Il “noi tre” di San Roque in Salvador / due lettere

Antologia di scritti di Don Cesare Sommariva



Da Cesare ad Andrea e William

15 ottobre 2002. Lettera n. 8 ed ultima

 

A. Il passato

 

Sono andato a rivedermi tutta la grande quantità di scritti che hanno accompagnato il cammino della San Roque. Dai piani pastorali (quello generale e quelli dei 5 settori), su su fino ai vari libretti, ai vari “manuali”, fino ai ai corsi iniziali dell’università popolare di Dorotea e fino ai 10 libri di ogni PCOBC (Piccola Comunità di Base).
È una enormità. Vi è scritto tutto.
Non so davvero cosa potrei aggiungere.

 

B. Il presente

 

1. In questi 12 anni il mondo è “cambiato”, eppure mi sembra che la cosa da fare sia sempre quella: dare strumenti culturali affinché ogni persona, che vuole, possa camminare sui tre bisogni immateriali: identità; gruppo di aggregazione; ragioni di futuro.
Dicevamo: suscitare vita e speranza così e non solo sanare necessità.
Fare in modo di formare persone adulte, mature, responsabili, spirituali.

 

2. Certo: gli strumenti culturali che do io non servono per sopravvivere. Servono per trasformare la realtà territoriale.
Ma oggi questo lì è ancora possibile?
La tua risposta è: a maggior ragione. Dalla lettera di Cecilia emerge chiara questa lotta fra la sopravvivenza e la trasformazione, che poi altro non è che scegliere il punto fondamentale, il bivio:
– se il popolo ha bisogno di buoni……
– o se è arrivato il momento in cui dobbiamo vedere fino che punto il popolo può iniziare ad autogovernarsi almeno in alcuni settori della società civile…

 

3. Il “fino a che punto…” è una ricerca, studio, tentativi, che spesso falliscono, ma in cui la linea che sostengo/mi appassiono è quella degli strumenti culturali di base che servono alla crescita nelle tre dimensioni: personale, sociale, di fede, che poi celebriamo con i simboli religiosi della tradizione cattolica.

 

C. Il futuro

 

1. I prossimi dieci anni son descritti da molti come anni di distruzione. Un sistema in agonia, che prima di morire ucciderà molti. È come un diluvio universale, in cui dicevamo che avremmo potuto costruire delle arche di Noè.
Che vuol dire? Riprendo un brano di Galli e lo collego con Roque Dalton:
 

«Dunque, intervento culturale in quartiere, in fabbrica: uomini che acquistano piena coscienza della propria posizione eretta, del proprio essere re del mondo; uomini che percepiscono per vie e con organi sconosciuti, non indagati, realtà vera di uomini fratelli. Fondamento aristocratico della fratellanza. Fratelli è dato non di partenza, è conquista e dono e perciò aristocratico. Distingue da altri non conquistanti non donati; ma pone al servizio: lavare i piedi: che senso ha?? La lavanda dei piedi di Cristo Dio a fratelli potenziali, traditori in atto: senso anche di cattiveria, tristezza profonda sapere che è/può essere inutile.
Che la risposta è: io sono più bestia che uomo: sono lupo allevato da lupi: e quindi staccati da tua madre e tuo padre e pratica la lavanda (allo sconosciuto) e al compagno di strada in avventura senza confini. Mi volgo indietro, contemplo ciò che è universalmente umano in me, in te e ti lavo i piedi.
Lavare i piedi vuol dire che? Purifico ciò che è a contatto con la terra: stacco e riattacco puliti i piedi alla terra: qui mi perdo in significati ignoti di terra, argine, piedi, gesti simboli di altri pianeti forse. Ma tant’è, mi sembra qui elemento di fondazione della fratellanza possibile, più che propagandistiche guarigioni, miracoli, predicazioni, eccetera…
E in quartiere intervento culturale è lavanda di piedi. Dunque amare il fratello: libero me, creo possibilità di una “parità” di rapporto orizzontale.
Dare strumenti a chi ne ha meno: quali saranno? Io ho più strumenti, ma ti servono? Tu non lo sai, non conosci i miei strumenti! Mi vedi operare, mi invidi! Ma non sai perché, dare è il mio avere più strumenti. Dunque non puoi dirmi quali dei miei strumenti ti servono. Dunque devo scegliere io quali strumenti io ritengo ti servano nel cammino di una reale fratellanza.
E dunque diciamo imparare ad osservare: osservazione scientifica della realtà.
Cioè guardare le cose con lo strumento del nostro tempo, che il nostro tempo ha forgiato, sviluppato».

 

«Descubrir – descifrar – articular – poner en marcha:
viejos oficios de los libertadores y de los martires;
y que ahora son tareas de todos».

 
Vorrà certo dire tante altre cose, e ciascuno ci metterà la sua particolarità, però io penso che quegli strumenti culturali siano importanti per lo sviluppo graduale dei tre bisogni detti prima: identità, nucleo di aggregazione, ragioni di futuro.

 

2. In questo senso mi pongo la domanda sui soggetti.
La risposta che voi mi avete dato è che ci sono 64 persone che…
Ma il problema di fondo è il cammino di questi soggetti, l’argine che permette al nettare di non perdersi come un setaccio, e di invadere la città…
Quali le prospettive che offriamo o possiamo offrire in una situazione del genere?
Chi ha ancora tempo, forze? Hacer el tiempo, dicevamo.
Ma è ancora possibile? L’impossibile che diventa possibile.
Il sepolcro vuoto, il paralitico che trova in sé la fede per alzarsi, prendere il suo lettuccio e camminare…
Allora il soggetto sono io, che non ho fede sufficiente?
Allora…?
Mi pongo tante domande su di me.
Su te e William non mi pongo domande. Se resistete è perché…

 

3. Sempre sul futuro, ammessi i due punti precedenti, debbo rispondere alla domanda di cosa può essere la San Roque.
Mons. Saenz aveva giustamente scritto, anni fa, la famosa frase: la San Roque è una grande università popolare.
Ma che fare perché questo si realizzi?

 

a. William risponde: fortalecer, buscar nuevos sujetos.
E su questo già ho scritto e voi avete ricercato.

 

b. Una animatrice di qui scrive così:
Finalità: ogni persona che in qualunque circostanza è stata chiamata, è stata chiamata a scontrarsi con il senso comune; anche le più semplici chiamate hanno posto ogni persona a domandasi, chiedersi su di sé fino alle relazioni coi famigliari, col vicinato, col territorio, col resto del mondo.
Contenuto: affinché il nettare di ognuno non si disperdesse,
– gli argini posti nelle intenzionalità hanno mirato a far intrecciare energie di ognuno/a in modo vitale;
– ad ogni spazio offerto individualmente e in gruppo ha avuto il criterio di rispondere per età, gradualità di penuiero e azione, a partire dai bisogni delle persone chiamate;
– le difficoltà affrontate sono molte, originate da disparate cause.

 

c. Con questa finalità e contenuti avevamo parlato di obras, fe, sacramentos.
– Sulla fede c’è il cammino proposto del Vangelo della domenica seguente e il ritiro quaresimale su Luca.
– Sui sacramenti non so.
– Su las obras:

Nelle azioni io avevo scritto qualcosa sull’educazione e sulla formazione giovanile. Qui si tratta di vedere bene come progettare a lungo periodo.
Sull’educazione ci sono:
– le PCOBC con la prima comunione (e seguimiento)
– Mariarosa con i giardini dei bimbi.
Sulla formazione giovanile ci sono questi giovani rimasti, che dovranno decidere il cammino del prossimo; che dovranno decidere se iniziare un nuovo cammino della Cresima; che cercano di fare alcuni centri di studio; e con cui dovremo discutere la faccenda dell’università popolare dei giovani.
Sulla salute non è rimasto quasi nulla e perciò dovremo vedere.
Sull’urbanistica abbiamo lasciato alle direttive.
Su “sabia solidaridad” non so a che punto sono o cosa possiamo proporre.

 

Conclusione

Concludo questo ottavo e ultimo scritto/riflessione.
Quello che io penso è che la San Roque possa diventare una grande università popolare.
Questa è la mia ipotesi, che comprende tutti i punti detti precedentemente.
E mi sembra che sia su questa ipotesi che dobbiamo riflettere. Se invece l’ipotesi che voi vedete è un’altra, allora discutiamo su altra ipotesi.
Può darsi che “arca di Noè oggi” voglia dire altre cose.
Occorre però esplicitarle.

 

Termino con il famoso brano di José Marti, dove il compadecer per me vuol dire che loro sono la menzogna e che la vera scuola di Verità è il partire dai luoghi più poveri della San Roque con le sette leggi. Sarà questa partenza che ci permetterà di cercare quella verità che ci fa liberi, perché la nostra libertà dipende dalla libertà dei “poveri”.
 

Dolor infinito debia ser el único nombre de estas paginas.
Dolor infinito, porque el dolor del presídio es el más rudo, el más devastador de los dolores, el que mata la inteligencia, seca el alma, y deja en ella huellas que no se borrarán jamás.
Nace con un pedazo de hierro; arrastra consigo este mundo misterioso que agita cada corazón; crece nutrído de todas las penas sombrías, y rueda, al fin, aurnentado con todas las lágrimas abrasadoras
Dante no estuvo en présidio.
Si hubiera sentido desplomarse sobre su cerebro las bóvedas obscuras de aquel tormento de la vida, hubiera desistido de pintar su Infierno. Las hubiera copiado, y lo hubiera pintado mejor.
Si existiera el Dios providente, y lo hubiera visto, con la una mano se habría cubierto el rostro, y con la otra habría hecho rodar al abismo aquella negación de Dios.
Dios existe, sin embargo, en la idea del bien, que vela el nacimiento de cada ser, y deja en el alma que se encarna en él una lágrima pura. El bien es Dios. La lágrima es la fuente de sentimiento eterno.
Dios existe, y yo vengo en su nombre a romper en las almas espanolas el vaso frío que encierra en ellas la lágrima.
Dios existe, y si me hacéis alejar de aquí sin arrancar de vosotros la cobarde, la malaventurada indiferencia, dejadme que os desprecie, ya que yo no puedo odiar a nadie; dejadme que os compadozca en nombre de mi Dios.
Ni os odiaré, ni os maldeciré.
Si yo odiara a alguien, me odiaría por ello a mí mismo.
Si mi Dios maldijera, yo negaría por ello a mi Dios.

 
Con affetto,

 

Don Cesare


 

Da Cesare a William e Andrea

21 maggio 2003
Quattro settimane dopo la mia partenza e arrivo a Milano.

 

Scrivo in italiano, perché mi viene meno difficile. Mi scuso con William, però questa mattina voglio esprimere quello che ho pensato in questo mese, anche dopo la lettera di William e Andrea. E mi viene più facile in italiano.
Su quello che scrivo vorrei avere un riscontro da ciascuno di voi.
Dopo aver discusso molto qui con i compagni e con me stesso, il frutto delle riflessioni è il seguente:

 

1. Io non penso che la San Roque abbia bisogno della mia presenza per continuare il suo cammino. Dice bene il commento del giorno dell’Ascensione: “Se il padre Cesar stesse sempre qui, la SR non potrebbe dimostrare che sa camminare…”.

 

2. Io penso che adesso “sono io che ho bisogno della San Roque per poter camminare”.
Qui [in Italia, ndr.] ho passato sette anni, dopo il 1996, scrivendo e consegnando agli animatori tutto quello che ho imparato. Sono stati sette anni di consegna dell’eredità. Adesso io ho bisogno di immergermi di nuovo nella materia, come dice Teilhard, per non morire.
Qui non ho territorio in cui immergermi. Qui debbo creare le condizioni materiali perché sorga un nuovo punto collettivo di riferimento.
Quindi sono io che ho bisogno della San Roque per poter rivivere e camminare in questi ultimi anni della mia vita.

 

3. Questa possibilità può diventare realtà?
La risposta dipende da voi due, William e Andrea.
Come più volte ho detto, il problema è antropologico / teologico. Se noi tre potessimo “essere uno” come dice Gesù nella sua preghiera, allora è possibile che questo mio desiderio diventi realtà.
Tra noi tre non ci deve essere una unità per il lavoro pastorale, ma dobbiamo invocare una unità antropologica / teologica; è dalla nostra unità che verrà il lavoro pastorale.
Forse un esempio, improprio ma utile, può essere questo: non sono i figli il motivo dell’unità degli sposi, ma l’unità / amore fra gli sposi può generare un figlio, che dovrebbe essere il frutto del loro amore.
Ciascuno con il suo carisma proprio, da mettere al servizio del bene comune, come dice san Paolo.
È la differenza tra individualità e personalità. Teilhard lo dice bene:

«È questa l’unica immagine che si delinea quando tentiamo di applicare logicamente, sino in fondo a un insieme granulare di pensieri, la nozione di Collettività.
E qui appaiono i motivi del fervore e, al tempo stesso, dell’impotenza che accompagnano una qualsiasi soluzione egoistica della Vita. L’egoismo, sia privato che razziale, ha ragione di esaltarsi all’idea dell’elemento che si eleva, per fedeltà alla Vita, sino a valori massimi di ciò che cela in se stesso di unico e d’incomunicabile. Sente giusto, dunque. Il suo solo errore, ma che gli fa del tutto voltare le spalle alla retta via, consiste nel confondere individualità e personalità.
Per essere pienamente noi stessi, dobbiamo avanzare nella direzione opposta, nel senso di una convergenza con tutto il resto, e cioè verso l’Altro. Il compimento di noi stessi, il culmine della nostra originalità, non è la nostra individualità, è la nostra persona; e questa, data la struttura evolutiva del Mondo, non possiamo scoprirla che attraverso l’unione. Non vi è spirito senza sintesi. Sempre la stessa legge, da cima a fondo. Il vero Ego cresce in ragione inversa all’“Ego-tismo”. A immagine di Omega che lo attrae, l’elemento non diviene personale che per universalizzazione [e viceversa si universalizza solo se si super-personalizza. È questa tutta la differenza  (e l’equivoco) tra la vera e le false mistiche politiche e religiose: queste distruggono l’Uomo, quella lo compie mediante «la perdita nel più grande di sé»].
Questo, tuttavia, a una condizione evidente ed essenziale. Risulta dall’analisi precedente che, per personalizzarsi realmente sotto l’influenza dell’Unione, le particelle umane non devono congiungersi in un modo qualunque. Perché si tratta, in realtà, di attuare una sintesi dei centri, esse debbono entrare in reciproco contatto centro a centro, e non altrimenti. Tra le varie forme di interazioni psichiche che animano la Noosfera, sono quindi le energie di natura “intercentrica” che dobbiamo individuare, captare e sviluppare prima di ogni altra se vogliamo concorrere efficacemente ai progressi dell’Evoluzione in noi». [Teilhard de Chardin,
Il fenomeno umano, sez. 4, cap. 2, 1b, Universo personalizzante]

 

4. Per questo per me è importante quello che ciascuno di voi pensa.
Sono io che ho bisogno della San Roque. Sono io che ho bisogno di voi due. Siamo noi tre che dobbiamo creare il modello di nuova umanità in noi stessi. Antropologia e teologia qui si intrecciano.
Otto giorni dopo il mio arrivo alla San Roque (25 aprile 1990, tredici anni fa) scrivevo con alcuni un foglio, che è un po’ quello che io chiamerei le fondamenta del lavoro pastorale nella San Roque. Mi avevano chiesto: perché sei venuto qui?
La mia risposta è stata: per essere un uomo nuovo che ha fratelli e sorelle con cui parlare e lavorare…
Vi allego quello scritto, che è in parte uno spagnolo primitivo e un italiano, che allora non riuscivo ancora a tradurre. Cecilia lo ricorda bene.
Questo foglio ha dentro tutto il seme che – in mezzo a infinite difficoltà e contraddizioni – si è sviluppato o avrei desiderato si sviluppasse.
Non so se lo ritenete ancora attuale, nonostante tutte le difficoltà economiche / sociali / politiche che vengono ben descrittte dalla Norma Guevara. Nonostante e a maggior ragione. Il dilemma e l’opzione.

 

5. Non so come sarà la mia non salute. Certo le mie energie fisiche saranno minori che tredici anni fa. Mi sono consigliato con tanti, e tutti sono d’accordo di non operare. Debbo solo provare dei farmaci, per vedere cosa succede. Vedremo “fino a che punto…”.

 

6. Se siete d’accordo io verrei lì l’8 settembre o giù di lì, così se volete prendere un po’ di riposo in settembre posso sostituirvi. Purtroppo con Cuba ho dovuto chiudere per diversi motivi.

So che vi chiedo molto, chiedendo di rispondermi. Forse mi avete già risposto a voce, prima che io partissi. Però ho voluto chiarire per iscritto il mio pensiero, per confrontarlo con voi. Lo scritto è meglio, a volte, della parola.

 

Da antemano agradesco
Con affetto e fraternità.

 

Don Cesare