2008 Bergamo / Elogio della leggerezza

“Carico leggero e pesanti fardelli: l’Evangelo in Italia”
Incontro nazionale PO 2008 (5)


 

Mi sembra molto utile ritornare alle fonti, o meglio alla sorgente. Il fiume lungo i secoli si è arricchito di tanti ruscelli laterali, ma anche inquinato: molti ci hanno buttato acqua limpida, moltissimi acqua inquinata e spesso si ha l’impressione di non sapere da dove venga, dalla sorgente o dagli scarichi delle fognature. Uno degli esercizi che facevo nell’educazione nonviolenta era quello di far uscire cinque persone dalla stanza. A chi era rimasto dentro si esponeva un fatto e uno si incaricava di raccontarlo al primo dei cinque che entrava. Quest’ultimo a sua volta chiamava il secondo che stava fuori e raccontava quello che aveva sentito e così via fino all’ultimo. Quando si metteva a confronto il fatto narrato dal primo, la fonte, e l’ultimo, ci si accorgeva della diversità e spesso i racconti non avevano nessuna somiglianza. Così è avvenuto col Vangelo. Non ha bisogno di tante mediazioni e distinguo, ognuno deve fare l’esperienza personale, e spesse volte le mediazioni sono sempre degli stravolgimenti a scapito della genuinità. E qui ritorno ai tema della leggerezza citando due frasi del Vangelo:

“Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi ed io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite ed umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero (Mt.11, 28-30).
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Quando vi mettete in viaggio non prendete nulla, né bastone, né borsa né bisaccia, né pane né denaro e non portate un vestito di ricambio”
(Mt.10, 8-10).

Le parole che emergono da questi testi che si associano al tema della leggerezza sono queste: mitezza, umiltà e gratuità. Il suo carico è leggero perché lui è mite, umile e non ha secondi fini, la gratuità.

Mite – dal greco praèis – vuol dire disarmato: vengo a te senza armi, non solo quelle fisiche ma anche quelle morali, non prevenuto. Quando ti incontro non ho pregiudizi e non ho regole da dettarti, vengo nudo e ti accetto per quello che sei anche se non sono d’accordo con te. Se sono disarmato, senza carichi o pesi tra le mani, o armi, ecco che sono leggero e pertanto sono disposto ad ascoltarti senza avere delle risposte preconfezionate o dei giudizi da darti. L’ascolto, pertanto, è accogliere l’altro per quello che è. Ritengo che il ministero primo dei pretioperai sia stato quello di mettersi in ascolto dell’altro senza secondi fini, senza stringere nulla nelle mani, anzi esse sono nude, aperte solo per ricevere e accogliere. Il proverbio “è più facile dare che ricevere” calza a proposito.

Umiltà: che deriva da humus, terra. Di fronte a te mi pongo né in alto né in basso, ma mi sento come compagno di viaggio, alla pari, anzi ci alleggeriamo i pesi reciprocamente, perché viaggiando insieme ci si aiuta e i carichi diventano meno pesanti e quindi condivisi. Non mi metto di fronte a te come un maestro, uno che insegna, ma uno che condivide e ricerca insieme la verità. “Uno solo è il vostro maestro, voi siete tutti discepoli”. E se proprio ho qualche verità da offrirti userò il metodo maieutico, facendoti scoprire la verità che è in te.
Ed anche qui ci trovo la storia delle nostre scelte: il preteoperaio che si mette con gli altri. “Essere con”: due parole che tante volte ci siamo dette e nelle quali ci siamo riconosciuti.

Gratuità: parola declinata e coniugata in tutti i sensi che è stata la scintilla e la cornice delle nostre scelte: ministero come gratuità per avere le mani libere, leggere. Quello che faccio non ha secondi fini, né quello di convertire e tanto meno per guadagnarci. Camminare senza alcun bagaglio preconfezionato. Se io ho già tutto, non ho bisogno di te, sono autosufficiente e non esperimenterò la debolezza, la fragilità, che mi rendono vicino a te.
Ritengo essenziali queste parole per il tempo in cui viviamo; l’aria si è fatta pesante ed è difficile vedere il sole, ora oscurato, pallido e senza calore per la situazione ambientale ma soprattutto per la situazione della cristianità.

In una delle letture di Pasqua si parlava del Cristo che invitava i discepoli a ritornare in Galilea per poterlo incontrare ed esperimentare la sua presenza:

“Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocefisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete” (Mt.28,6-8).

Ritornare in Galilea è ritornare alle origini, è ritornare al discorso della montagna, alle beatitudini, alle parabole, abbandonando Gerusalemme, simbolo del potere e di una religione fatta solo di sacrifici, di culto: “D’ora in poi non si adorerà più Dio né su questo monte, né a Gerusalemme, ma lo si adorerà in spirito e verità”.

Voglio raccontare due episodi che mi hanno colpito. Qualche anno fa quand’ero ancora a Roma, in un incontro avevo invitato l’attore Franco Giacobini per leggere il Vangelo di Marco ad un gruppo di persone, presente anche il vescovo Diego Bona. Due ore e un quarto di lettura: nessuno fiatava, un silenzio carico di ascolto e verso la fine si sente una donna piangere. Si era sempre dichiarata non credente e da quarant’anni aveva lasciato ogni incontro con la chiesa. Disse che si era commossa e quelle parole ascoltate con intensità l’avevano toccata nel profondo, come se le avesse sentite per la prima volta.
Qualche settimana fa viene all’eremo un giovane e rimane per qualche giorno, aveva bisogno di ricaricarsi perché si trovava in una situazione difficile. Al mattino, prima del lavoro, c’è sempre un momento di preghiera, silenzio e ascolto di un brano evangelico e chi è presente all’eremo non è obbligato a parteciparvi, è solo una proposta. Questo ragazzo da anni aveva abbandonato ogni pratica religiosa. Stavo in quei giorni leggendo il discorso della montagna e vedevo una attenzione incredibile da parte sua. Alla fine della sua permanenza mi disse: io in tanti anni di catechismo, di sacramenti e oratorio non ho mai sentito queste parole del Vangelo.
Il luogo dove vivo è un buon osservatorio: c’è molto tempo per l’ascolto che ritengo essenziale e questo mi dà la possibilità di percepire quello che succede nelle nostre chiese. Gente stanca, che ha abbandonato ogni pratica, dopo anni di sacramenti, catechismi, attività in oratorio. A Bergamo la presenza della struttura chiesa è ovunque e la quasi totalità delle attività aggregative si svolge all’ombra del campanile. Chi frequenta altri ambienti è visto ancora con sospetto. Ogni parrocchia ha un suo oratorio, un suo asilo parrocchiale e le campane suonano ogni momento quasi per marcare il territorio. Restauri, ristrutturazioni, ricostruzioni si vedono ovunque: fardelli pesanti da mantenere che macinano risorse e soprattutto tempo per gestirle, spesso a discapito di ciò che è essenziale. Si ha quasi la paura del vuoto. Attività, sagre, gite, centri estivi, feste, anche quelle della birra perché bisogna pagare i debiti. La gente sente il bisogno di stare insieme e far festa, ma poi? Il rischio è quello di fermarsi qui e impiegare energie solo in un senso e spesse volte le strutture non sono altro che centri di aggregazione. Molte di queste attività che potrebbero essere gestite dalle amministrazioni locali, sono delegate alle parrocchie, con dei sovvenzionamenti ogni anno. Anche questo lega molto le mani e non si è liberi di denunciare le ingiustizie, che avvengono nel proprio territorio. È quasi normale andare a messa e, mentre si esce, firmare una petizione contro gli immigrati nel gazebo posto in fondo alla piazza.
Per questo vedo un senso di stanchezza generale, una chiesa difficilmente credibile: il suo messaggio è trito e ritrito, adatto solo per una categoria di persone, dai sessant’anni in poi. Una chiesa diventata amministratrice del culto, a cui ci si rivolge per le messe, i sacramenti, funerali, battesimi. Tutto il resto passa sopra la testa. Il messaggio essenziale del Vangelo non penetra: un annuncio ridotto a morale, con la pretesa di essere spesse volte gli unici a proporre valori. Ed è proprio da questo che nascono gli attriti e le invasioni di campo soprattutto in questi ultimi decenni, dove non ci si è resi conto che si è minoranza come cristiani e la cosiddetta cristianità non esiste più. Il compito dei credenti non è quello di imporre a tutti le proprie idee e pretendere che la società segua quella strada. Si parla molto del “non possiamo non dirci cristiani”. Ma ha veramente inciso nel profondo questo messaggio? Perché allora la società non si sente più legata al cristianesimo se non in alcuni casi? Forse perché è cattiva ? O forse perché questo messaggio non gli è mai arrivato in profondità? O forse perché quello che gli è arrivato è il marginale che diventa la cosa più importante?
Tra i fardelli pesanti c’è anche da accennare ai privilegi, ai vari concordati che non lasciano le mani libere. Credo che Costantino sia stato un buon politico: ha capito che accordando donazioni e cose varie rendeva la Chiesa meno profetica. Più visibile sì, ma meno incisiva. Prassi seguita sempre lungo il corso dei secoli. La tentazione del potere trasforma la chiesa non a immagine del suo maestro, ma a immagine del tentatore. Si affida ai segni del potere più che al potere dei segni.
Uno dei nodi da sbrogliare è proprio quello della Costituzione italiana che non garantisce la laicità. La Repubblica francese nella sua costituzione afferma esplicitamente il principio della laicità come elemento fondante. Quella italiana afferma invece il principio di indipendenza tra Stato e Chiesa, ma il richiamo nella Costituzione dei Patti Lateranensi ha reso difficile il principio di laicità nell’ordinamento costituzionale. Solo la Costituzione della Repubblica Romana del 1848 stabiliva che l’esercizio dei diritti privati e pubblici dei cittadini non avrebbe dovuto dipendere dalla loro credenza religiosa, e l’irrilevanza per lo Stato e le istituzioni repubblicane dei rapporti derivanti dalle convinzioni religiose dei suoi cittadini, nel senso di considerarli fatti privati da affidare alla coscienza dei credenti.

 

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Un pensiero sulla mia vita: che posto occupa il Vangelo, quale messaggio sento di più? Se devo essere sincero, anche nei Vangeli ho fatto una cernita: mi riconosco nel discorso della Montagna e nelle parabole e soprattutto negli atteggiamenti di Gesù, il sedere a mensa con i peccatori e il suo modo di porsi con l’atteggiamento della compassione. Il tempo in cui viviamo è il tempo delle contrapposizioni: del bianco o del nero, del vinco o perdo. Se io ho ragione, tu hai torto. Così non si va da nessuna parte, anzi aumenta la conflittualità. Ecco allora l’importanza della capacità di vedere il bene anche in luoghi inattesi, in persone diversamente credenti o non credenti, convinti che la verità non è proprietà di nessuno né esclusiva di alcuno.
Quest’anno sto facendo una piccola esperienza, direi inattesa: una coppia di giovani, non praticanti e tanto meno credenti mi ha chiesto di fare con loro un percorso di preparazione al loro matrimonio, che verrà celebrato civilmente. Gli ho proposto di venire un giorno al mese all’eremo e delle letture per formarsi all’ascolto, al dialogo ed altri valori, suscitando degli interrogativi che la vita ci propone. Nel pomeriggio ci mettiamo a dialogare sui testi letti e meditati durante la giornata. È da novembre che hanno iniziato e non sono mai mancati una volta. Questo tanto per dire che anche i non credenti fanno cose serie che neanche i cosiddetti cattolici fanno nel corso per fidanzati. Volutamente nelle stanze dell’eremo non ci sono simboli religiosi perché quello che conta è lo stile di accoglienza nel rispetto di chi viene accolto, al di là della fede e cultura; e se qualcuno è interessato all’ascolto del Vangelo e alla preghiera, non fa altro che unirsi a chi sente queste cose.

Chiamo ecumenico questo modo di porsi; e non sono tanto le parole quelle che contano ma la testimonianza, quella che serve soprattutto oggi. Non siamo abituati ad essere minoranza e a convivere con altri modi di porsi di fronte alla vita e alla fede. Quello che domina è ancora la strategia imperiale, la contrapposizione, il rispondere colpo su colpo. A questo proposito ho presente un aneddoto raccontato da Thomas Merton:

“Chi Hsing Tsu addestrava galli da combattimento per il re. Era un bell’uccello quello che stava preparando. Il re continuava a domandare se era pronto per la lotta. “Non ancora”, rispondeva l’allenatore. “È una furia. È sempre pronto ad attaccare briga con tutti gli uccelli che incontra. È pieno di boria e troppo sicuro della propria forza”.
Passarono dieci giorni e la risposta fu: “Non ancora. Va su tutte le furie quando sente un altro gallo cantare”. E poi ancora dieci: “Non ancora. È sempre pronto ad assumere un’aria rabbiosa e arruffa le piume”. Dopo altri dieci giorni, l’addestratore rispose: “Ora è quasi pronto. Quando un altro gallo canta lui non si scompone. Resta immobile come una statua. Agli altri uccelli basta guardarlo che scappano”.

Qui non si tratta di incutere timore ma di acquistare autorevolezza, da non confondere con l’autoritarismo. Autorevolezza che si acquisisce con uno stile di vita, già di per se stesso messaggio che non ha bisogno di tante parole, come dice Etty Hillesum:

“Io detesto gli accumuli di parole. In fondo ce ne vogliono così poche per dire quelle quattro cose che veramente contano nella vita. Se mai scriverò, e chissà poi che cosa?, mi piacerebbe dipingere poche parole su uno sfondo muto”.

Mario Signorelli