Carlo Demichelis, attivista sindacale, operaio e prete

 Ricordiamo


Note biografiche

Carlo Demichelis nasce a Torino in zona San Salvario il 15.11.1940, ha oggi 68 anni.
All’età di 10 anni la famiglia si trasferisce a Roma dove vivrà fino all’ordinazione presbiterale ricevuta a 24 anni, a Susa, il 19.12.1964 dalle mani di mons. Giuseppe Garneri.
Nei primi anni del suo ministero presta servizio come viceparroco a Bardonecchia e poi a Sant’Ambrogio di Susa, con l’incarico di assistente diocesano del C.T.G. (Centro Turistico Giovanile). Dopo una breve parentesi in Francia presso il noviziato dei Piccoli Fratelli di Charles de Foucauld (parteciperà poi attivamente fino all’ultimo alla Fraternità torinese e nazionale), è nuovamente viceparroco, questa volta a Torino presso la parrocchia di Gesù Buon Pastore.
In questo periodo, verso la fine degli anni sessanta, entra in stretta collaborazione con la pastorale diocesana del lavoro, animata a quel tempo da Carlo Carlevaris, Esterino Bosco, Matteo Lepori e Toni Revelli. Da questa collaborazione nasce, alla fine del 1969, la decisione di iniziare l’esperienza di prete operaio, seguito personalmente da don Beppe Fisanotti parroco di Venaria.
Carlo ha maturato la sua vocazione dopo gli studi liceali fatti a Roma, ha poi studiato teologia all’Università Gregoriana, abitando nel Collegio Capranica, ha continuato ad aggiornarsi sulla Bibbia e la spiritualità, ma non è stato un prete intellettuale. È stato prete operaio, per chiara vocazione, in attiva collaborazione con tutti gli altri preti operai, operando anche nel sindacato e ultimamente, dopo la pensione, nel patronato; e così è stato il tipo genuino del prete popolare, nel senso più autentico di questa parola: appartenente al popolo di Dio senza alcun privilegio, né separazione, né alcun piedistallo di sacralità nell’abitare, nel vivere, nel parlare, e naturalmente nell’avere (secondo l’insegnamento di san Paolo) il proprio lavoro come unica fonte di sostentamento.
Nel novembre 1971, grazie ad un progetto della pastorale diocesana di Torino, lascia Venaria e comincia una vita di comunità con Michele Dosio nel quartiere di Borgo San Paolo. D’accordo con l’arcivescovo Michele Pellegrino, nell’ottobre 1973 prende vita la comunità cristiana di via Germanasca: un luogo e un gruppo di persone semplici e impegnate, di vita ecclesiale, liturgica, educativa, immerso nell’antico quartiere operaio torinese, oggi popolato anche di immigrati da tanti paesi, ben inseriti nella vita quotidiana e lavorativa, senza ghetti né esclusioni.
Questa comunità intende essere una presenza cristiana dì chiesa popolare in questo quartiere, senza pubblicità né alcun clamore, con serietà e libertà, senza ricerca di contrasto, stando in collegamento con le parrocchie e con la diocesi, partecipando alle iniziative del laicato ecclesiale.
Carlo ha ancora avuto la gioia di festeggiare, il 5 ottobre scorso, i 35 anni della comunità con tutti gli amici ed il vescovo ausiliare don Guido Fiandino.
Negli ultimi 15 mesi ha vissuto con piena consapevolezza e pazienza la sua malattia inguaribile, manifestatasi nel settembre 2007, accettando le limitazioni, raccogliendo le energie residue per partecipare quanto gli era ancora possibile alla vita della comunità (l’8 dicembre ha ancora fatto l’omelia nella messa, in perfetta lucidità), confortando gli amici, ai quali, prima di affondare nel torpore, ha detto: «Sento di aver fatto ciò che potevo. Ho fatto la mia parte. Ho terminato quel che avevo da fare». «Ognuno fa la sua parte nel disegno guidato da Dio». «Tutto è grazia. Tutto è grazia».


 

CARLO DEMICHELIS
attivista sindacale, operaio e prete

 

A fine anno, come al termine di un compito, preparato e svolto con puntiglio, ci hai lasciati, Carlo. Puntuale, come è stata tutta la tua vita, nella compiutezza di una fedeltà, silenziosa e tenace come le tue montagne.
Ho pensato al tuo fratello maggiore, Charles de Foucauld che ha accompagnato molte tue scelte, ti è stato modello e guida, compagno discreto ed appartato, che nella solitudine del deserto tra i Tuareg, tesseva fraternità accogliendo i viandanti in cerca di riparo e consolazione. Fratello universale. Segno di una Parola che nasce continuamente e germoglia nel cuore dell’uomo anche tra le sabbie del Sahara, come sulle vie di Borgo San Paolo. Parola fatta carne, divenuta luce per quelli che l’hanno saputa accogliere.
Le persone che più ti amano, assieme a Michele, a tua nipote, agli amici della comunità, ai tanti amici che nel lavoro e nel patronato, hanno goduto del tuo impegno sollecito e discreto. In compagnia di tutte queste persone, ti sei raccolto nella pace e nella serenità del Ritorno, del grande Incontro. Coerente ed ammirabile conclusione di una fedeltà che mi ha sempre colpito: il sentiero, anche nei momenti più bui, diveniva meno incerto e comunque sempre percorribile per te.
I tentennamenti non duravano a lungo, sapevi dove puntare. Come hai saputo fare in questi mesi. Il silenzio di Tamié, la vicinanza preziosa di persone, autentiche presenze di evangelica donazione, il calore della tua comunità, le preoccupazioni per la tua famiglia e la cura del tuo servizio in fabbrica… sul tessuto della vita quotidiana hai saputo intrecciare delicati motivi di cordiale attenzione, hai saputo accogliere ogni fratello ed ogni evento come segno di una Presenza più alta, di un Disegno più profondo, donando a tutti uno sguardo limpido e sereno, riflesso di una luce interiore che alimentava antiche fedeltà sempre rinnovate. Di questo ti avevo ringraziato poco più di un mese fa, la sera di San Martino: mi avevi telefonato; ci eravamo dette le ultime, serene parole di addio; ti avevo ringraziato per la testimonianza che mi offrivi nell’affrontare la malattia. Il nome che ad essa i medici avevano dato non ti aveva turbato: era diventata compagna con cui misurare speranze e sogni, la preghiera e la sfida della tua fede.
Anche in questo evento sei stato saggio programmatore, previdente figlio che sa fare della sua fragilità un terreno fecondo di spazi inediti, di frutti non sempre attesi, ma voluti ed amati come risposta ad un dono più grande.
Frutti di paziente confronto tra le ragioni di una intelligenza acuta e profonda, e la pulsione di un cuore che ,sa andare oltre le apparenze della sconfitta. La nostra debole carne divenuta vaso ed ostensorio di un al di là, già anticipato dall’offerta del Corpo e del Sangue del Risorto. Così mi è stato facile vederti, la vigilia di Natale, sull’altare del tuo letto, pronto a compiere il “ sacrificio”.
Ora la tuta da operaio che hai voluto come segno sacro di questa offerta, racconta questi tuoi trentasette anni dall’AmpItalia alla Lear. Dal tumulto degli anni settanta, alle delusioni ed alle fatiche di questi tempi. Dalle stagioni della speranza con Padre Pellegrino, ai silenzi ed alle assenze di una Chiesa che facciamo fatica a comprendere, ma che resta pur sempre madre e sorella nelle nostre Comunità, con gli amici della Fraternità o con i sempre amati compagni di lavoro.
Con questa tuta suggelli la pagina del compito della tua vita. Su questa pagina Dio ha posato la sua mano, lasciando buona traccia di sé.

 

Armando Pomatto

 

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