Il lavoro alla San Roque (1)

Antologia di scritti di Don Cesare Sommariva



Impossibile, qui, dar conto dell’immensità del lavoro realizzato negli anni salvadoregni.
Riportiamo – più che altro per dare un’idea generale – le introduzioni alle quattro raccolte di fax settimanali che don Cesare inviò a Milano tra il 1990 e il 1995.

 

I.
Premessa metodologica

 

[da: Hasta la medula de los huesos (fino al midollo delle ossa), quarta raccolta dei fax da San Roque, San Salvador, El Salvador, Centro America, 1994-1995, pag. 1]

 

A tutti e 4 i libretti dei fax salvadoregni vorrei fare una premessa metodologica.
Più volte – rileggendo questi fax – ho visto che son posti gli “ingredienti di metodo”. Come si potrebbe riassumere questo metodo?
Penso che il miglior riassunto sia quello della Simone Weil che avevamo posto nel primo librettino, sotto il titolo L’arte di ispirare un popolo.
Al metodo viene dato il nome di radicamento geografico.
Di fronte a tutti gli sradicamenti, di fronte alla deterritorializzazione, il metodo su cui ho puntato è stato la territorializzazione, il radicamento geografico.
Dare spazi di espressione ai bisogni latenti di essere utile, di essere indispensabile. Nel piano pastorale generale della Parrocchia vengono distinte tre cose: la finalità, il contenuto, la gestione nelle tre prospettive di azione, coordinamento, formazione.
1.    La finalità è ben descritta nella carta costituzionale della Parrocchia, che riporto nella pagina seguente, con le sette leggi.
2.    Il contenuto del lavoro pastorale è il territorio.
3.    La gestione sottolinea il fatto territoriale, preferendo tante piccole comunità coordinate fra loro, all’unica grande comunità decentralizzata.

 


II.
Non so

 

Fax n. 0, 5 aprile 1990 e fax n. 1, 20 aprile 1990
[da: Il sogno come esperienza pastorale nella parrocchia di S. Roque, Edizioni Edaco, Novate Milanese, 1991, pagg. 1-2]

 

1. Su di me

Non so. Questa è la prima cosa che mi viene in mente pensando a questo andare in El Salvador. Ho cercato di fare quanto sapevo fare. Sistemare il più possibile le cose qui, consegnare le cose definite, aprire le braccia per le altre. Ho chiesto consiglio a chiunque potesse dirmi qualcosa. Però la mia mente rimane vuota lo stesso.
So che è un nostro nuovo fronte.
So che alla mia età non sarà molto diverso da quello che sono qui.
So tutte le cose che ho già scritto nelle lettere passate e che riscriverei tali e quali.
E poi tutto mi appare “vuoto”: è come se avessi tagliato il ponte dietro di me e non sapessi cosa c’è davanti.
Cercherò di tenere qualche collegamento con ciascuno di voi. Vi ringrazio di quella unità profonda che ho sentito nelle parole e negli aiuti.
2. Sui soldi

Sui contributi economici Salvador, abbiamo sperimentato che il tener fermo l’autofinanziamento è stato importante. Sta sempre più apparendo che l’uso dei soldi per investimenti sociali è uno spazio di trasformazione di morte in vita per i proletari.

a. Per il proletariato, che vende fette consistenti del suo vivere per poter sopravvivere e vivere, i soldi sono il simbolo della costrizione, dello sfruttamento che vengono fatti su di lui. Sono il suo “sudore/sangue”.
Tutti quelli che lavorano come operai/impiegati di basso livello sanno che questo non è retorica, ma realtà.

b. Per il proletariato il vendere la sua forza lavoro è anche un vendere la responsabilità creatrice del proprio lavoro: con il proprio lavoro è costretto a costruire un mondo di morte, prodotti che sono merci… e non un costruire un mondo di uguaglianza del diritto a vivere… perché anche queste merci saranno comperate in modo disuguale… e tutto il resto che ben conosciamo.

c. L’utilizzo della propria vita come valenza sociale passa per l’opporsi nella lotta in fabbrica e nella trasgressione sociale, in una vita dissenziente, eccetera…

In questo antagonismo, abbiamo sperimentato che l’utilizzo del denaro di morte può essere elemento di lotta/dissenso/antagonismo, attraverso l’investimento sociale nella lotta, per la lotta…
Può cioè avvenire la trasformazione che il proletario sa fare: trasformare elementi di morte in elementi di vita, o favorenti la vivibilità egualitaria della vita sul pianeta.
Gli investimenti sociali possono garantire spazi di autonomia / antagonismo.
La precisione nell’autofinanziamento è stata importante.
Anche nella vicenda Salvador questo può avvenire: non finanziare, ma autofinanziare…

 


III.
Un nuovo fronte

 

Fax n. 1, 20 aprile 1990
[da: Il sogno come esperienza pastorale nella parrocchia di S. Roque, pagg. 3-4].

Ci ho pensato bene al significato di un foglio di collegamento. Esso ha il senso che questo non è un distacco, una chiusura di qualcosa qui per aprire qualcosa là. È un nuovo fronte, abbiamo detto. E perciò non è un distacco, ma una apertura nuova. Un foglio di collegamento non ha quindi il significato di lettera di un amico lontano, o robe del genere.
Non porrà al vostro sguardo lo spettacolo di persone che muoiono di fame o robe simili, di cui ormai anche la TV riempie a volte i suoi spettacoli.
Sapere i fatti senza una chiave di lettura, senza concetti chiari con cui leggere i fatti, voi sapete che non serve.
Sarà un foglio di collegamento con cui io cercherò di fare tre cose:
– contrastare e negare le chiavi di lettura con cui si vedono i fatti del Sud da parte del Nord;
– ricercare e precisare le chiavi di lettura che mi sembrano più adeguate alla ricerca che stiamo facendo qui:
– in queste chiavi di lettura farvi conoscere i volti e le azioni degli animatori là… così come facciamo qui nelle varie commissioni di coordinamento…

Questo nuovo fronte avrà quindi queste tre facce:

1. Aiutarci a scoprire l’oppressione e la menzogna che passa attraverso le informazioni che qui vengono date sul Sud del mondo. Questa menzogna è simile a quella sugli operai: come nascondono gli operai, così nascondono il Sud. Si tratta di descubrir.

2. Aiutarci a scoprire i poli della contraddizione, dare nomi adeguati, chiavi di lettura, rispetto a questa situazione mondiale che tutti più o meno sentiamo. Scoprire un che fare “giusto”. Si tratta di descifrar e di articular.

3. Aiutarci a vedere e programmare il come fare. Si tratta di poner en marcha.

Questo è il mio proposito. Non so se riuscirò a realizzarlo.
Per ora vi chiedo di capire bene le cose che sopra ho scritto. Vi ringrazio per la disponibilità che avete dimostrato in questa “apertura”.
Per il futuro… cerchiamo di camminare assieme con tanta tenerezza, con quella tenerezza che si impadronisce della persona umana quando decide di vivere per la vivibilità egualitaria della vita sul pianeta.


IV.
Dentro i confini della parrocchia di San Roque

 

Presentazione del titolo e dei fax e prefax n. 0. 7 ottobre 1992
[da: Dentro de los confines de la San Roque, raccolta dei fax salvadoregni 1992-1993]

 

“Dentro de los confines de la San Roque. Perché questo titolo a questi 31 fax? Il motivo di questo titolo a questa seconda raccolta di fax è molteplice. Potrei dire che ci sono tre motivi : un motivo prima, un motivo durante, un motivo dopo.
Un motivo prima: esso è spiegato nella prima raccolta di fax a cui ho dato il titolo: il sogno. La parola “sogno” viene dal salmo che dice: “Quando il Signore le nostre catene spezzò e infranse fu come un sogno”.
I primi dieci mesi del 90/91 furono un tempo in cui, usando il paragone del re biblico nella sua originalità, avevo tracciato i confini della Parrocchia e avevo messo le prime tre leggi:
– che nessun bimbo muoia nel primo anno di vita;
– che tutti i ragazzi e le ragazze possano andare a scuola per lo meno fino ai 18 anni;
– che nessuna ragazza rimanga incinta prima dei 20 anni, se non lo desidera.
Era un tracciare dei confini, porre delle tensioni verso i deboli, realizzare una tensione di vita e speranza in un territorio.
E dentro i confini della San Roque iniziò una nuova forma di vivere, di relazionarsi.
Una piccola minoranza, certo, fu quella che si mise in questa direzione. Ma a volte basta un poco di luce per cambiare una situazione, un poco di sale per dar sapore, un poco di lievito per lievitare una pasta.
Fu come un sogno, dentro i confini della San Roque.
Un motivo durante: tutto quello che racconto è dentro i confini della San Roque. Sembra a volte che quello che avviene fuori non tocchi molto quello che avviene qui, dentro questi confini. Cambiano governi, cambiano politiche economiche, cambiano gli stati maggiori, fanno accordi di pace: sembra che qui queste cose non arrivino molto. È la città negata. I cambiamenti sono poco percettibili qui. Quello che avviene fuori, quello che scrivono sui giornali, quello che dicono alla radio… qui non c’è.
Per questo dico che quello che scrivo è quello che avviene qui.
Una sola volta alla settimana esco dai confini della San Roque. Per andare a fare mezza giornata di “ritiro” con Adolfo. Tutto il resto del tempo lo passo dentro i confini. Mi hanno rimproverato in molti questo mio modo di fare. Dicono che dovrei andare a visitare, che dovrei interessarmi di questo e quell’altro, che mi credo indispensabile qui, che… Un mucchio di cose. In realtà non è una decisione.
È una costrizione. Il lavoro è molto e non avanza il tempo per andare a “vedere”. E poi alla mia età ho già visto fin troppo.
E desidero vedere solo quelle cose che in qualche modo posso “servire nel cambiamento” verso una maniera di vivere meno simile alla legge della giungla del libero mercato.
Il “durante” è tutto dentro i confini della San Roque.
Anche se il modo di pensare è planetario, il modo di agire è molto territorializzato dentro i confini. Pianeta e territorio locale: i due poli, del pensare e dell’agire.
Un motivo dopo: nonostante “il sogno”, nonostante il tanto lavoro territorializzato, a volte sembra che nulla cambi. Ci sono certi giorni in cui tutto sembra ripiombare nel caos. Uno degli ultimi giorni ripensavo, per valutare quest’anno passato. Pensavo alla pochezza delle forze che si sono messe in movimento, pensavo alla loro povertà in ogni senso, pensavo alle innumerevoli sofferenze che avevo “visto” nei giorni passati o che avevo ascoltato.
E mi ha preso un poco la mia solita depressione.
Mentre stavo così intristendomi, è venuta una giovane donna portandomi fogli con la iscrizione alla prima comunione di 15 bambini di un gruppo di baracche oltre i confini della San Roque. Casualmente io le avevo detto: dato che tu abiti lì, perché non fai un giro per vedere se ci sono bambini che…?
È tornata con una lista di 15 bambini. Uno sordo, uno allergico, l’altro che non mangia, l’altro che non va a scuola ancora pur avendo 10 anni… In questo gruppo di champas noi non avevamo messo piede, perché è oltre confini. Lì la tensione verso i bimbi, i malati, i soli, non esiste ancora. Sono abbandonati a se stessi. In quel momento mi sono reso conto di quello c’è dentro i confini della San Roque.
Dentro i confini c’è qualcosa che fuori non c’è ancora…
Di solito, l’erba del vicino sembra più verde. Questa volta mi è sembrata più verde quella che c’è dentro i confini della San Roque.


V.
Immaginandomi in viaggio sull’Oceano e pensando a ciascuno di voi

 

Prefax n. 0, 7 ottobre 1992
[da: Dentro de los confines de la San Roque]

 

Con nostalgia, speranza, allegria… vera.
La lunghissima notte sorvolando l’Atlantico da Est a Ovest, notte più lunga di sette ore, permette ed obbliga a tante riflessioni.
Quello che più mi ritorna in mente è il per cosa di uno dei dieci gruppi di salute di San Roque, nella periferia della metropoli salvadoregna.
Lo ritrascrivo dai testi della valutazione / progettazione / programmazione dei gruppi di luglio 92:

Para que el destino y la historia
que se nos ha empuesto
sea revertido,
y poder transformar
el rostro de la muerte a la vida,
con nuestros instrumentos, medios,
partendo de la realidad,
haciendo uso de la ciencia y profesionalidad.

Perché il destino e la storia / che ci sono stati imposti / vengano rovesciati. / Perché possiamo trasformare in vita / il volto della morte: / con i nostri strumenti, i nostri mezzi / partendo dalla realtà, / usando la scienza e la competenza professionale.

 

 Sea revertído el destino: vedere fino a che punto è possibile definire per se stesso, per gli altri, per il proprio popolo, un destino differente da quello che altri hanno imposto. Mi viene in mente la storia del Nicaragua. Era questo ciò che si diceva: vedere fino a che punto…
Poder transformar el rostro de la muerte: poter trasformare il volto della morte in volto della vita.
Mi viene in mente una delle “leggi” che ci siamo dati in San Roque all’inizio di quest’anno: riempire le strade con il sorriso vero dei bambini.
Dappertutto, nel mondo, ci sono nuclei di resistenza. Sciopero degli indios, negri che da anni lottano per un minimo di diritti, gruppi che si organizzano per sopravvivere anche nelle condizioni più dure, operai in Italia che in ogni fabbrica cercano di riorganizzare un minimo di resistenza… gruppi di ogni tipo.
Mi viene in mente la manifestazione del 13 ottobre a Milano: per ore ho visto sfilare decine di migliaia di persone in uno spezzone del corteo ed osservavo attentamente gli striscioni: oltre ai gloriosi ed anneriti striscioni delle fabbriche, altri striscioni nuovi di fabbrichette, di gruppetti di quartiere: casa della donna maltrattata, diritti per immigrati, gruppi dei diritti alla salute…
E mi vengono in mente le transenne di Roma per frenare la massa che in qualche modo vuole non lasciarsi definire.
Resistenza.
Questa mattina alle sette, dopo l’ultima Messa concelebrata con Luigi, Sandro e Biagio, sono andato a farmi un lento giro nel quartiere in cui ho abitato per dodici anni.
Lentamente osservavo finestre, volti, muri, negozi… Era l’ora in cui tornavo in quartiere dopo il turno di notte ai forni. Ho voluto rigustare tutta la tristezza e stanchezza di quei ritorni, perché la mia scelta allora era stata di prendere, come punto di osservazione della realtà, il turno di notte in fabbrica.
Da allora ho sempre conservato questo punto di osservazione. Da lì le cose si osservano meglio.
E, come allora, ho oltrepassato con lo sguardo le pareti, le finestre, i volti, e cercavo di guardare dentro… E mi sforzavo di osservare e meditare sulla fatica, sulla lotta per vivere, che ogni proletario ogni giorno ed ogni notte deve compiere.
Ogni situazione che il proletario vive contiene in sé una oppressione: questo era lo slogan dell’intervento in quartiere. Oppressione di cui non si ha piena coscienza, non si ha coscienza, si ha falsa coscienza… Oppressione che modifica la psicologia dell’oppresso… Oppressione a cui ogni proletario risponde a suo modo: arrangiandosi, delegando, ruffianandosi… lottando…
Si trattava di scoprire/svelare l’oppressione, cercare di decifrarla, cercare inventare una risposta più attiva e porla in cammino…
Quante cose sono avvenute in questi dodici anni in quartiere!

Così meditavo questa mattina nel mio lento camminare.
Ed in questi dodici anni c’è stato l’intermezzo in Salvador.
Nella periferia urbana metropolitana ho osservato le cose come nel mio quartiere… Ed ho visto che erano le medesime: con dimensioni differenti, causate da meccanismi forse in parte differenti, ma sempre provocati dalla medesima logica del capitale monopolistico.
E nella resistenza a queste oppressioni ho trovato i medesimi ‘verbi’ di resistenza,che avevamo messo a fuoco qui: descubrir, descifrar, articular, poner en marcha. Erano verbi del grande poeta comunista salvadoregno: Roque Dalton, ucciso dai suoi compagni… per differenza di idee.
Qui e là resistenza all’esterno ed all’interno: lotta esterna e lotta interna.

È stato a questo punto che avevo scoperto che quando si parla di Nord e Sud del mondo occorre stare attenti. Altrimenti ci si lascia prendere da sensi di colpa.
Occorre riconoscere la diversità di dimensioni ed in parte anche di meccanismi di sfruttamento, occorre riconoscere la diversità delle conseguenze, però occorre anche capire che la lotta è una sola: quella per la sopravvivenza del pianeta.
E che i proletari e poveri che lottano qui e là, nel Nord e nel Sud, stanno conducendo una lotta sola…

Questo dislocamento mio in Salvador vorrei che avesse questa volta questo significato: non più di restituzione solamente o di solidarietà Nord/Sud, bensì un significato di unire lotte lontane, ma simili…
Resistenze nelle varie parti del mondo, unitevi!
E da ultimo mi vengono in mente le lotte della storia, le lotte di resistenza. Mi vengono in mente tutti coloro che sono stati uccisi per la resistenza, in Italia e nel mondo, tutti quelli che sono stati torturati, emarginati, licenziati, imprigionati…
I morti del Salvador, innanzitutto. Con tutte le violenze che molti conoscono. Ma poi tutti quelli della storia e del mondo.
Ho appena finito di leggere un libro, La partenza dei musicanti, di Per Olov Enquist, edizioni Iperborea, 1992. Un libro ambientato nel Nord della Svezia. L’autore ricostruisce, sulla base di documenti reali, testimonianze e aneddoti familiari, il nascere e il morire delle prime associazioni operaie, la timida adesione ai primi scioperi, il lento e faticoso farsi strada di una coscienza politica nei contadini e negli operai delle segherie di quella terra delle tenebre, dove giunge per la prima volta la “buona novella” del socialismo, scuotendo con il doloroso travaglio delle idee nuove l’equilibrio di secoli di immobilismo, di oppressione, di miseria e ingiustizie accettate con religioso fatalismo.
Vorrei unirmi a tutti quelli che hanno resistito nei secoli, dall’estremo Nord all’estremo Sud… Vorrei immettermi in questo fiume di resistenti che attraversa e dà vita alla storia… Senza di essi la storia non avrebbe senso per me. Non mi interesserebbe.

E vorrei recitare quella preghiera dal titolo: Pietà l’è morta.

“Il vostro sacrificio compagni non è stato inutile. Noi continueremo a lottare, distruggendo tutto quello che i padroni e i loro tirapiedi hanno inventato per incastrarci: le loro leggi, il loro esercito, i loro magistrati, i loro poliziotti, le loro galere, le loro scuole e i loro seminari. Tutte le loro favole da piangere scritte apposta per noi. Pietà l’è morta”.

 

Stiamo arrivando a Curaçao, l’isola delle Antille olandesi, ancora oggi colonia olandese. Ormai sono dall’altra parte del mondo. Nostalgia, speranza, paura, …
Per l’ennesima volta mi ripeto la poesia di Dario Fo: La grande quercia… Vorrei che il finale di essa sia il legame che ci unisce:

No, non dobbiamo mollare, compagni,
no, non stiamo perdendo;
no, non siamo soli a lottare,
c’è tutto un mondo con noi:
il mondo dei morti di fame,
il mondo dei servi, dei negri di sempre,
degli sfruttati, però… coscienti!

E le piccole piante del mondo
vedranno finalmente il sole!

 

Vi ricordo tutti con affetto. Vi ringrazio per il vostro lottare.

Cesare Sommariva