“Don Cece” preteoperaio fedele al Signore

Racconti di chi ha incontrato Cesare  (3)


 

È difficile ricordare ad altri don Cesare Sommariva, chiamato da tutti “don Cece”, poiché è stato un sacerdote particolarissimo della nostra diocesi. Lo ha segnato soprattutto la sua conversione che continuava a fargli ripensare il suo essere stato di famiglia ricca e accettò tutto lo stile di un povero che accoglie il Signore. Perciò visse da povero e non fece mai clamore, sempre in disparte, sempre in silenzio.

Con don Lorenzo Milani, amico spesso incontrato, ci sono state, su strade diverse, profonde convergenze ed un destino comune di ricerca: si potrebbe dire che l’esperienza di Barbiana sia stata riversata alla periferia di Milano con tutte le riflessioni ed i ripensamenti di un mondo industriale. Si trattava, non solo, di restituire la parola ai poveri, ma anche di incoraggiare un pensiero proprio, senza inseguire i luoghi comuni. Era il progetto di un uomo veramente libero ed autonomo in un mondo industriale che, lo ha sperimentato allora e lo si sperimenta oggi, uccide la cultura e omologa al più forte.
Leggeva tantissimo, sintetizzava, ascoltava, scriveva il “ventino” e poi “lettera ad un amico” e vi riversava riflessioni, stili, ricerca, proposte e sviluppava un metodo di ricerca a cui è stato sempre fedele con i suoi ragazzi e adulti, prima di decidere.
Coadiutore a Pero, dall’inizio ha educato alla educazione alla fede ed alla preghiera i ragazzi, i giovani nelle scuole ove insegnava, gli adulti e maturò nella pastorale la sua stessa fede.
Era il messaggio essenziale che ha sempre inviato e a cui orientava. I suoi ragazzi, ora adulti, lo hanno imparato mentre egli, esigente e spesso durissimo di fronte alle ingiustizie, lottava con tutta l’intelligenza e la radicalità di cui era capace.
Con la “Scuola popolare” per gli adulti (anni ’70) e quindi dei doposcuola nella zona di Crescenzago, educando ragazzi e i formatori per altri doposcuola, ha voluto aiutare a ricostruire la dignità di una persona libera soprattutto con agli ultimi.
Fare il prete operaio alla Redaelli di Rogoredo fu il suo contributo per condividere il valore e la dignità del lavoro e dei lavoratori. Fu una scuola per lui e per gli altri, e raccolse poi i volantini in un libro che intitolò “Le due morali”: quella del capitale e quella di Cristo. Dismessa la fabbrica, andò in Salvador e, ricostruendo una parrocchia sfasciata, ripropose un itinerario difficilissimo, imponendo la scommessa, che in quella parrocchia era necessario che ci si mobilitasse perché non morissero bambini. E la struttura di solidarietà, esigente e puntuale, fece diminuire drasticamente le morti dei bambini.
Ha amato profondamente la Chiesa e non ha fatto mai una scelta senza l’autorizzazione del vescovo. E, nella piccola comunità dei preti operai, prima a Sesto San Giovanni in via Pisa e poi con don Sandro Artioli e con don Luigi Consonni a Mirazzano, si è mantenuta una coerente e coraggiosa presenza cristiana di preghiera e di comunione.
A volte cerchiamo modelli di vita perché ci aiutino a camminare. Don Cesare non è un santino da immaginetta, ma un eccezionale prete scomodo che ha seguito il Signore con fedeltà ed amore.

 

Mons. Raffaello Ciccone

responsabile Pastorale del Lavoro della diocesi di Milano

(www.chiesadimilano.it)