Figlio d’arte

Frammenti di vita raccontati dai PO
nel decimo anniversario della nostra rivista

 

A casa mia
i preti non ci venivano mai
per la benedizione pasquale
venivamo saltati
mentre le altre undici famiglie
avevano questo onore.
Mio padre
era operaio comunista
che ha avuto il coraggio
di alzarsi
durante una predica
in chiesa
puntando il dito verso il prete
(campagna elettorale 1948):
«Io da questa chiesa esco;
Cristo non è di parte».
Additato da tutti
perché curava la sua vigna
di domenica
per integrare
il suo basso salario.
E lui rispondeva:
«Non faccio male a nessuno,
gli altri santificano la festa
stando all’osteria,
mentre io sto con mia moglie
e i miei figli».
Mi ricordo che le domeniche sera
stavamo nella vigna sdraiati
sopra una coperta:
ci faceva conoscere le stelle
insegnandoci
le canzoni dei lavoratori.
Il giorno della mia partenza
per il seminario (1957)
mi disse salutandomi:
«Se vuoi diventare un prete vero
guadagna il pane che mangi,
lavora con le tue stesse mani
come ho fatto io, per campare te,
tua madre e i tuoi fratelli».
Poco tempo dopo morì,
il giorno stesso
che era venuto a trovarmi
in seminario.

1972. Mentre mi recavo a Milano
come mia prima destinazione,
c’erano in macchina con me
mia madre,
il parroco del mio paese,
una suora e un altro prete
che mi dissero:
«Ma tu sei matto,
non può un prete lavorare,
abitare in un simile luogo.
La tua non è una chiesa,
è uno scantinato».
Le loro facce erano schifate
(io direi scosse).
La risposta di mia madre
che ascoltava in silenzio fu:
«Come mamma vorrei
che mio figlio
fosse sistemato bene,
come cristiana dico
che mio figlio fa benissimo
perché anche Cristo
è nato in una stalla.
Per questo ne sono orgogliosa».
E l’anno dopo anche lei se ne andò.

Mario Signorelli