2008 Bergamo / Il passo del gambero

“Carico leggero e pesanti fardelli: l’Evangelo in Italia”
Incontro nazionale PO 2008 (18)


 

Tre anni fa sono andato in pensione di vecchiaia, mettendo insieme un percorso lavorativo iniziato come bracciante agricolo (al nero), proseguito poi come manovale in cantiere navale, quindi fabbro artigiano per oltre dieci anni per finire gli ultimi quindici anni come socio lavoratore in una coop di servizi, terminando con il ruolo di responsabile del controllo di gestione. Una “carriera” tutta all’insegna del passo del gambero, dalla merda (quella da cui “nascono i fior”) sparsa nei campi col forcone per concimare la terra al controllo dei flussi di merda (quella da cui “non nasce niente”…) per garantire la continuità dello stipendio a un bel numero di persone…
Un percorso lavorativo che segue passo passo quello di una parte preponderante del popolo italiano che, nell’arco degli stessi anni (dal ‘60 alla fine del secolo), passa dalla agricoltura all’industria, sciama nell’artigianato più o meno adulterato, per finire nei servizi.
Un anno prima di andare in pensione, ho riconsegnato la Parrocchia dei Sette Santi Fondatori (quella con la piccola chiesa nel tessuto del porto, dove abbiamo celebrato messa durante i nostri incontri a Viareggio) al Vescovo, il quale l’ha ripresa senza dire una parola, senza provare anche solo in modo formale a farmi cambiare idea. Se vi dicono che mancano i preti oggi, non credeteci!. Mancano i preti come mancano gli operai ai padroni. Quegli operai di una volta, pronti a baciare la mano che li teneva legati alla catena di una sudditanza senza parole e senza diritti. Spaventati a morte anche solo dall’idea di perdere il lavoro. Quei buoni preti di una volta capaci di strusciarsi a terra pur di poter dir messa e confessare. Non tanto o non solo per fame, ma per quell’opera di potatura di ogni dimensione umana e autenticamente religiosa che l’educazione ecclesiastica allora imponeva, fino a toglier loro ogni senso di identità che non fossero le attività specifiche del ministero.
Così son passati un paio d’anni senza che mi fosse richiesto esplicitamente nessun atto di ministero. Ho celebrato solo pochissime messe. Da Armido a Fiesole in occasione di alcuni seminari, da Beppe, insieme a lui, nella sua parrocchia a S. Pietro a Vico, per Pasqua e Natale come da antica consuetudine. Ma queste occasioni le vivo più come segni di un’amicizia di vita che avvenimenti doverosamente rituali.
Non ho avvertito nessun senso di “inutilità”, ma la serena libertà di essere anch’io un credente che si unisce agli altri nella memoria di Gesù.
Venivo richiesto a volte per la messa, da questo o quel prete o gruppo o associazione. Ho aderito a quelle richieste che mi permettevano di introdurre nel rito una o più domande di senso rispetto a quello che stavamo facendo. Alcuni mi hanno lasciato perdere; con altri è iniziata una amicizia e continuata una ricerca di fede che, senza sentirsi più obbligata a passare necessariamente dal culto, elabora tratti di vita. E devo confessare che mi piace questo partire dalla messa per poi “dimenticarsene” cercando di viverla e di rilevarne le tracce nella vita vissuta.
Così è successo con un gruppo di adolescenti, i cui responsabili mi avevano chiamato per celebrare una messa in montagna e da lì è venuta fuori una storia (sia ben chiaro che quelle che mi coinvolgono come attore sono tutte storielle e cioè spezzoni di quotidianità di basso profilo) che cerca di suscitare l’attenzione alle relazioni come tessuto su cui intrecciare la relazione con Dio.
E la messa sono tornato a celebrarla con una certa regolarità da quasi un anno alla domenica in una parrocchia assai grande del centro di Viareggio, quando ho deciso di offrire la mia disponibilità a sostenere il percorso di un parroco giovane (meno di 40 anni; potrebbe essere mio figlio) che rimaneva solo con un gruppo di laici impegnati nell’organizzazione essenziale della vita parrocchiale. Mi limito a sostituirlo e/o integrarlo nelle funzioni ministeriali senza entrare nel percorso quotidiano della comunità.
Questo rapporto con generazioni più giovani mi espone certo al confronto con la mia vecchiaia e l’aspetto polveroso di riferimenti, linguaggio, immaginario… E quindi anche al ridicolo di certa testardaggine nel voler sfondare porte aperte o passare dove ormai non c’è passaggio. Ma lo considero una fortuna grande per me.
Come l’amicizia con Beppe Giordano, anche se un monte ci separa e 25 km di strada. E ben lo sanno gli ambienti ecclesiastici della nostra diocesi e non solo, dal momento che quando andiamo in giro serpeggia l’avvertimento tra l’incuriosito e il preoccupato: “Attenti a quei due!”.

 

In questo contesto sto lavorando in due direzioni.
La prima è costituita dal tentativo di far sì che i segni nella dimensione liturgico-rituale, ma non solo, tornino ad essere segni al servizio delle dimensioni dell’esistenza umana (mai a valenza esclusivamente individuale) che vogliono indicare. Mi sembra scontato affermare che nella prassi religiosa corrente i segni sono stati posti al servizio di chi li gestisce e indicano prevalentemente “solo” il potere di chi li pone. C’è quindi tutto un percorso che si apre per restituire i segni e il loro linguaggio alla autentica radice costituita dalla dimensione comunitaria in ascolto di Dio e in accoglienza della vita. Nella convinzione che i doni di Dio precedono ogni iniziativa umana e chiedono alla fede dei credenti di essere riconosciuti come operanti la speranza nella esistenza di uomini e donne del nostro tempo.
La seconda direzione del mio “lavoro” si svolge nel contesto di spazi religiosi e culturali molto simili a “stanze” riempite all’eccesso di ninnoli e soprammobili dove occorre muoversi con tutta la cautela possibile pena la distruzione di fragili oggetti dalla venerabile memoria ma assiepati in modo da togliere ogni respiro. Il contesto estremamente devozionalistico di tante sacrestie; che sian di chiese come di partiti, come di associazioni benemerite, cambia poco o nulla. Coltivare memorie senza cercare di intrecciarle con la realtà sempre nuova del tempo presente, può essere gratificante per la risposta tutto sommato facile di chi si sente sollecitato ad esprimere il proprio lato sentimentale (tanta spiritualità è fine alla soddisfazione di se stessa).
Collegare il senso di antiche storie (poco importa se appena di cinquant’anni fa o di cinquemila, come nel caso delle storie bibliche) con la realtà del tempo presente, significa restituire agli avvenimenti passati tutto il loro spessore di fatti, vero intreccio di suoni, odori, sensazioni, reazioni emotive, che ci riporta a bisogni fondamentali del nostro essere umani, oggi come sempre. È allora che di fronte a chi ci esprime il suo bisogno (“Avevo fame…”) risponde l’eco del nostro bisogno, sperimentato in altro momento e in diverso modo, ma sempre in grado di percepire il “grido” che sente suo e lo convince ad aprire il cuore: “…e mi avete dato da mangiare!”).

Luigi Sonnenfeld