“La mia libertà comincia dove comincia la tua”

Racconti di chi ha incontrato Cesare  (1)


 


Sono libero se tu sei libero, se tu sei oppresso anch’io lo sono

 

È difficile parlare di Cesare Sommariva, don Cesare, a persone che non conosco, e che non lo hanno conosciuto, persone di cui non vedo il volto. Occorre essere “prossimi” per comunicare queste cose. Solo l’insistenza di Bruno e l’indicazione di Franco alla fine mi hanno convinto a provarci. Spero di riuscirci, almeno in parte.

“La mia libertà comincia dove comincia la tua”. Il contrario esatto del pensiero comune borghese che dice “la mia libertà finisce dove comincia quella dell’altro”: un concetto molto individualista ed egoista della libertà. Ecco una di quelle frasi che hanno segnato il mio modo di vedere il mondo. L’ho imparata da lui quando avevo sì e no diciott’ anni: all’egoismo opponeva la fraternità. Libertà e fraternità o camminano insieme o non sono.
Sto parlando dei primissimi anni Sessanta. Lui era un giovane prete, da cinque anni mandato ad aiutare il parroco di un paese minuscolo (Pero, Milano) che stava esplodendo di fabbriche e di immigrati; quelle spuntavano come funghi e questi giungevano ogni giorno, soprattutto dalla Calabria, dopo quelli dal Veneto alluvionato.
Ad un ragazzo che in parrocchia si occupava di organizzare i tornei di calcio, un giorno Cesare disse che meglio avrebbe fatto ad organizzare i lavoratori. E quel giovane divenne sindacalista degli edili che costruivano la Milano del boom, girando in lungo e in largo le periferie su una Lambretta, fino ad ammalarsi.
Andammo insieme ad attaccare i cartelli per uno sciopero generale nei cantieri di quello che sarebbe diventato uno dei più grandi quartieri della cintura nord-ovest: sulla Lambretta, io seduto dietro – corda, forbici e graffettatrice in tasca, fascio di cartelli sotto braccio. Anche io ero stato spinto da Cesare a darmi da fare: diciassettenne un po’ idealista e un po’ obbediente stavo imparando, da lui, che la vita ha senso se non la tieni per te.
Parlare di Cesare è possibile solo raccontando episodi della vita di chi lo ha incontrato e conosciuto: lasciava il segno. Potevi accettare o rifiutare, difficile era restare indifferenti. Dunque il mio racconto sarà molto soggettivo, e tuttavia oggettivo perché egli, come era accaduto a me, segnò centinaia di altri giovani, quasi tutti operai, che tra il ’60 e il ’70 lo conobbero in parrocchia, nei bar del paese dove li andava a pescare, nella scuola media o in quella professionale dell’Alfa Romeo, dove insegnò.

Cesare fu per tutta la sua vita prete fedele, fino alla fine venuta dopo una dolorosa malattia durata cinque anni.
Fedele a quel Gesù galileo che si lasciò ammazzare di una morte atroce e infamante, per liberare l’umanità dell’oppressione. Gesù, il consacrato, era il suo modello, il suo fratello. Lo fu con una religiosità essenziale, asciutta, profonda che negli anni si trasformò in tenerezza, in dedizione totale ai più oppressi.
Non è una precisazione agiografica: è necessaria per capire perché visse come visse.

 

È quasi impossibile far capire

In questo tempo dalla cultura corrotta, dove l’immagine sembra valere più della sostanza, pur essendo solo maschera che nasconde l’oppressore e illude l’oppresso, è quasi impossibile far capire perché un giovanissimo e agiato borghese, improvvisamente a diciotto anni si “converta”, entri in seminario, diventi prete, passi la vita come pescatore e pastore di uomini e di donne, facendosi maestro, insegnante, operaio, parroco, animatore, missionario in Salvador, vecchio pensionato malato? percorrendo una strada lunghissima – e senza pause – di ricerca, di invenzione, di sperimentazione, di uso implacabile della ragione e di paziente attesa davanti alle nostre teste dure e lente? accompagnata sempre da quella fede.
Era appassionato della libertà del suo prossimo, degli oppressi, lui libero da comodi e accomodanti schemi ideologici, animatore di animatori suscitati tra i figli di proletari, tra i lavoratori. Come don Milani, di cui era stato amico, era molto esigente con le persone che gli erano vicine. Soprattutto dagli intellettuali pretendeva una onestà senza scuse e con alcuni di essi arrivò a rotture durissime. Il suo è stato un cammino segnato dall’ansia di dare ai giovani, soprattutto se operai, strumenti per l’autonomia di pensiero, perché sapessero liberarsi dalla soggezione culturale e materiale che segna come una maledizione la condizione dei lavoratori subordinati.

 

Nessuno educa nessuno…

Una frase fissò nella mia memoria il decennio tra la fine degli sciagurati anni ’80 e i pessimi anni ’90: “nessuno educa nessuno, nessuno educa se stesso. Gli umani si educano l’un l’altro con la mediazione del mondo”. È di Paulo Freire. Non so se sia letterale o se questa fu la sintesi fatta da Cesare, che ce la insegnò: certo fu per noi l’avvio di una ricerca culturale collettiva, un lavoro mentale, condotto da molti lavoratori e qualche intellettuale, che partiva dalla pratica della vita quotidiana nei quartieri proletari, in fabbrica, a scuola? per fare, di quella pratica, l’oggetto di osservazione, analisi, riflessione in gruppo, fino a trarne insegnamento per provare a mutare, dal basso, quella pratica quotidiana. Provare a vedere se e come fosse possibile rompere il millenario giogo del peccato del mondo: il dominio dell’umano sugli umani, il terribile schema superiori/inferiori. Ancora una frase-pietra miliare: “il re è re, finché i sudditi credono di essere sudditi”?

 

Da prete a prete operaio

All’inizio degli anni ’70 aveva lasciato Pero e, con altri due preti, andò ad abitare nel quartiere Falck a Sesto San Giovanni. Cominciarono andando a conoscere, incontrare, ascoltare, casa per casa, centinaia di famiglie operaie, scoprendo la fatica, i drammi famigliari, le speranze, le malattie? stabilendo amicizie, costruendo speranze e legami, avviando un percorso culturale di liberazione. Lui stesso, poco a poco, andava scoprendo la strada che sarebbe stata dell'”intervento culturale”.
Come raccontare tutta questa ricchezza che nasceva dal basso, dagli ultimi?
Poi vennero gli anni della fabbrica: patì lui, ormai non più giovanissimo, l’umiliante ricerca del posto (certo non si presentava con la raccomandazione della curia…). Prima trovò un lavoro schifoso in una fabbrica di vernici. Me ne parlò – allora io ero nella FIM regionale la cui sede era da poco proprio a Sesto – quando mi cercò per chiedermi di consigliare e sostenere un compagno che stava cercando di organizzare i lavoratori nella piccola azienda elettronica dove era impiegato. Per non esporli a minacce, le prime riunioni avvenivano nel retro di un bar, alla fine del lavoro, come se fossimo ancora nel ’68. Cesare era sempre attento agli altri: a quel compagno, ma anche a me. Sono convinto che mi cercò non solo per “il mestiere”, ma proprio perché non mi alienassi nell’ambiente sempre più sterilizzato della struttura sindacale. Era la primavera del ’79, in dicembre avrei lasciato quel mondo per tornare al mio ambiente originario come operaio trattorista agricolo.
Dalla fabbrica di vernici all’acciaieria Redaelli di Rogoredo. Al reparto di condizionamento dei tondini (ricordo bene? si chiamava così?). I turni, soprattutto quelli notturni lo provarono duramente, fino a segnarlo nel fisico (non dimentichiamo che, oltre che essere umano come tutti gli altri operai, aveva in più una acuta consapevolezza di sé e della ingiustizia che opprimeva gli operai, e dunque una sensibilità che moltiplicava la sofferenza personale). Me ne parlò, molti anni dopo: i terrificanti turni notturni, in solitudine, nel rumore, nel caldo e nel freddo, in mezzo a macchinari enormi e processi produttivi totalmente annientanti.
Stava scendendo nei “sotterranei della storia” (Bonhoeffer) e da quella prospettiva, vivendo oppresso tra gli oppressi, guardava, soffriva, l’ansia di liberazione di moltitudini ignorate, disprezzate, punite. Lì si impegnò a sostenere il consiglio di fabbrica di operai duri e onesti, che non si lasciavano opprimere. Forse non erano cristiani, ma certo erano più vicini di tante altre “brave persone”a quel Gesù che lui amava. Ad alcuni di loro lo legò un’amicizia fraterna, mai cessata.
Lasciò una traccia di tutto questo nel bel libro, ora introvabile, che scrisse per raccontare la lotta contro la chiusura della acciaieria Redaelli (era l’inizio del declino economico industriale italiano e dell’aumento progressivo dei profitti mediante la delocalizzazione). Il libro, intitolato Le due morali. Scelte imprenditoriali, lotte sindacali e intervento culturale alla Redaelli Sidas di Milano dal 1979 al 1984 fu pubblicato dalle Edizioni Lavoro, la casa editrice della CISL, nella collana “Contributi”, n° 21. Nella dedica scriveva: “ad Achille Cremonesi e a Giambattista Cappelletti e a tutti gli altri che mi hanno fatto vedere chi porta nel mondo la giustizia”.
Qui dovrei aprire una pagina sulla straordinaria esperienza, che è stata e in parte è ancora, dei preti operai italiani, davvero poco conosciuta nel mondo “di sopra”. Chi volesse approfondire troverà una fonte esauriente nell’archivio della loro rivista (che contiene diversi testi anche di Cesare): www.pretioperai.it.

 

Un intellettuale di nuovo tipo

Faccio ancora un altro passo indietro, per andare avanti: avevo 18 anni quando mi dette da leggere un libro che presentava il pensiero di Pierre Teilhard de Chardin, un gesuita allora poco amato dalle alte sfere. Ne parlammo molto: allora cominciai a capire quanto poco sappiamo della materia e a farmi convinto che scienza e fede non siano incompatibili, se ognuna resta al suo posto.
Ma non voglio parlare di questo, ora. La citazione serve a illuminare un altro aspetto della personalità di Cesare: un intellettuale brillante, era capace di leggere in una sola notte un libro difficile e di sfornare il giorno dopo il succo centrale del testo, condensato in un paio di foglietti dattiloscritti, perché fosse appreso da noi e trasformato in strumento di ragionamento, di critica, di osservazione.
Ecco alcuni autori che ricordo: Lorenzo Milani, Teilhard, Paulo Freire, Gramsci, Arturo Paoli, Mao, Quoist, Martini, Foucault, Kasper, Lenin, Guevara, Molari, Bonhoeffer? e chissà quanti altri: letti meditati, ricombinati, mescolati con l’esperienza quotidiana di sofferenza, con la lotta, con la meditazione e la preghiera, con il desiderio di liberazione e di giustizia delle centinaia di lavoratori, giovani, insegnanti e preti che conosceva, che incontrava a ritmo continuo ogni giorno, quasi in turno ordinato.
Eh sì, perché l’altra fonte intellettuale da cui prendeva informazioni per una ricerca che continuamente mandava in circolo erano proprio l’intelligenza, la razionalità e il cuore di questo popolo sparso intorno a Milano e, progressivamente, diffusa in un reticolo sempre più ampio in mezzo mondo.
I suoi strumenti di comunicazione, erano il telefono, il ciclostile, il fax, la fotocopiatrice che rimpiazzò il ciclostile, la segreteria telefonica. Non volle mai saperne di usare il calcolatore elettronico, si adattò per necessità al cellulare e solo nei periodi di ospedalizzazione.

 

Come in fabbrica così nel territorio…

La crisi della Redaelli lo mandò prima in mobilità e poi in pensione. Chiese a molti cosa dovesse fare, se cercare un altro lavoro o se accettare la mobilità e il prepensionamento. Ovvia la risposta: “uno come te è più utile fuori dalla fabbrica”.
Quando era a Rogoredo andava a dormire nell’abbazia di Chiaravalle, ma una volta fuori dalla fabbrica scelse, con altri due preti operai che lavoravano alla Breda e alla Falk, di formare una piccola comunità. Andarono ad abitare in un quartiere proletario di Cologno con l’incarico di un compito pastorale.
Io ero ancora in cascina quando mi chiesero di dipingere alcune immagini per contribuire a trasformare, alla domenica mattina, la sala riunioni del quartiere in luogo per la messa della piccola comunità che si andò costituendo con gli abitanti. Dall’84 al ’90 si sviluppò la ricerca di cui ho già detto qualcosa prima: il territorio appariva sempre più come il luogo dove il potere economico spostava le sue mire espansive di sfruttamento. Erano gli anni della “Milano da bere”, quando i furbi cominciavano a prevalere e si andava preparando lo sgretolamento delle grandi fabbriche, quando cominciavano ad essere “visibili” i primi migranti dal sud del mondo. Nel quartiere di Cologno, come in altri simili dell’hinterland, gruppi di giovani imparavano, tentativo dopo tentativo, a farsi animatori di quello che chiamavano intervento culturale. E Cesare era il motore instancabile di questa ricerca di giustizia, di autonomia.

 

Il cuore in Salvador

Tra l’88 e l’89 la sua incessante ricerca lo portò ad un convegno a San Paolo in Brasile e ad un “giro” nell’America Latina: è là radice di quella che fu la sua avventura più grande, là il luogo dello sforzo intellettuale massimo: il cardinale Martini gli propose di rispondere alla domanda di aiuto che veniva dalla diocesi di san Salvador, gli propose di andare a guidare una parrocchia in uno dei quartieri più poveri. Nell’aprile del ’90 la prima partenza, con l’accordo di fare qualche mese, di tornare in Italia per un breve periodo e poi di nuovo là, alternando. Continuò così fino al 2002. Il suo sogno era di concludere là la sua vita, ma le cose andarono diversamente, la malattia impose il suo giogo.
Il primo impatto fu durissimo: la guerra, la sanguinaria dittatura militare, le persecuzioni, la miseria immane, le condizioni umane ed ambientali disperanti, l’ingiustizia – il male – come legge dominante?
Superando la difficoltà della lingua (aveva già 57 anni quando la imparò!), in quell’inferno lui portò gradualmente la luce la luce della ragione, sostenuto da quella della fede. E venne compensato dall’accoglienza dei più poveri. Citando Arturo Paoli, spesso ci ricordava che “i poveri decideranno chi sarà salvo e chi no, non i potenti della terra”.

 

Un’amicizia che fa il giro del mondo

Così chiamammo negli anni ’90 la rete di sostegno a lui e ai suoi pobres. Voglio qui lasciare la parola a lui, rimasta grazie ai fax che ci inviava. Ci scriveva:

«Come mi piacerebbe parlare con un universitario che lotta, con alcuni del ceto medio che sanno ragionare?!
Ed invece no: io sempre testardamente con i mas pobres (i più poveri), con i pobres per metterli al servizio dei mas pobres?
Con il grande binomio: capacità di comprensione e capacità di azione per cambiare.
Sai che solo con questi sotto operi i cambiamenti?
So che questa mia testardaggine mi fa impazzire. Questa lentezza e questa ripetitività dei poveri, come dei proletari lì? è sempre la cosa che mi ha fatto impazzire».

E ancora, poco più in là:

«Gandhi diceva: “per chi ha fame il cibo è Dio”. E questo ha una sua parte di verità e una parte di mistificazione. Però il tessuto è ancora in parte vivo.
Certo è che qui uno è quasi costretto a usare la fede, come dice S. Paolo: armarsi dello scudo della fede.
Come ho capito in questi giorni questa frase di Paolo!».

Al momento della partenza (20 aprile 1990) scrisse, tra l’altro:

«Questo nuovo fronte avrà quindi tre facce:
1. Aiutarci a scoprire l’oppressione e la menzogna che passa attraverso le informazioni che qui vengono date sul SUD del mondo. questa menzogna è simile a quella sugli operai: come nascondono gli operai, così nascondono il SUD. Si tratta di descubrir.
2. Aiutarci a scoprire i poli della contraddizione, dare nomi adeguati, chiavi di lettura, rispetto a questa situazione mondiale. Si tratta di descifrar e di articular.
3. Aiutarci a veder e programmare il come fare. Si tratta di poner en marcha.
Questo è il mio proposito. Non so se riuscirò a realizzarlo.
Per ora vi chiedo di capire bene le cose che sopra ho scritto. Vi ringrazio per la disponibilità che avete dimostrato in questa “apertura”.
Per il futuro? cerchiamo di camminare assieme con tanta tenerezza, con quella tenerezza che si impadronisce della persona umana quando decide di vivere per la vivibilità egualitaria della vita sul pianeta».

Mi avvio a concludere. Ho detto ben poco, ma è chiaro che il passare del tempo andrà svelando la grandezza di quest’uomo. È stata la nostra un’amicizia fraterna condivisa con altre centinaia di persone.

 

Ci preparò agli anni splendidi

Mi accorgo ora, però, di aver detto poco della sua presenza a Pero tra il 1956 e il 1973. Il ricordo di quegli anni più che alla sua figura rimanda alle cose che avviò, alle esperienze straordinarie che già allora videro un gruppo numeroso di giovani come protagonista.
Non costituì mai un oratorio maschile, avviò invece una esperienza piuttosto innovativa che anticipava la spinta costante a diventare responsabili: “città dei ragazzi” si chiamava, e funzionava davvero come una città, con leggi, sindaco e vicesindaco, moneta propria? ma i ragazzi crescevano in numero e in età, e lui li sfidava a maggior impegno. Dello stile con cui lo faceva ho già detto.
Mentre il clima economico e politico si andava scaldando, offerse a quei giovani figli di operai l’occasione per una istruzione politica di prim’ordine: per diversi anni, nel circolo ACLI di Pero, che era ben più di un bar con tavoli per giocare a carte, alla sera si svolsero corsi di economia, di sociologia, di “sindacato”? condotti con la collaborazione di professori dell’ISA (Istituto sociale ambrosiano) voluto dal cardinal Montini.
Si costituirono i primi gruppi “culturali” e impegnati (li chiamammo i 3C), avviando già allora una pratica di auto organizzazione, con lui dietro a far da mentore, critico e incoraggiante. Venne il tempo dei gruppi non violenti che affrontavano il tema della disobbedienza civile e della obiezione di coscienza al servizio militare (e allora c’era la galera). Furono percorsi mentali e pratici che ci prepararono al terremoto delle lotte sindacali e sociali che vennero alla fine degli anni Sessanta.
Tutto questo avveniva in un paese che cresceva letteralmente, come ho già detto, giorno dopo giorno. Gli immigrati dal sud arrivavano e incontravano l’ostilità degli indigeni verso i meridionali. La presenza di Cesare fu decisiva nella creazione di un clima di rispetto: non pochi di quei giovani immigrati entrarono presto a far parte dei gruppi attivi che si andavano consolidando.
Nella mia storia personale vi sono molte tracce di quella sua sollecitudine che mi indirizzò, sempre insieme ad altri, verso occasioni straordinarie, impegni che ora mi sembrano inimmaginabili. Il corso sul “vivere in solido” tenuto da don Zeno Saltini sui monti della Verna nel 1964. Il campo scuola estivo della Cisl a Ortisei dove, nel ’65, conobbi Franco Bentivogli. Il lavoro a tempo pieno nella Fim di Milano nel ’66. I quindici giorni in valle del Belice a imparare da Barbera i primi concetti dell’auto-organizzazione popolare e della lotta non violenta. Il sostegno, a Milano in piazza Duomo, alla lotta dei terremotati che, per la ricostruzione dei paesi, arrivarono fino ad occupare, mettendoci le tende, piazza Montecitorio nei primi giorni di gennaio del ’71? Quella volta ci andammo insieme, Cesare ed io.

OLYMPUS DIGITAL CAMERACesare Sommariva con Pierino Zanisi

Vivere nel cuore del cambiamento

Negli ultimi anni ci vedevamo spesso, lui vecchio malato, io dodici anni più giovane. Capitava, parlando del mondo che viene, di fare confronti con gli anni passati: riconoscevamo di aver vissuto in un’epoca di straordinaria trasformazione, stando proprio in uno dei luoghi dove il nuovo si manifestava: l’hinterland industriale, operaio e combattivo di Milano, dove noi avevamo fatto la nostra parte per quella grande sperimentazione (i metalmeccanici, la FIM di Carniti, i consigli di fabbrica, l’unità sindacale, le grandi speranze, il sogno di un paese fondato sul lavoro, sulla giustizia?). E non ci saremmo mai fermati.
Cesare fino all’ultimo, nonostante il dolore continuo, voleva ascoltare notizie da chi andava da lui ogni giorno per trascorre insieme qualche ora. Spesso chiedeva “leggimi cosa avete scritto”, per essere costantemente aggiornato sulla vita di quel grande e amatissimo collettivo diffuso nella pianura.

 

Per finire voglio citare qualche riga da un fax che ci mandò dall’aereoporto di Madrid, nel marzo del l’91, dove era stato costretto a undici ore di attesa per la coincidenza verso san Salvador. È scritto nel suo caratteristico stile schematico:

1. Ho una sensazione chiara che prevale su tutte. Le parole per esprimerla mi sembrano queste:
– un sogno
– una ondata velocissima
– un essere stato usato come strumento di forze immateriali.
È stato come l’essere stato rapito fuori dal tempo, travolto sulla cresta di un’onda velocissima, “impulsato” da una strana forza che via via prendeva forme differenti, ammirando, come dal di fuori, ciò che veniva creandosi gradualmente e velocemente. Sensazioni condivise anche da altri.

2. L’altra sensazione era il vedere dopo l’opera attuata come una opera nuova e buona.
– Una buona novità che fa dire alle persone: Nunca hemos visto cosas asì. (mai abbiamo visto cose simili)
– Una buona novità che si insegna da sé sola.
– E “si” insegna con autorità. Cioè non insegna con una autorità che viene da fuori, ma da se stessa.
Cioè ha dentro quella cosa che don Milani diceva delle opere d’arte: “la gente le vede e si riconosce”. Ed è questo che da autorità.

3. E, da ultimo, la sensazione altrettanto chiara di quando questa “cosa” ha avuto termine: buttato sulla spiaggia stremato, risvegliato come intontito, scrutando e toccando per rendermi conto che il sogno era stato realtà.

 

Ecco, cari sconosciuti compagni della FIM 2008, questo è stato, è ancora e sarà, vivo nella vita che continua, don Cesare Sommariva, prete, maestro, operaio.
Un caro saluto a tutti.

 

Pierino Zanisi

[da «Lettera FIM», ed. on-line, aprile-giugno 2008]