N°79-80 / La compagnia di don Cesare

Editoriale


 

Don Cesare, preteoperaio di Milano, ci ha lasciato pochi mesi fa.
Eravamo al corrente della gravità della sua malattia, eppure la sua morte ci è giunta inaspettata.
“Si pensa sempre che la morte arrivi… “dopo”…” scriveva Piero Montecucco a Sandro che con Luigi ha condiviso il lungo itinerario di sofferenza: “loro tre” insieme sino al momento ultimo di don Cesare.
Ancora una volta la sorpresa: non tanto della ragione, ma del cuore. Non si arrende facilmente il cuore all’evidenza, perché ospita legami  che rimangono, anzi si ravvivano dopo l’evento del distacco. Vi è l’esplodere dei ricordi, degli incontri, dei momenti che attingono alle diverse stagioni della vita. Anche una piccola traccia lontana ha il potere ridestare il film interiore registrato da un’invisibile scatola nera che ciascuno porta con sé.
Ho incontrato Cesare per la prima volta al Convegno Nazionale dei Pretioperai a Serramazzoni, nel lontano 1975. Il tema sul quale ci eravamo riuniti diceva: “Rendiamo conto della nostra fede: quale fede?”. Posso dire che l’imperativo, assieme all’interrogazione in esso contenuti, ci hanno accompagnato nei nostri incontri, durante tutto il nostro lungo cammino.
L’evento della separazione fa venire in chiara luce quanto si è condiviso offrendo più lucida consapevolezza  del dono grande che si è ricevuto avendo tali compagni di viaggio.
Nei giorni scorsi sono andato a stanare raccoglitori polverosi, carichi di documenti, lettere, appunti, mescolati alla rinfusa:  contengono pezzi della nostra storia di pretioperai, soprattutto del gruppo lombardo. Ho trovato molti scritti e alcune lettere di don Cesare. Nel subbuglio di sentimenti che affiorano dentro quella cascata di ricordi, memorie, immagini, luoghi, passioni condivise, si affaccia, profonda, la gioia di aver camminato insieme. E con essa, la gratitudine per l’aiuto ricevuto, per l’esortazione al “coraggio”: una delle parole che Cesare rivolgeva mentre ti salutava al temine dei nostri incontri.

 

Questa prima pubblicazione è stata possibile, in tempi relativamente brevi, grazie all’impegno di persone che operano nella Cooperativa di Cultura Popolare “don Lorenzo Milani” fondata dallo stesso don Cesare, e che per molti anni hanno collaborato con lui. A loro si deve la scelta degli scritti di don Cesare, la raccolta delle testimonianze di chi l’ha conosciuto da vicino e l’organizzazione del materiale che costituisce questo quaderno.
Questo mio intervento intende offrire qualche spunto sul cammino che Cesare ha compiuto con noi pretioperai, evidenziando  il suo contributo autorevole e competente.  A questo scopo, utilizzando ampiamente suoi scritti, propongo una riflessione in tre punti:
– don Cesare e la nostra rivista
– don Cesare e i pretioperai lombardi
– il volto nascosto di don Cesare

 

Don Cesare e “PRETIOPERAI”

 

L’idea della rivista è sbocciata a Firenze, nel nostro convegno del 1986. In precedenza c’era un bollettino interno di collegamento che raccoglieva i documenti prodotti dai pretioperai negli incontri nazionali. Fu don Sirio Politi a lanciare la proposta due anni prima di lasciarci. C’è da dire che la cosa non incontrò unanime accoglienza. C’erano già degli strumenti all’interno dei quali alcuni PO operavano. Oltre a Lotta come amore del gruppo di Viareggio, fondata dallo stesso don Sirio, erano presenti la rivista Itinerari ed esperienze cristiane nel mondo operaio, con sede a Torino ed Esodo espressione dell’Associazione Culturale Esodo di Venezia-Mestre. Comunque la decisione fu presa. Toccò in particolare al gruppo lombardo farsi carico dell’iniziativa e in prima persona Cesare assunse il coordinamento del gruppo redazionale, formato dai rappresentanti di alcune regioni, chiedendo a me di assumere la direzione ufficiale, perché lui era già sovraesposto.
Il 18 dicembre 1986  Cesare scrisse una lettera a don Sirio dove appare chiaramente la sua assunzione di responsabilità. La riporto con le accentuazioni grafiche dell’originale:

Caro Sirio, BUON NATALE in tutti i significati che tu vuoi e sai dare ad un mistero così interpellante la vita. Mistero di spoliazione e Mistero di condivisione, che tanto hanno marcato la tua vita.
Ti scrivo per il discorso iniziato a Firenze sulla RIVISTA DEI PRETI OPERAI.
Ho colto la tua proposta. Non so se ho colto tutti i significati sentiti da te, ma ho sentito in me una risonanza.
Ed ho rilanciato il discorso con Fiorini, con i miei amici, con la segreteria nazionale dei PO.
Le cose che vorrei confrontare con te sono queste:

1.IL CONTENUTO (determinato ovviamente dalle finalità). Gianni Tognoni ci aveva suggerito un contenuto…riproposto ai PO della Lombardia. Ti allego la proposta.
2.I DESTINATARI…ti allego i fogli
3.IL RITMO…

Queste tre cose vorrei confrontare con te. Nel periodo post natalizio vorrei fare una scappata da te per vedere queste tre cose insieme.
È possibile? Sei a casa? Sei guarito?
Telefonami…
Grazie di tutto, Coraggio! Auguri di pieno cuore!

don Cesare

All’inizio del 1987 viene pubblicato il numero zero che raccoglie oltre che gli atti del convegno di Firenze l’editoriale di don Sirio che indica la pagina bianca che “può e deve essere sul tavolo di tutti (i pretioperai)…perché questa pagina bianca è come la polvere della piazza sulla quale Gesù scriveva con il dito. E’ come la strada sulla quale il camminare dei piedi descrive, racconta l’avventura del proprio destino”. Inoltre conteneva la proposta di Gianni Tognoni: “la tessitura dei nostri occhi”, sollecitata da Cesare e indirizzata al nostro gruppo lombardo.
Cesare vive questi primi passi della rivista con una passione incredibile.

È come se un SOGNO/DESIDERIO si stia realizzando.
E perciò è un momento in cui i sentimenti sono ALTERNANTI
* c’è la gioia, la speranza, la meraviglia
* ma c’è anche il timore che la realizzazione sia minore del sogno/desiderio, c’è la sofferenza della diminuzione. E’ come un bimbo che nasce. Quando lo si vede  occorre adattare l’immagine, occorre guardarlo bene e cominciare ad appassionarci alla sua crescita.

 

Dopo qualche anno, nel 1991, in una delle periodiche soste per la valutazione/progettazione della rivista – nel frattempo Cesare operava in Salvador – ci siamo a lungo fermati su una sua bozza di proposta per la rivista. Di questa riporto lo stralcio nel quale vengono ripresi i momenti della gestazione e della nascita delle prime pubblicazioni:

Era la gioia di un sogno che avevamo espresso in questi termini: «la sensazione che c’è una maturità di esperienza, che, se non la esprimiamo collettivamente ad altri che conosciamo, rischia di DISPERDERSI, non ovviamente per colpa nostra, ma certamente per CARENZA NOSTRA»
Sirio nel suo editoriale al numero zero esprime magistralmente delle sacrosante verità che dovremmo imparare a memoria. In mezzo al non senso di tante chiacchiere, i P.O. hanno qualcosa da dire. Nell’introduzione al Convegno Sirio riassumeva per tutti questa cosa.
Non è una cosa trionfalistica:
Si tratta invece di  «ridarci un linguaggio quotidiano, che ci permetta di riconoscerci, di comunicare tra noi e con gli altri, non per opporci al linguaggio dei critici  e della massa, ma per vivere la nostra vita e permettere che altri possa continuare ad incontrare la nostalgia» (Tognoni).
Un raccontare quindi, come in un diario, la propria vicenda interiore specificando quel niente o quel tutto che sicuramente ciascun preteoperaio vive nei propri condizionamenti ma anche e forse soprattutto in quella spaziosità di visione, di giudizio e di cocciuta presenza e condivisione, nella quale la realtà attuale dell’umanità arrotola e srotola la propria storia.

 

Più avanti rimette in  luce le finalità che devono servire da bussola per conduzione della  rivista:

LA FINALITÀ È DIVENTARE UN NODO PENSANTE PER UN SERVIZIO DI VERITÀ […]
Sulla FINALITÀ mi sembra importante distinguere:
* la
finalità interna: raccogliere l’eredità dei P.O. e soprattutto farne un nodo pensante in Italia. Occorre trovare il modo di costituirsi come nodo pensante, in un mondo in cui occorre garantire un servizio di verità reciproco e confermarci nella verità. Sarà una lotta difficile. Ma se non la facciamo noi chi può farla?
* la
finalità esterna: ad amici, compagni, possibili alleati.
Questo servizio alla verità, questo confermare nella verità, questo dirci e dire che alcune cose sono vere contro ogni cancellazione del passato, presente, futuro, è oggi un bisogno, un dovere storico, una necessità per noi stessi, per continuare a trovare spazio di vita.

 

Don Cesare e i pretioperai lombardi

 

Ho tra le mani un foglio inviato a tutti i PO lombardi firmato “il solito rematore Cesare”. Per molti anni è stato lui a tenere le fila del nostro incontrarci. Naturalmente lo faceva in maniera metodica,  comunicando  tutto per scritto e chiedendo la medesima cosa a tutti noi.

Mi è rimasto in mente un incontro del gruppo lombardo avvenuto all’abbazia di Chiaravalle. Il tema era l’identità del preteoperaio. Si stavano vivendo momenti davvero difficili sia nel movimento operaio che nei rapporti ecclesiali. In concreto ci siamo accorti che non riuscivamo a comunicare neppure tra noi. La decisione fu quella di fare insieme una tre giorni durante i quali ciascuno avrebbe preso la  parola e sarebbe stato ascoltato dagli altri sui seguenti punti: motivazione di una scelta; valori e limiti; dubbi e speranze; prospettive e ipotesi di lavoro. Da quell’incontro, avvenuto a Fontanella di Sotto il Monte, nacque la prima raccolta delle testimonianze dei PO lombardi.
Questa modalità comunicativa divenne parte essenziale degli incontri a cui partecipavamo. Nel 1985 una selezione dei nostri scritti fu pubblicata su un numero monografico della Rivista Servitium.

[Servitium. Quaderni di spiritualità, 41/1985. In particolare Giannino Piana ha esaminato le oltre 300 pagine dattiloscritte presentando una selezione con il titolo “alla difficile ricerca di una identità”. Tra le altre cose nota: “Le «testimonianze», che sono venute cumulandosi nel corso della ricerca, riflettono uno «spaccato» limitato della situazione dei preti operai e non sono, del resto, tra loro perfettamente omogenee. La diversità delle situazioni di partenza e soprattutto dei contesti sociali ed ecclesiali nei quali i protagonisti operano, nonché la grande varietà delle sensibilità personali e delle stesse matrici ideologiche…danno luogo (e non potevano non darlo) ad una pluralità di valutazioni tanto della situazione operaia quanto di quella ecclesiale. Ciò non toglie che il «messaggio» sotteso, pur nella dialettica delle posizioni, abbia accenti comuni e contenga sollecitazioni importanti per il mondo dei credenti e per tutti gli uomini di buona volontà”].

 

L’esercizio dello scrivere, affrontando la fatica e la solitudine che questo comporta, nonché l’esposizione al giudizio degli altri, certamente rappresentò per noi un cammino di maturazione sia sul piano della chiarificazione personale come sulla capacità di confrontarsi con la diversità degli altri.
Sono convinto che il “rematore Cesare” abbia svolto un ruolo molto importante.
Una sua pagina indirizzata a noi mi pare davvero eloquente ed esemplare.

 

TENTATIVO PER PRECISARE COSA E COME COMUNICARE / DARE RISCONTRO FRA NOI
LA FINALITÀ È FAR EMERGERE / CUSTODIRE / SVILUPPARE L’IDENTITÀ PROPRIA
di ogni prete operaio.
Questa è l’idea fissa che dobbiamo avere in testa: ciascuno ha la sua identità.
Un’identità che viene da una ricerca forte, a volte tortuosa, a volte fermatasi e regredita in alcuni aspetti.
Forti identità, identità umili, stanchezze e povertà, formano il DATO DI QUESTA UNICA ESPERIENZA DI PRETEOPERAIO.

Queste identità non portano ad un progetto comune.
Sono però identità che hanno bisogno di essere comunicate/accolte,
per poter essere riconosciute dallo stesso soggetto portatore,
per poter svilupparsi nel meglio,
per poter essere seme anche nel cuore degli altri e della storia.

Ed in questo riconoscimento / sviluppo, potremo anche cogliere l’UNITÀ DEL FENOMENO,
o anche LO SPIRITO UNICO che agisce in identità differenti.

La cosa più difficile comunque era passare dalla comunicazione di sé al confronto con gli altri. È a questo punto che avvengono dei corti circuiti, quando le diversità diventano contrapposizioni.
A questo proposito scriveva in una lettera inviata ad alcuni di noi:

I “corti circuiti”
Non penso sia questione “morale”. Sì certamente il peccato originale…
Perciò non penso sia questione di buona volontà, di essere adulti ecc.
Penso sia – ingenuamente forse – solo questione di METODO.
Da anni torno su questo.
Ma il metodo di lavoro è una STRUTTURA, cioè è il contenuto di un gruppo.
Come un gruppo discute, comunica, prende le decisioni: è questo che caratterizza il gruppo…
Il salto che il gruppo deve affrontare mi sembra un salto metodologico (se non si riesce a farlo, si scade nel moralismo più bieco).

Due giorni dopo riprendeva il discorso con una nuova lettera diretta a me:

Il passare dalla comunicazione al confronto ha molti rischi. Il confronto serve a chiarire la comunicazione, cioè può servire per capire meglio quello che l’altro ha comunicato.
Guai però se uno vuol prevalere sull’altro o se si pensa che il gruppo deve essere omogeneo o creare omogeneità.
Il gruppo deve essere solo arricchimento reciproco.

 

Di seguito si riporta parte del programma dei nostri incontri formulato da Cesare come sintesi di una nostra precedente discussione “partecipata con serietà e sofferenza. Ci si voleva rendere conto se davvero c’era la volontà seria di continuare ad incontrarci e volevamo assieme decidere il contenuto dell’incontrarci. Volevamo che il contenuto fosse serio sia per quanto riguarda i singoli sia per quanto riguarda il momento storico”.

 


 Sintesi di Cesare per il lavoro di gruppo 1987-88

 

I contributi di ciascuno sono stati messi assieme in un progetto programma comuneI punti cardine sono risultati questi:

 1. Anche il nostro incontrarci può essere risposta sia al bisogno di esprimere la maturità di ciascuno sia al clima dominante che continua a minacciarci di “dissociazione”.

2. Questo incontrarci deve essere creato e sostenuto OGNI VOLTA da ciascuno. Le energie che ciascuno porta devono servire per ricreare ogni volta unità, equilibrio, spazio perchè la comunicazione sia il più completa e profonda possibile. L’importante è capire che questo “spazio” deve essere ricreato ogni volta con il contributo di tutti nell’accoglienza, nel totale rispetto, nel desiderio.

3. Il contenuto del nostro incontrarci sarà duplice, ed è riassunto nella frase: “pregare ed operare la giustizia”.
Ci saranno quindi due momenti: il momento della preghiera ed il momento della comunicazione individuale.

4. La struttura comprenderà 4 tempi:

- al venerdì sera, dopo la cena assieme, ci sarà la comunicazione sul vissuto esterno di ciascuno: il fare, i cambiamenti, gli avvenimenti.
- al sabato mattina dalle 9 alle 11,15: 4 di noi comunicano con la verità più totale le “profondità personali”, il proprio tesoro nascosto, i propri dubbi più intimi, le proprie scelte o riscelte. Gli altri garantiscono ascolto attento e domande di chiarificazione progressiva.
- dalle 11,30 alle 12,30: preghiera orientata da coloro che hanno comunicato.
al sabato pomeriggio, dopo il pranzo assieme, dalle 14 alle 15,15
ci saranno le cose organizzative sia a livello regionale che a livello nazionale, ed una eventuale valutazione dell’incontro e precisazione per il programma.

 


 

Il volto nascosto di Cesare

 

Ciascuno porta in sé qualcosa di unico, legato alla propria storia; fa parte del segreto di quanto si è concretamente vissuto. Può avvenire che lo si voglia tenere per sé, fuori dai circuiti di una normale comunicazione. Forse per pudore, oppure perché vi è l’oscuro timore che il parlarne possa incrinare, o banalizzare, il valore di quanto si custodisce. Insomma una sorta di “disciplina dell’arcano” a difesa di quanto si ritiene assolutamente prezioso e che va difeso con il silenzio. In realtà qualcosa sempre trapela, ma rimane quasi avvolto nel mistero.
Tra gli scritti di Cesare che ho ripreso in mano mi pare che una sola volta ricorra il riferimento a Barbiana, alludendo al suo rapporto con don Lorenzo Milani . La citazione che segue si riferisce al periodo nel quale Cesare stava lavorando  all’impostazione della rivista.

“A Barbiana avevo imparato che le regole dello scrivere sono: aver qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti. Sapere a chi si scrive. Raccogliere tutto quello che serve. Trovare una logica su cui ordinarlo. Eliminare ogni parola che non serve. Eliminare ogni parola che non usiamo parlando. Non porsi limiti di tempo”.

Ricordo che 11 anni fa, nel trentesimo della morte di don Milani, mi era venuta l’idea di ritornare con i pretioperai sulla sua figura, nel nostro incontro nazionale, utilizzando anche le pagine della rivista. Ne ho parlato con Cesare chiedendo a lui una testimonianza, una parola…
Confesso che mi sono sentito come uno  che stava indebitamente calpestando un terreno sul quale non ci si poteva inoltrare, come se stessi rompendo una consegna, violando un tabù…
In questi mesi, dopo la sua morte, Luigi mi ha comunicato un’informazione che proviene da una fonte sicura: Cesare nell’ultimo periodo della malattia di don Milani ha avuto un ruolo importante nella revisione conclusiva, prima della pubblicazione, di “Lettera ad una professoressa”…
E’ molto probabile che vi siano altre informazioni o documenti importanti: forse anche lettere, scritti, che toccano questo loro rapporto… Arrivati a questo punto non può essere utile, forse doveroso, condividere questa eredità?

 

Un secondo punto interrogativo mi ha accompagnato da quando l’ho conosciuto. Quello che lui sintetizzava con in questo modo: “non bisogna mescolare l’acqua al vino”.
A livello personale Cesare dava forma esplicita alla fede mantenendo la sua fedeltà ai …”doveri” del prete cattolico: breviario, messa, confessione settimanale, lealtà verso l’istituzione chiesa…
Dall’altra parte tutta la sua azione sul fronte della cultura popolare e della fomazione, dell’analisi politica ed economica,  delle ipotesi di lavoro, strategie e progetti elaborati andavano in perfetta autonomia intellettuale e di giudizio, senza comunicazione con l’altro versante. Insomma era la presenza di una doppia fedeltà: al rigorismo della fede nella sua pratica spirituale (teonomia) corrispondeva una autonomia del pensiero e dell’intelligenza che funzionava con rigore scientifico e che rifuggiva da qualsiasi commistione ibrida: appunto l’acqua ben distinta dal vino e mai mescolati. Per questo motivo ad esempio non condivideva, come metodo, quello adottato dalla teologia della liberazione.
Credo che fosse perfettamente consapevole del problema e mi pare che nell’ultima fase della sua attività lo abbia concretamente affrontato e da par suo, senza – a me pare – pervenire ad una formulazione teorica sulla connessione tra i due “blocchi”. È lui stesso che utilizza questa parola parlando di sé.

 

Un  testo del 1990, dopo il primo anno di lavoro in Salvador è certamente illuminante.

Lo Spirito sta operando nei movimenti di liberazione e nelle persone lottanti? Che forma della fede? che modello di chiesa? che tipo di credente? che tipo di prete?
L’andare là ed osservando le cose anche in questa direzione, ci sono frasi evangeliche che prendono vita e forma…
Ed è stato fecondo per me ed anche per loro lo scontro / incontro fra due diversi modelli di relazione fra Autonomia e Teonomia.
E’ stato là che ho iniziato a pormi la domanda sul modello di chiesa e sulla forma della fede…
Non ho scelto il loro modello, ma mi son precisato cosa vuol dire il modello della correlazione. Sono stato un po’ liberato da blocchi mentali.

L’anno precedente, in una brevissima lettera del 24 gennaio 1989 mi scriveva:

Caro Roberto,
Mi son deciso a sceglier di fare il passo ecclesiale. Ti chiedo, per favore, di dirmi qualcosa.
Ti allego la predica del 22 e il foglio del 24.1.89.
Coraggio! Grazie! Aspetto.
don Cesare

 

Certamente gli anni del Salvador, in quel contesto dove le parole evangeliche “prendono vita e forma”, mentre da noi in occidente sono svuotate dall’usura e dalla rinuncia a prenderle sul serio, gli sono serviti a creare dei ponti dentro se stesso, quelli che lui chiama “il modello della correlazione”.
Termino riportando parte di una lettera inviata a noi pretioperai e ai nostri amici dopo circa  un mese di permanenza in Salvador.  Le domande sopra riportate sono già presenti. Sono esse che guidano il suo cammino ultimo e sono le stesse che lascia a noi:

Cosa lo Spirito sta operando nei movimenti di liberazione e nelle persone lottanti? Che forma di fede? Che modello di chiesa? A volte qui appaiono con forza “i poveri”, quelli in cui ti appare, con evidenza micidiale, la parola: “Ti ringrazio, o Padre perché hai rivelato ai poveri e hai nascosto ai sapienti….”
Questo tipo di “poveri” qui li VEDI. Si impressionano dentro di te. Come UNA COLTELLATA dentro. Come un MACIGNO DI PIETRA che ti viene addosso. Sono come una CIRCONCISIONE, come la seconda circoncisione, che Giosuè fece fare “al entrar en la tierra”…Una circoncisione non con coltelli di ferro, ma con COLTELLI DI PIETRA.
Sono come la SPADA DI PIETRA che ti penetra… Origene cita la pietra nel suo significato biblico del sogno del libro di Daniele.
Pietra non fatta da mano d’uomo, che si stacca dal monte non per mano d’uomo…
Come non collegare tutto per capire che lo Spirito ora sta operando lì  e che occorre scoprire…come il tesoro nascosto…
Cercano di farli tacere, li uccidono…
ma se fate tacere questo piccoli… GRIDERANNO LE PIETRE!
Quante volte “vediamo GRIDARE QUESTI POVERI CHE TACCIONO”!
Abbiamo visto LE PIETRE GRIDARE! Questo è quello che si può dire stando qui.
Per l’Italia? Che cammino verrebbe fuori se prendessimo sul serio la frase di Gesù: “Ti ringrazio Padre, perché…”?
Poniamo che sia vero anche tutto il resto.
Ma se fosse vera anche questa frase?
Che modelli di chiesa ne uscirebbe? Che forma di fede?

 

La spada di pietra, penetrata nella carne di Cesare, si è trasformata in queste semplici domande che ha fatto risuonare per noi in Italia.
In fondo è lo stesso interrogativo nel quale ci siamo trovati al primo nostro incontro nel 1975: “Rendiamo conto della nostra fede: quale fede?”
Allora c’era tutta la vita davanti. Ora ci viene ridonato mescolato alla vita di Cesare, ferita dalla spada di pietra.
Il suo compimento indica con certezza la direzione da seguire.
È l’eredità ultima che ci ha lasciato. Su questa rotta dobbiamo remare.

 

Roberto Fiorini

 

Nel numero 86 del 2010 Piergiorgio Todeschini cerca di scavare sulla relazione
tra Don Cesare Sommariva e don Milani