molti sapevano che tutti i principi della stabilità economica erano stati violati. La compulsione a consumare (non vedo altro nome possibile) aveva spinto gli americani ad azzerare la loro capacità di risparmio, in questo imitati a distanza da molti paesi europei. Il vecchio adagio con cui Marx ironizza sul capitalismo (“Accumulate! Accumulate! dice la legge, dicono i profeti.”) è stato sistematicamente irriso. Il capitalismo ha una sua rispettabile tradizione di periodi di crescita tirati dagli investimenti (l’accumulazione prebellica) o dalla spesa pubblica (i piani delle infrastrutture degli anni ‘50) o dalle esportazioni (i paesi asiatici). Ma mai si era osservato un lungo periodo di crescita tirato dai consumi interni. La ragione principale sta nel fatto che l’atto del consumare distrugge ricchezza, non la genera. Per descrivere quanto è accaduto negli ultimi 6-7 anni si è parlato di “crescita drogata”, e almeno in questo caso l’analogia è appropriata. Basti fare l’analogia con il comportamento di una singola persona. Si può condurre una vita brillante, al di sopra delle proprie possibilità, ma solo per qualche periodo. E infatti sufficiente dare fondo ai propri risparmi oppure indebitarsi. Finché si riescono a liquidare i propri risparmi (vendo i titoli, vendo la casa, vendo i gioielli) oppure finché si trova chi ci fa credito, possiamo continuare a condurre una vita brillante. Però sappiamo che non può durare all’infinito. Gli Stati Uniti si sono comportati come questa persona. Come collettività hanno consumato per anni più di quanto hanno prodotto. Attraverso le importazioni hanno continuato a mantenere elevati stili di vita, accumulando debito verso gli altri paesi. Chi glielo ha permesso? Il potere militare da un lato, e la ricerca di occasioni di speculazione degli investitori dall’altro.

E qui veniamo al secondo aspetto, quello della finanziarizzazione. Il capitalismo mondiale si è sviluppato a tal punto da non avere più facili opportunità di investimento. Ne sono testimonianza i crack finanziari cui spesso assistiamo a seguito di comportamenti truffaldini, come quello di Meadoff. Molti si affannano a ripetere che il problema è quello delle regole più stringenti, della necessità dei controlli, ma questo è chiaramente solo un palliativo. I crack finanziari emergono quando gli investitori finanziari non sanno più dove investire i propri fondi, e allora si attivano per prestare a tutti i costi. Raccontano che la scintilla della crisi siano stati i mutui subprime, ovvero degli ignari cittadini americani che non sarebbero stati più in grado di ripagare le rate del mutuo per via dell’aumento degli interessi. In realtà è l’intero sistema finanziario che ne è responsabile, perché a fronte dei mutui elargiti in modo indiscriminato sono state costruite delle catene di prestito-debito molto lunghe. Questo ha reso i mercati finanziari molto interdipendenti. Come nel battito della farfalla, anche in questo caso l’ignaro debitore di New York rischia di mettere in crisi l’artigiano della Brianza: un debito non onorato in America produce una perdita per la banca americana, che a sua volta non onorerà la sua scadenza contrattuale con un fondo finanziario, in cui sono investiti gli attivi di una banca europea. Essendo relativamente più povera, la banca europea sarà più riluttante a prestare denaro al sistema produttivo. In questo modo un problema finanziario diventa anche un problema produttivo. Così oggi assistiamo alla situazione paradossale in cui le imprese non trovano nessuno che faccia loro credito, le banche sono piene di denaro e i tassi di interesse sono praticamente azzerati.

Il terzo aspetto che vale la pena di richiamare è quello dell’intervento pubblico. Usciamo da un ventennio di pensiero unico in tema dì ruolo pubblico nell’economia. Quello che è stato chiamato il Washington consensus ha predicato, per il tramite delle agenzie internazionali (OCSE, FMI-Fondo monetario internazionale e Banca Mondiale), la necessità di privatizzare il più possibile, a causa degli effetti deleteri della presenza pubblica. L’Italia è stato uno dei paesi che ha maggiormente seguito questo indirizzo privatizzando una serie di infrastrutture, dalle Poste alle Ferrovie, dall’Enel all’ENI. Sembrava ormai assodato anche nel pensiero comune che lo stato dovesse limitarsi alla gestione minimale dei servizi pubblici indispensabili (difesa, istruzione, assistenza) lasciando al privato la gestione del resto. Nel giro di qualche settimana, il politico ha rialzato la testa. Piani faraonici di rilancio della spesa pubblica, rinazionalizzazione delle banche, aiuti di stato alle imprese. Il reietto dell’economia, l’intervento pubblico, è invocato, a destra come a sinistra, come l’alchimista che avrebbe il potere di far rivivere il malato terminale. E siccome non si può attingere alle tasche dei contribuenti in periodo di crisi, ecco ritornare l’espansione del debito pubblico. Il disavanzo nordamericano per il 2009 potrebbe superare il 10% del prodotto interno lordo, più del triplo di quanto ammissibile dai criteri di Maastricht.

Difficile prevedere se ed in quanto tempo l’economia mondiale ridiventi capace dì far crescere la produzione riassorbendo i disoccupati che stanno crescendo vistosamente. Si sta certamente passando da una fase di crescita drogata dai consumi ad una fase di crescita gonfiata dalla spesa pubblica. Un grande miglioramento? Forse non enorme, ma quanto meno riapre qualche spazio alla politica. Se si tratta di intervento pubblico, vi è qualche spazio per la mediazione collettiva, che permette di discutere sul “dove vogliamo andare”. Si tratterà di vedere se si tratterà di momenti illusori oppure se si prospetta una reale possibilità di ripensamento dei problemi attuali.

 

Daniele Checchi